La comunicazione negata
nella società dei mass media
Antonio Nanni
L'attenzione della Chiesa
per i riflessi educativi e culturali della comunicazione mediatica
Scrivono i vescovi italiani nel documento pastorale Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia al n. 39: "un campo in cui stanno emergendo grandi potenzialità è anche quello della comunicazione sociale. Nuove opportunità di conoscenza, scambio e partecipazione accompagnano le innovazioni tecnologiche in questo ambito. Ci troviamo di fronte a una nuova cultura che nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici. La possibilità di comunicare in modo nuovo e diffuso è un bene di tutta l'umanità e come tale va promosso e tutelato. Quanto più potenti sono i mezzi di comunicazione tanto più deve essere forte la coscienza etica di chi in essi opera e di chi ne fruisce. È necessario pertanto che la comunicazione sociale non sia considerata solo in termini economici o di potere, ma resti e si sviluppi nel quadro dei beni di primaria importanza per il futuro dell'umanità.
Oltre a questo testo ci sembra poi importante tener conto delle indicazioni che vengono offerte in Etica delle comunicazioni sociali dal Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali (maggio 2000), dove si dice che l'impatto delle comunicazioni sociali è fortissimo. Le persone non solo trasmettono e ricevono informazioni e idee attraverso questi strumenti, ma spesso la loro esperienza umana diventa un'esperienza mediatica. I mutamenti tecnologici stanno rendendo i mezzi di comunicazione sociale sempre più diffusi e potenti.
La vasta gamma e la diversità dei mezzi di comunicazione sociale accessibili a chi vive nei paesi ricchi sono già sorprendenti: libri e periodici, radio e televisione, film e video, registrazioni, comunicazione elettronica trasmessa per onde radio via cavo, via satellite, via internet.
Questi mezzi di comunicazione sociale sono strumenti importanti di educazione in numerosi contesti, dalla scuola al luogo di lavoro, e in diverse fasi della vita: i bambini in età prescolare che vengono introdotti alla lettura e alla matematica, i giovani che ricevono una formazione vocazionale o diplomi, gli anziani che cercano di apprendere cose nuove nei loro ultimi anni; questi e molti altri hanno accesso a una ricca e crescente panoplia di risorse educative mediante questi mezzi.
I mezzi di comunicazione sociale sono strumenti di istruzione in molte scuole. Oltrepassando le mura delle aule, gli strumenti di comunicazione, incluso Internet, varcano le barriere della distanza e dell'isolamento, offrendo opportunità di apprendimento a chi vive in zone remote, perfino alle religiose e ai religiosi di clausura, a chi è costretto in casa, ai detenuti e a molte altre persone.
Nella società multimediale la comunicazione
incide più delle tradizionali agenzie educative
Radio, televisione, computer, reti telematiche, satelliti e Internet ci hanno già introdotto nella dimensione planetaria delle comunicazioni. Si parla sempre più spesso di società "virtuale" dove l'esperienza diretta, il rapporto vitale con le cose, il contatto emozionale con altre persone vengono messi seriamente in pericolo. C'è chi parla della `morte del reale in una società dei simulacri dove trionfano le apparenze, le ombre, le maschere e dove tutto rischia di trasformarsi in spettacolo.
Cyberspazio, agorà telematica, intelligenza collettiva, cybercultura, ipermedialità, potere virtuale, autostrade informatiche, comunicazione digitale... sono parole sempre più ricorrenti per fotografare la società attuale. E tuttavia, com'è scritto nel Rapporto all'UNESCO della Commissione internazionale per l'educazione nel XXI secolo, "lo sviluppo delle nuove tecnologie non diminuisce per nulla il ruolo degli insegnanti, ma anzi lo aumenta, lo cambia in profondità e offre loro un'opportunità che essi debbono saper cogliere. Certamente, in una società dell'informazione gli insegnanti non possono essere più considerati come i soli depositari di un sapere che essi debbono soltanto trasmettere alle generazioni più giovani: essi diventano per così dire dei partner in un fondo collettivo di conoscenze che spetta loro organizzare, ponendosi fermamente all'avanguardia del cambiamento" (J. Delors, 1997).
