Il ruolo
della formazione
Michele Corsi
La formazione, per molti aspetti, è ancora l'isola che non c'è e che va creata. Una formazione a tutto campo e in senso lato.
Nel paragrafo precedente vi ho già in qualche modo fatto riferimento. Lo Stato italiano, ad esempio, che ha predisposto itinerari formativi pure permanenti per molti ambiti professionali, è colpevolmente latitante in ordine alla preparazione alla vita di coppia e a quella familiare. Come se poi i tanti insuccessi e le tante ferite che accadono a questo livello non rappresentassero un significativo danno per l'organizzazione sociale nel suo complesso e non configurassero anche un grave contraccolpo o un esborso pure economico per i troppi cittadini interessati e non da ultimo per un esercito sempre più numeroso di minori (ben oltre un milione e mezzo) che vivono l'esperienza della separazione o del divorzio dei loro genitori e della loro stessa collocazione in famiglie rimaste monoparentali o ricostituite. E la Chiesa cattolica, quale massima organizzazione spirituale e dunque inevitabilmente formativa del nostro Paese, vive due peccati di omissione al riguardo. Il primo concerne il lunghissimo periodo di silenzio e di latitanza che va dal dopo-cresima al matrimonio e cioè dai 14 anni circa ai 30 mediamente, per il quale non ha saputo elaborare proposte di accoglienza e di conservazione credibili per gli adolescenti e i giovani, soprattutto su temi e con linguaggi per loro attraenti e percorribili. Mi riferisco naturalmente a una fascia consistente di popolazione e non a quelle minoranze numericamente elitarie che si avvalgono delle consolidate esperienze ecclesiali di gruppo rappresentate dall'Azione Cattolica, da Comunione e liberazione, dai Neocatecumeni, dal Movimento dei focolari ecc. Il secondo attiene all'obbligo dei corsi per fidanzati, oggi sempre più ripensati comunque in forma di itinerari maggiormente completi ed estesi nel tempo. Un vincolo di partecipazione, per questi ultimi, al fine di poter sposare in Chiesa, la cui proposta formativa è spesso in contrasto, non solo apparente, con un livello o un traguardo maturativi già diversamente raggiunti, negli anni intermedi, da parte dei partecipanti. Ad esempio, l'indicazione della castità prematrimoniale e l'informazione dei metodi naturali vengono offerte a soggetti che si continua a ignorare, nel dato prevalente che li concerne, di aver avuto, tutti o quasi, rapporti sessuali ripetuti con il ricorso agli strumenti contraccettivi oggi largamente in uso. Senza dimenticare il crollo statistico di audience e di mantenimento del «pubblico», intervenuto dopo la celebrazione della cresima. E il nuovo abbandono di costoro a matrimonio avvenuto, specie nei suoi primissimi anni, che si caratterizzano per un recentissimo e drammatico picco di crisi e di naufragi coniugali.
La formazione è attualmente la nuova frontiera dell'accumulazione e richiede progetti e strategie di largo respiro, adeguatamente monitorati e longlife: seri, stabili e per tutta la vita su ogni versante umano e professionale.
Lo stesso dicasi per la formazione dei genitori. Chi educa i padri e le madri a diventare educatori validi per i loro figli? Dove? Come? Quando? Lo Stato se ne fa carico, nei servizi sociali che ha predisposto, allorché si è in presenza di minori disturbati, in sofferenza, alcoolisti o tossicodipendenti. Ma educare è ben altro dal rieducare e, come scriverò in seguito, il fascino della normalità deve superare di gran lunga, e battere, il mistero o l'intrigo inquietanti della patologia. Poche sono comunque le esperienze di questo tipo in Italia. Scuole per genitori o corsi similari sono scarsamente diffusi nel nostro Paese e, laddove presenti, sono per lo più espressione di organizzazioni private o prossime all'ispirazione evangelica. Maggiori le strutture di tale livello che si danno in altri Paesi dell'Europa occidentale o negli USA.
