Il coraggio di educare

    ed educare al coraggio

    Michele Corsi


    Sono convinto che il coraggio è la virtù civile per eccellenza che aduna in sé e precede ogni altra possibile manifestazione virtuosa: il coraggio della sincerità, il coraggio della prudenza, il coraggio della generosità ecc. Come qualsiasi comportamento positivo: il coraggio di accettare quanto non si può cambiare e di cambiare ciò che si può modificare. Il coraggio dell'equilibrio. Il coraggio del cuore e della mente. Il coraggio della profezia.
    Educare richiede coraggio.
    Avere coraggio significa «agire il cuore, lasciare agire il cuore» e anticamente il cor indicava anche il pensiero, l'intelletto.
    Come brain-storming che aiuti il lettore a calarsi nelle idee (e nell'emozione) che propongo, ne indico i sinonimi e i contrari. Termini analoghi sono: forza morale, animo, ardimento, audacia, valore, intrepidezza, sicurezza, eroismo, baldanza, prodezza, cuore, bravura, fermezza. Per opposto: viltà, vigliaccheria, codardia, paura, timore, pusillanimità, timidezza, impudenza, sfacciataggine, spavalderia, temerità, arroganza, insolenza, presunzione, protervia, tracotanza, sfrontatezza, sconsideratezza, iattanza, millanteria, improntitudine.
    È evidente che l'azione dell'educare appartiene al novero della prima classe di parole e non della seconda.
    Educare implica anche la presenza e la costanza di un progetto (pure flessibile) sul sé che educa, sull'altro che viene educato e sul contesto: per il contesto in cui ha luogo. A partire dal riconoscimento delle situazioni originarie nel loro complesso, per tendere alla meta e agli obiettivi che si vogliono e si possono democraticamente perseguire.
    L'educazione, quindi, non può che essere distante da ogni possibile forma di acquiescenza, di passività, di nascondimento. Educazione e mascheramento si elidono a vicenda, si respingono con forza.
    L'educazione è un sistema di scelte ed educare significa promuovere e consentire nell'altro la capacità di saper scegliere ciò che ritiene effettivamente il bene per sé, per un altro ancora e per la società. Anche quando il mondo non fosse d'accordo o non si dichiarasse oggi tale.
    Educare significa sapere (avere la consapevolezza), potere (avere gli strumenti) e volere (padroneggiare i fini) guardare avanti: nel punto prossimo o lontano dove i due attori dell'evento (educatore ed educando) si coglieranno dopo il tragitto della loro intrapresa educativa. Perché questo avvenga positivamente, occorre a volte, e molte volte attualmente, decidere di andare controcorrente. Come i salmoni. Saper dire dei no, quando molti altri, per comodità, egoismo o ignavia, dicono irresponsabilmente dei sì e acconsentire alle richieste che vengono rivolte pure quando la paura, il quieto vivere e il pregiudizio porterebbero a opporsi o più scaltramente a non favorire e a ostacolare, ma senza negare.
    Educare costringe al coraggio di volare alto. E non è più nemmeno una costrizione, quando si è stabilito di educare. Perché allora la mente e il cuore insistono e riposano in quella direzione.
    Il coraggio di educare rinvia sistemicamente all'educazione al coraggio: implica e pretende la presenza e il perseguimento di questa seconda ineliminabile e conseguente opzione.
    La persona educata non può che essere positivamente educata al bene di sé e per sé, dell'altro e per l'altro, della società e per la società.
    Educare al male e per il male è una contraddizione in termini. Il male non è uno dei possibili risultati dell'educazione: è l'insuccesso dell'educazione e dunque, a monte, di un'educazione mal posta e cioè di una falsa educazione.
    Quindi il soggetto ben educato è propriamente un individuo coraggioso perché, avendo scelto di vivere per sé, per l'altro e per il mondo, ha deciso di avere il coraggio della testimonianza e della predicazione, della profezia.
    Allora è tutto facile? Non ci sono rischi, imprevisti, cadute o fragilità? Tutt'altro. Ma il negativo, che pure si può riscontrare nel prodotto, non è l'esito imprevisto del prodotto medesimo, quanto piuttosto l'errore, magari di non consapevolezza, presente nel processo. E occorre avere il coraggio di ritornare indietro e di rimisurarsi col processo: avere l'umiltà di riconoscere l'errore e di correggerlo.
    Educare è connaturalmente educare al coraggio. Anche al coraggio di ricominciare da capo quando ci si accorge di aver sbagliato: il coraggio è un elemento di processo e un elemento di prodotto.
    Nel paragrafo precedente ho scritto del figlio voluto o comunque accettato.
    Ma ci sono pure i figli non voluti (almeno all'inizio o per lungo tratto di tempo), subiti, frutto delle molte forme di violenza, non solo di quella sessuale. La mia lunga esperienza consultoriale e terapeutica me ne ha offerto un vasto e doloroso repertorio. Cosa vuol dire avere coraggio o essere coraggiosi, in questi casi?
    Non esiste una sola risposta, facile, immediata, scontata.
    Per accogliere il figlio, è necessario, prima, averlo accolto dentro di sé come idea e aver accettato il progetto del figlio con se stessi e a monte essersi accolti davvero.
    Avere un figlio, partorire un figlio (la donna!), significa avere il coraggio di volere un figlio. Un figlio comunque. Per il bene che esso rappresenta, in qualunque modo sia stato concepito. O anche il coraggio di non poterlo accettare per il bene del figlio medesimo. E darlo in affido e anche in adozione.
    Pure per abortire ci vuole coraggio? Esiste il coraggio di abortire?
    La domanda è drammatica, ma la risposta non può che essere positiva quando la persona, valutate tutte le opportunità di cui dispone, interne ed esterne, ed essendosi colta responsabilmente nel dopo della sua scelta, ha dichiarato a se stessa l'incapacità di un'opzione diversa e l'impossibilità di sostenere il peso di una scelta differente.
    Il silenzio è d'obbligo e l'urlo drammatico va piuttosto rivolto a una società che non è ancora esperta di umanità e volutamente in grado di farsi prossima all'altro. E che, dopo, si guardi bene dal giudicare la persona che ha abortito, ma piuttosto esamini se stessa e decida di rimediare al proprio egoismo rinvenendo e attuando strategie di solidarietà.
    Educare al coraggio non significa educare a salire in modo inarrestabile e progressivo tutti i gradini facili o difficili della scala della vita, ma anche ad accettare la sosta o la discesa per rimettersi di nuovo in cammino, diventando finalmente capaci di perdono di sé e dell'altro (della società).
    Il coraggio di educare deve consentire in chi educa e in chi viene educato il pari coraggio di accogliere le proprie fragilità e i propri abbandoni, il peso talora di una solitudine straziante, l'angoscia e l'amarezza della croce. Non però per fermarsi, ma per ripartire verso la salvezza, il sorriso, la speranza incontrata e agita, la Pasqua.
    Occorre dunque avere il coraggio, tutti e particolarmente quelli che hanno maggiori responsabilità, di impegnarsi a favore dell'educazione e con essa e per essa a vantaggio della costruzione di una società educata ed educante, umana, coraggiosa.
    Il coraggio di educare, educarsi al coraggio ed educare al coraggio rappresentano un sistema imprescindibilmente unitario.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 28-30)