Osserva Roberto Maragliano che le nuove tecnologie della comunicazione, come la televisione e il computer, non sono semplici macchine, ma apparati di conoscenza, metafore di un nuovo regime mentale caratterizzato da fluidità, contaminazione, interattività. E questa la ragione per cui scuola, famiglia, associazionismo non possono più assistere immobili, quasi paralizzati, alla rivoluzione in atto. Né possono continuare a rifugiarsi dentro ad un'immagine di conoscenza e di esperienza che appartiene ad un'altra epoca. Assistiamo infatti al declino dell'uomo tipografico e del suo modo di pensare e di rappresentare la realtà. Scrive Giovanni Sartori: "il video sta trasformando l'homo sapiens prodotto dalla cultura scritta in un homo videns nel quale la parola è spodestata dall'immagine. Tutto diventa visualizzato" (G. Sartori, 1997, p. 11). Le riflessioni semplici e profonde di Sartori, quasi banali per la loro evidenza, colgono una verità essenziale. I nostri bambini guardano la televisione per ore e ore, prima di imparare a leggere e scrivere. La televisione sta producendo una permutazione, una metamorfosi, che investe la natura stessa dell'homo sapiens. La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, viva, uno strumento "antropogenetico", un medium che genera un nuovo tipo di essere umano.
Il bambino la cui prima scuola è la televisione è un animale simbolico che riceve il suo imprinting, il suo stampo formativo da immagini di un mondo tutto centrato sul vedere. In questa paideia il problema di fondo è che la televisione ha allevato e sta allevando l'uomo che non legge, la torpidità mentale, il "rammollito da video", l'addetto a vita ai videogames. Una vera e propria "digital generation". Proprio all'interno di questo "ambiente multimediale" i giovani di oggi acquistano la propria identità di individui e definiscono il loro rapporto con la realtà, con l'altro, con se stessi. Per questo si parla anche di "videosocializzazione" (Martelli, 1997). Il bambino e il ragazzo del presente sono individui intrinsecamente multimediali, che vivono un rapporto simbolico con le macchine e i loro linguaggi.
La presenza dei mass media e dei new media nelle case degli italiani
Ma il problema di questa nuova "dipendenza" non riguarda principalmente i preadolescenti. E riguarda gli adulti, i genitori, le famiglie. Viviamo in un contesto familiare affollato di media vecchi e nuovi, usati in modo consumistico e frammentato, tv sempre in testa. E' questo lo scenario che emerge dal primo Rapporto sulla comunicazione in Italia presentato a Roma nel luglio 2001, intitolato "Offerta di informazione e uso dei media nelle famiglie italiane", promosso dall'Ucsi (Unione cattolica della stampa italiana) e curato dal Censis.
Le case degli italiani sono stracolme di media. Nel 98% dei casi, televisioni e nel 95%, radio; ma appare significativo che nel 71% delle abitazioni ci siano regolarmente dei quotidiani, nel 59% settimanali e mensili, nel 77%, libri e nel 43%, computer (le percentuali scendono ancora per videoregistratori, dvd, decoder e videogame). Il 31% (15 milioni e 630 mila) fa uso in casa di un computer, ma oltre il doppio (68%) pur avendone la disponibilità, ne resta lontano. Se 1'85% delle
famiglie è invasa dai cellulari, solo il 20% (poco più di 10 milioni) si connette più o meno assiduamente a Internet, a fronte di quasi 40 milioni di persone che ad esso sono estranee.