Investire nella formazione è un impegno e un obiettivo che accomunano largamente nel presente laici e cattolici, anche in pedagogia. La stessa economia, la politica pensata, ma non ancora praticata, e la sociologia li hanno fatti propri (e l'hanno addirittura coniato quale slogan) nella misura in cui si parla e si scrive oggi abitualmente di sistema formativo integrato e non già di sistema produttivo integrato (pure se la globalizzazione ne è in qualche modo una peculiare variante). Tuttavia, non sempre la persona è vista come il fine delle scelte e delle azioni; a volte, come in certe logiche confindustriali, è ancora considerata un mezzo: uno strumento. Resta comunque il fatto che l'enfasi portata, nell'ultimo decennio, sulla formazione non trova riscontro nelle epoche precedenti.
In pedagogia e non da ultimo in pedagogia scolastica, la formazione si articola odiernamente in tanti luoghi. Come per la leadership e la managerialità, si assiste a una diffusione della formazione.
Luoghi temporali (formazione iniziale, in itinere, conclusiva, in servizio ecc.), spaziali (nella scuola, nell'università, nei Teachers' Centres, a cura del MIUR o degli IRRE: gli Istituti Regionali di Ricerca Educativa, nelle strutture private, «a distanza», nei consultori familiari, nelle parrocchie, da parte di associazioni e organismi ideologicamente e differentemente orientati ecc.), contenutistici (formazione psico-socio-pedagogica, disciplinare-culturale, metodologico-didattica dove la stessa didattica ha assunto attualmente un significato più esteso e onnicomprensivo, scientifico-procedurale, tecnologico-strumentale, organizzativo-gestionale). E ancora, ad esempio, all'interno di quella psico-socio-pedagogica, la formazione della persona o «l'addestramento alla relazione con l'altro». E poi gli ulteriori spazi vicini alla formazione: l'aggiornamento (con tutti gli aggettivi che lo caratterizzano), l'informazione, l'informazione formativa ecc.
La formazione ha però fame di organizzazione come del resto gli ambiti della competenza e della sperimentazione.
La pedagogia ha individuato sinora l'organizzazione solo a livello temporale nel management possibile della formazione permanente. Occorre determinarne anche la dimensione organizzativa unitaria.
La mia proposta è a favore della formazione personale e relazionale. E dunque: la formazione permanente personale e relazionale.
Formare significa dar forma a ciò che già c'è per creare ciò che non c'è ancora. È l'opzione della storia comunque hegelianamente intesa: «tutto si crea e niente si distrugge», di contro all'antica e pur valida ipotesi di Lavoisier: «in natura nulla si crea e nulla si distrugge».
La formazione è un'azione organizzata e, come tale, nelle procedure dell'interazione e dell'integrazione, richiede, perché possa raggiungere il suo obiettivo, che siano posti in relazione tra loro, sino a caratterizzarli quale sistema vivente unitario, il formatore con il formando, il contenuto della formazione con i suoi tanti strumenti, i processi con i prodotti, le competenze acquisite con quelle in fieri o soltanto progettate ecc. Il tutto però nel medesimo spazio-tempo formale della teoria e contenutistico-articolato della prassi.
La formazione, cioè, è e si deve caratterizzare come un sistema.
Ancora: la formazione, permanentemente attuata, si configura come un processo ineliminabile oggi nella scuola e nella società. Per la funzione docente e per la componente non docente, in primis per il dirigente chiamato a governare l'autonomia dei singoli istituti scolastici. Per la funzione discente, di cui si parla poco e nei cui riguardi si fa ancora meno (e la formazione non può essere appannaggio soltanto della funzione docente o di chi è già fuori del sistema scolastico). Un esempio: nelle università, gli studenti, futuri professionisti-manager, godono di informazioni, ma assai raramente di formazione personale e relazionale. Per i coniugi, i genitori, gli amministratori pubblici e privati, i politici, gli animatori sociali, gli educatori delle micro e macro iniziative variamente pensate e attuate, i catechisti, i sacerdoti ecc., non si è all'anno zero, ma di certo non si è molto avanti.
