Il fascino
della normalità
Michele Corsi
Siamo abituati a ben altre coniugazioni allorché parliamo di fascino.
Il fascino del mistero, della diversità, della scoperta improvvisa e non aspettata; il profumo sottile e talora inquietante dell'intrigo, della lotta, della vittoria.
Eppure argomentiamo ed enfatizziamo la normalità di contro alla patologia e la definiamo come assenza di malattia, anzi quale stato di salute diffuso e generale, auspicabile.
Invece, da qualche parte e per alcuni motivi spesso inconfessabili, banali o addirittura meschini, associamo alla normalità la noia, il grigiore, la monotonia, la scontata prevedibilità.
Una persona normale sarebbe un individuo quasi scialbo, insignificante; una vita normale viene assimilata a un'esistenza piatta, senza scossoni, ridondante. E si fa il tifo per l'imprevisto, l'emozione violenta, il sentimento forte e inatteso, l'urlo del cervello, l'attraversamento balenante del pensiero. Salvo poi aver paura di tutto ciò, quando accade, e «ci squarcia», sentirci inadeguati, temerlo e rifuggirlo, ricercare disperatamente la calma, sognare di nuovo il mite ripetersi dei giorni e delle stagioni, riandare nostalgicamente con la mente e col cuore alla trascorsa (o mai avuta) tranquillità.
La verità è che abbiamo una concezione sbagliata della normalità che è, al contrario, il tratto fondamentale e fondante di una vita piena e degnamente vissuta e non già l'anticamera, il presagio, la figura o il simbolo della morte o di una quotidianità semi-comatosa.
La normalità è una media. Più opportunamente, è la media tra il conosciuto e il nuovo, tra l'inverno e l'estate, passando attraverso la primavera e l'autunno, è il ramo fiorito del pesco nel mese di marzo e la foglia gialla di fine ottobre, la forza della mente e del corpo, il sereno riposo di un quieto pomeriggio domenicale, è il coraggio e la paura, al tempo stesso, nel fronteggiare, magari pure a lungo, la costanza di minuti, ore e giorni identici a se stessi. Per fortuna.
Questa è la normalità. È il fascino, e come tale lo incarna, dell'equilibrio; meglio: dell'equilibrio ricercato, perseguito e tenacemente ricostruito ogni volta verso l'alto, dopo le tempeste e gli uragani spesso non previsti, ma a tratti anche quasi voluti per metterci alla prova, per tentarci nella conferma o meno di scelte e decisioni di un piano di vita.
La normalità è la faticosa fedeltà a un progetto di coerenza con noi stessi, con l'altro e a favore di una società di donne e uomini liberi e forti. E, allorché «avviene» e la rendiamo possibile, è la realizzazione della parte migliore di un'esistenza, l'ottimo di una crescita civile concorde, è la speranza radicata e radicale di un'umanità più sana.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 88-89)