Dal rapporto emerge inoltre che "gli italiani si ripartiscono in cinque gruppi principali di comportamento a seconda del numero e del tipo di media utilizzati nell'arco di una settimana". Nel primo gruppo (10%) troviamo cinque milioni della popolazione italiana, tra i 14 e gli 85 anni, che fanno uso di un solo mezzo di comunicazione di massa: la televisione. Sono in maggioranza donne e per lo più senza titolo di studio. Nel secondo gruppo c'è la maggioranza "relativa" degli italiani: 19,4 milioni, pari al 39,6% della popolazione, che usa due media: la tv e la radio o la tv e i quotidiani. C'è poi il gruppo di coloro che "non rinunciano ai libri", pari a 16,3 milioni di italiani, il 33,1% della popolazione. C'è poi la "futura classe dirigente, giovane e onnivora di media", pari a 6,9 milioni di italiani, il 14% della popolazione, che utilizzano costantemente sei o sette media tra cui il computer e Internet, oltre alla lettura di libri e periodici. Infine l'ultimo gruppo, pari ad 1,5 milioni di italiani, il 3,1% della popolazione, composto dalla "nicchia degli esperti, pionieri dei new media", che utilizzano otto o più media costantemente durante la settimana, compresi videoregistratore, dvd, tv satellitare.
Insomma, si potrebbe credere che quest'ampia gamma di mezzi a disposizione faciliti la comunicazione tra le persone: eppure non è così. La ricchezza di strumenti non comporta affatto il miglioramento automatico della qualità della comunicazione all'interno della famiglia.
La televisione e la famiglia
Abbiamo già osservato che a farla da padrone tra tutti gli strumenti è la televisione. Nel 98,7% delle case degli italiani c'è almeno un televisore; e nel 52,8% delle famiglie ci sono da 2 a 5 apparecchi televisivi. Le problematiche relazionali, comportamentali e di salute connesse all'invasione della televisione, soprattutto nella vita dei minori, sono oggi più che mai oggetto di studi. Un recente studio del Censis sul tema "Media e minori nel mondo" (febbraio 2002) ha analizzato il mercato mondiale della televisione: il 70% delle famiglie possiede un televisore. Ogni dodici mesi gli utenti Internet in tutto il globo raddoppiano e l'industria di video e computer game è il business per l'intrattenimento elettronico in più rapida crescita e con maggiori profitti. Le differenze Nord-Sud del mondo sono notevoli. Il 70% degli utenti Internet vive in Nord America e in Europa. In molti paesi europei, in Giappone, Australia e Nord America i ragazzi possiedono in casa (spesso nella loro camera) tutta la tecnologia multimediale immaginabile. Mentre in Africa, Asia, America Latina la radio è il mezzo più diffuso.
Gli studi sulle violenze presentate in tv e sui loro effetti concordano ormai tutti nell'affermare che i risultati sugli spettatori sono effettivamente: abitudine alla violenza, paura verso la vita, percezione distorta della giustificazione della violenza nella realtà; ma questi risultati sono fortemente condizionati dai diversi contesti socio-geografici nei quali vive il soggetto. L'influenza dei media non è mai diretta e unica, ma determina impressioni mentali e attiva, come un interruttore, orientamenti e comportamenti che variano a seconda dell'esperienza personale dell'individuo.
L'ambiente familiare ha quindi un'importante rilevanza nella percezione della televisione da parte dei bambini, occorre pertanto che i genitori interagiscano con questa realtà per trarne quanto di positivo essa può offrire.
L'infanzia, il computer e Internet
Per i più piccoli non è soltanto la televisione a preoccupare i genitori. Dal 2° rapporto nazionale sull'infanzia, la preadolescenza e l'adolescenza di Eurispes-Telefono Azzurro (2001) apprendiamo che l'alfabetizzazione informatica dei giovani italiani procede lentamente, ma procede. La percentuale dei ragazzi dai 17 anni in poi che non usano mai il computer è del 6,4% contro 1'11% dei ragazzi sotto i 16 anni, mentre fra i primi quelli che utilizzano il pc tutti i giorni è del 30% contro il 28,3% degli under 16. Per quanto concerne le distinzioni tra sessi, nei differenti livelli scolastici, la media è leggermente superiore tra le bambine delle scuole elementari con un utilizzo medio del 53,2%, tra i ragazzi delle scuole medie con un utilizzo assiduo del 66,3%, mentre nelle scuole superiori vi è un maggiore equilibrio tra i due sessi, anche se i ragazzi hanno una frequenza giornaliera assai più assidua del 39% contro il 18% delle femmine.