La formazione, risorsa di partenza e risorsa di arrivo nell'organizzazione umana e societaria e nell'istituzione scolastica (a modello della catena neuronica), necessita, dunque, di disporre di maggiori e ulteriori investimenti.
La formazione, infine, a livello sia formale che contenutistico, è un processo; la competenza è, sui medesimi piani, un prodotto. La formazione, nella persona, è prevalentemente per sé; la competenza è soprattutto per l'altro.
La competenza è l'esito della formazione. E, in quanto tale, è la ricaduta immediata di una formazione (ad esempio di quella personale e relazionale) o è il precipitato mediato dell'interazione e dell'integrazione tra molteplici risorse formative.
In questa prospettiva anche la competenza, come la formazione, è una figura organizzata di formazioni. Addirittura ogni singola competenza è costantemente la figura organizzata delle competenze di cui un determinato individuo globalmente dispone in un particolare momento della sua esistenza.
La competenza è uno stile che rimanda sinergicamente all'efficacia e all'efficienza.
La competenza è anche una formazione in situazione, nel qui e ora dello spazio e del tempo e nello svolgimento di una specifica professionalità o mansione. Ad esempio, l'insegnante di italiano e storia, docente in un determinato istituto, già formato e competente nella didattica delle sue discipline, che continua permanentemente a formarsi nella sua competenza, nel lì e allora in cui è posto. Oppure il genitore che trasmuta correlativamente con la crescita del figlio e a vantaggio di quest'ultimo o che cambia ancora con la nascita di un secondo bambino e pure il coniuge che riadatta se stesso all'evoluzione del partner nella ricontrattazione di una dinamica coniugale e familiare che segue le loro età, le loro vicende e il divenire medesimo dei figli sino all'avvento del cosiddetto nido vuoto. Come dire, ulteriormente, che la formazione è il «tempo» della competenza e la competenza è lo «spazio» della formazione.
Nella prospettiva delle nuove (e antiche) emergenze educativo-didattiche della scuola italiana contemporanea (ovverosia le sue sfide), un particolare interesse rivestono poi oggi anche le recenti competenze (e i processi formativi a monte e a valle) relative ai tutors nelle classi di passaggio da un livello di scuola a un altro e nelle università oppure quelle da mettere a disposizione degli studenti portatori di handicap e del disagio nelle sue varie accezioni, quali risposte importanti a favore del superamento o della diminuzione del disadattamento e della stessa mortalità scolastica pure negli atenei italiani.
Formazione e acquisizione di competenze che rinviano, in ultima istanza, al delicato e strategico problema della formazione dei formatori. Perché se la formazione non si improvvisa, i formatori egualmente non si inventano all'istante e richiedono l'allestimento e la pratica di itinerari specifici e adeguati, controllati e sottoposti a supervisione continua e costante.
Il dialogo serrato e coinvolgente tra le risorse e gli investimenti (di cui si è detto) esige pertanto che, attualmente, ciascuno e tutti (lo Stato) decidano (e realizzino) di investire molto di più di quanto si dà al presente nella direzione della formazione-competenza-sperimentazione, dove quest'ultima è parimenti la figura organizzata (come la formazione e la competenza) di un osservatore partecipe, di un osservato partecipe in un ambiente partecipato unitario di risorse umane e materiali molteplici. Mentre l'impossibile neutralità valutativa della scienza contemporaneamente interpretata e della pedagogia pretende sempre e comunque che lo scienziato-operatore non proietti, nelle sue categorie concettuali e operative, i «vizi di forma» delle sue varie collocazioni.
In sintesi, tutta la pedagogia è in qualche modo «pedagogia sperimentale».
Essa è chiamata continuamente a interrogarsi in ordine a se stessa, ai modelli che elabora, alle ricerche-azioni che vi discendono e nelle quali è presente.
La triade formazione-competenza-sperimentazione è la risorsa strumentale prioritaria che consente a tutti gli uomini, e quindi agli educatori, di governare il cambiamento che li riguarda nella società e nella scuola, nella prospettiva del sistema formativo integrato inteso come nuovo patto sociale fra i portatori della domanda educativa e quelli dell'offerta dei servizi da preporvi.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 81-85)

