La Chiesa
e i giovani
Michele Corsi
È indispensabile che la Chiesa sia vicino ai giovani. Sempre che lo voglia davvero. Che conosca il loro linguaggio (i loro sogni, le loro aspirazioni e le loro paure) e lo pratichi anche un po' senza ipocrisie o falsi pudori. Che per ciascuno di loro sia Padre, Madre e Maestra. Come il Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento. Non i giovani in generale o come categoria evolutiva astratta. Ma questi giovani, di oggi.
È necessario innanzitutto che ci si renda conto che l'Italia come del resto tutto il mondo occidentale ricco e industrializzato sono da considerare una terra di missione dove il messaggio evangelico va innestato, con pazienza e misura, in una serie di tradizioni e abitudini, schemi mentali, da accogliere e rispettare perché siano poi gli stessi soggetti interessati a volerli gradatamente modificare e superare.
La fede va quindi proposta, inizialmente, come una sorta di provocazione culturale a persone (preadolescenti, adolescenti e tardoadolescenti) che sono espressione di una società radicalmente diversa da quella che ha accompagnato e consentito la crescita di quanti sono attualmente adulti e hanno compiti educativi: sacerdoti, vescovi e suore compresi.
Sono solito dire che quella che abbiamo di fronte è la generazione delle bistecche, di contro alla nostra, di educatori, che era in larga parte quella delle polpette. E questo fatto non può non avere più di un significato: dall'alimentazione allo sviluppo corporeo, alle dinamiche socio-affettive e sessuali-relazionali, all'impegno (poco o tanto) che professano.
D'altro canto, ad esempio, quando noi adulti eravamo ragazzi, in televisione il massimo della «trasgressione» era rappresentato dalle gemelle Kessler in costume intero, calze fitte di rete e piume in quantità, per coprire i «nodi» nevralgici dell'attenzione curiosa e indagatrice.
È ben altro quanto i bambini e i giovani di oggi possono vedere dalle 20 circa di sera nei canali italiani (con l'eccezione pure dei programmi che si ricevono tramite parabola o le pay-tv anche a vantaggio di molti genitori e che a qualunque ora del giorno e della notte trasmettono film erotici, significativamente violenti o programmi assimilabili). Sono stimoli «pesanti» che vanno a colpire soggetti in crescita (e altri individui nemmeno tanto maturi). Senza esclusione delle preadolescenti e delle adolescenti. Anzi. In un sistema sociale, per giunta, spaventato e povero di speranza, ancorché opulento, in contrasto con i Paesi poveri del Sud del mondo.
Una Chiesa cattolica, quella attuale (ma potrei dire lo stesso di molte altre confessioni religiose), che, mentre ha odiernamente (poco male se era lo stesso pure in passato, ma allora essere adolescenti era un «lusso» di pochi) pratiche consolidate di catechesi per bambini e fanciulli (prima comunione e cresima), che sarebbero anch'esse da rivisitare perché mostrano già le crepe e i segni di un tempo che non c'è più, è assolutamente impreparata e scoperta sul versante dell'evangelizzazione e della formazione dei giovani. Che conoscono poco e neppure direttamente. Con deroga unicamente per quelle minoranze che, per scelta autonoma o per bisogno di dipendenza o perché figli di famiglie praticanti, frequentano i gruppi ecclesiali esistenti, parrocchiali o meno.
Ma qual è l'offerta spirituale mediamente avvincente e contemporanea per la stragrande maggioranza (il 95-96%?) dei ragazzi e delle ragazze che affollano le vie del centro nel pomeriggio, le sale gioco, le discoteche, i muretti o i parcheggi dei motorini?
Come ci si accosta a loro?
Innanzitutto, bisogna esserne convinti: i giovani sono in gamba. Non si può non fare il tifo per loro. Hanno voglia di provare e di osare, di cambiare. Un po' meno o un po' più di noi. Anche se a volte ci spaventano, perché si buttano, talora, nella vita «senza rete» e senza proteggersi. Ma per questo ci siamo noi grandi: genitori, insegnanti, educatori ecc. Pelle più dura per la loro carne tenera. E con noi ci dovrebbe essere la Chiesa. O le Chiese.
I giovani vanno ascoltati e non giudicati. Accompagnati in quella crescita che già Anna Freud al principio del secolo scorso considerava come espressione di un «disturbo evolutivo». Soggetti, che hanno abbandonato (e non potevano fare altrimenti) la sicurezza e la quasi cieca fiducia negli adulti della loro infanzia e non hanno ancora raggiunto, né era possibile diversamente, le nuove «certezze» e la stabilità di una maturità tutta da perseguire. Possibilmente senza grossi traumi e ferite, quali sono quelli rappresentati, oggi, dall'alcool, dalla droga e dall'AIDS.
E basta con il proporgli, o peggio con l'imporgli, soltanto un elenco di doveri! Agendo così, li respingiamo lontano. Siamo distanti mille miglia dalla loro cultura e da quella di questa società; dalle loro paure e dalle loro scoperte. Bisogna unicamente, all'inizio, saperli tenere vicino o meglio porre le basi perché acconsentano a farci «sedere accanto». Con garbo e gradualità nel tempo e negli stili comunicativi.
Con i giovani va piuttosto agita la prassi della carità delle Questioni di etica sessuale di Paolo VI dei primi anni '70 del secolo scorso.
Vogliamo perdere folle di ragazzi e ragazze per la tappa obbligata e insostituibile della masturbazione, dei primi baci un po' prolungati e quant'altro?
Vogliamo raccontare anche a loro quello che qualche confessore ci rammentava quando eravamo giovani e cioè che la sorella (morta) di San Vincenzo Maria Ferreri gli apparve in sogno per segnalargli che «ogni peccato veniale era un giorno di purgatorio»?
È necessario far crescere in loro, lentamente e amabilmente, il gusto della responsabilità e della scelta. E sullo sfondo il desiderio di Dio. Per chi vuole.
Per questo, occorrono sacerdoti e catechisti formati allo scopo. Non improvvisati o fuori tempo.
Perché, prima di ottenere dei credenti, ci si deve dare da fare, e molto, per avere degli uomini e delle donne. E comunque non sono possibili i primi senza i secondi. Oggi come ieri. O forse a maggior ragione proprio oggi perché ieri non si è potuta sempre riscontrare la corrispondenza tra posizioni di fede e personalità mature e robuste, coerenti e ricche di valori pure civili.
In sintesi: misericordia e giustizia devono andare a braccetto, per questa terra e per il regno dei cieli, da parte di chi crede.
Alcune ultime «memorie» su cui riflettere: la parabola del figlio prodigo (e, con essa, quella della pecorella smarrita) e l'incontro di Gesù con la Maddalena. Senza giudizi o condanne.
La Chiesa è capace di questo, oggi?
Va con questo spirito attualmente verso i giovani? Una Chiesa che può avere anche nemici, ma che non può viverli come tali!
Parla loro di speranza, fiducia, impegno sociale e paradiso, oppure li intrattiene sul peccato e sull'inferno, confondendo le fragilità psicologiche della droga, dell'alcool e del sesso «senza rete» (alla ricerca di carezze non avute e riconoscimenti negati) con il peccato?
A vescovi, sacerdoti, suore e cattolici impegnati il compito di tirare le somme e decidere di conseguenza.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 111-113)