Il luogo in cui viene utilizzato il computer, per tutte le fasce d'età, è senza dubbio la propria abitazione, con una percentuale del 68,6% per le scuole elementari, del 62,8% per i ragazzi delle medie e del 65% per quelli delle superiori. La diffusione di Internet in questi ultimi anni è stata stupefacente: al 31 ottobre 2000 erano ben 14 milioni le persone ad avere un pc, e 9,5 milioni si collegavano ad Internet. Sicuramente l'informatizzazione che la nostra società sta conoscendo è una rivoluzione straordinaria, utilissima per molti aspetti, ma alla quale si deve andare incontro in maniera ponderata, cauta, per proteggere i soggetti più deboli - in primis i bambini.
Il mondo dell'educazione deve reagire allo strapotere della televisione
Nella società dei mass media la comunicazione è "negata" se non si riesce a controllare la fruizione solitaria e la dispersione degli individui dietro la molteplicità dei mezzi di comunicazione. D'altra parte le famiglie diventano sempre più consapevoli che la tv le sta spodestando: la televisione è lo strumento che più sembra preoccupare non solo i genitori, ma anche educatori, pedagogisti e psicologi. Ad essa si rimprovera l'aggressività dei messaggi, l'eccessiva dose di pubblicità, l'effetto di dipendenza e lo stimolo al consumo. Certo, la situazione in Italia pare lontana da quella che ha indotto Marie Winn, negli Stati Uniti, a scrivere un manuale per la disintossicazione televisiva intitolato Stacchiamo la spina alla droga tv, in cui vengono proposti dei "contratti" per le settimane senza tv. Ad esempio, per la prima infanzia si parla di "cerimonie di allontanamento" dalla televisione e di "giorno della ricompensa" per il digiuno televisivo.
In Italia, Mario Lodi si è fatto portavoce di un giudizio molto critico sul ruolo della tv. Più equilibrate le posizioni assunte dalla psicologa Anna Oliverio Ferraris (1997). Inoltre hanno suscitato sorpresa e interesse i giudizi molto critici espressi da pensatori di rilievo come Giovanni Sartori (1997), Pierre Bourdieu e Karl R. Popper secondo cui "la televisione produce violenza e la porta in case dove altrimenti violenza non ci sarebbe. Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà stato pienamente scoperto". Com'è noto, nel 1994, poco prima di morire Popper ha rilasciato un'intervista (cfr. Cattiva maestra televisione) in cui arriva a proporre forme di censura sui programmi più diseducativi. Altrettanto allarmata si è levata, in tempi più recenti, la voce di papa Wojtyla sull'influenza negativa che il mezzo televisivo può avere sulla formazione, e cioè sulla mentalità e i comportamenti, degli individui più indifesi.
Uno dei più importanti filosofi liberali del Novecento e il massimo esponente della Chiesa Cattolica si trovano dunque d'accordo, con apparente paradosso, nel mettere in guardia dai pericoli della televisione, a proposito di formazione e violazione delle coscienze. A questi interventi va aggiunto il monito di Hans Georg Gadamer in una intervista rilasciata a "Il Corriere della Sera" (7 febbraio 2000) in occasione del suo centesimo compleanno: "la tecnica è una nuova forma di schiavitù. Tutta l'informazione è una catena intelligente di schiavi". Dall'alto della sua esperienza di vita Gadamer ha lanciato un monito alle nuove generazioni, con l'augurio di "non lasciarsi irretire troppo nella rete di Internet, che imparino a riconoscere i limiti, di se stessi e del proprio sapere". Secondo Gadamer attraverso l'informatica "siamo tutti schiavi, dei media e dei nuovi media", ma "non come nell'antichità, in modo ben più raffinato: siamo schiavi pensando di essere padroni. Tante
informazioni, troppe informazioni, non danno il tempo di pensare". Secondo i dati dell'indagine condotta da Eurispes e Telefono Azzurro, i bambini italiani durante gli anni della scuola dell'obbligo trascorrono mediamente 15000 ore davanti alla televisione (mentre trascorrono tra i banchi di scuola 11.000 ore), esperienza che li porta, al termine della terza media, ad aver visto sul piccolo schermo, tra le altre cose, la rappresentazione di oltre 18000 omicidi. La televisione, quindi, non è una presenza trascurabile nella vita di bambini e ragazzi.
In uno studio molto documentato Paola Dal Toso ha scritto che "1'identikit del bambino televisivo assomma caratteristiche di isolamento dal sociale, di incremento di nuovi bisogni legati al consumo, di più intenso sviluppo logico-linguistico, di dilatazione del campo di esperienze, di indebolimento etico-affettivo (a vantaggio del cognitivo), di incremento dell'aggressività, di regressione del gioco socializzato e della creatività fantastica, libera e personale. La pubblicità è la prima fonte di spettacolo a cui si avvicinano i bambini: è di facile comprensione, ha movimento, colore, immagini suadenti, attrae più di ogni altra cosa, con canzonette e musichette facilmente orecchiabili. La pubblicità piace ai bambini perché è ripetitiva come le favole" (P Dal Toso, 1996).
In una situazione tanto complessa, è indubitabile che per "addomesticare" tv, computer e l'intera cultura video-mediale ci sia bisogno di una più forte sinergia fra tutte le tradizionali agenzie educative (famiglia, scuola, associazione, Chiesa). Si pensi alle esperienze dei teleforum, alle nuove figure di operatori della comunicazione, agli `animatori videomediali di comunità, a incontri con le famiglie per imparare il linguaggio dei media... in una parola alla cosiddetta Media-Education che diventa sempre più centrale nella nostra società.
Per l'introduzione della Media Education nella scuola
Con il termine "Media Education" si intende, nel mondo anglosassone, quell'area del curricolo scolastico che si occupa dei media e dei loro linguaggi. Tradizionalmente essa prevede due tipi di attività: quelle indirizzate a far acquisire al ragazzo la capacità di rapportarsi criticamente ai messaggi dei media e quelle che sono invece orientate a far sì che egli con i linguaggi dei media si sappia esprimere.
L'uso della Media Education ha portato risultati interessanti: in Canada è stata usata come educazione al consumo critico, negli Stati Uniti come difesa dall'eccessiva presenza della violenza in televisione, in America Latina come forma di resistenza al dominio ideologico e alla mancanza di pluralità informativa, in Australia come tutela del minore e della popolazione autoctona. Quindi questo tipo di educazione può contribuire ad edificare una nuova idea di cittadinanza, soprattutto se riesce ad educare alla trasformazione dell'informazione in conoscenza: "se il sapere oggi disponibile si distingue per la sua frammentarietà, la sua dispersione, la logica reticolare in cui è organizzato, allora un progetto di educazione alla comunicazione potrà consistere nella promozione delle competenze necessarie a comporre i molteplici input informativi in sintesi organiche, convertendoli di conseguenza in risorsa di conoscenza" (Ottaviano-Rivoltella, 1998).
Anche Maragliano sollecita l'impiego delle tecnologie educative nella scuola: egli parla di edutainment, termine che nasce negli Stati Uniti dalla fusione di educativn (educazione) e entertainment (divertimento), che consiste nel pensare la multimedialità "come ambiente di lavoro, esattamente come la scrittura è stata fin qui l'ambiente di lavoro (esclusivo) dell'azione scolastica. Cioè ripensare-ridefinire i contenuti e le forme dell'insegnamento in un'ottica di integrazione piena tra l'autorevolezza della macchina del sapere per eccellenza (il libro) e la forza d'urto delle macchine dello svago e del coinvolgimento (tv e cinema, ma anche videogioco).
La stampa, la TV, il telefono, il computer, i media nel loro complesso - dice Maragliano - "fanno sistema": si appoggiano l'uno all'altro, integrano le loro funzioni, entrano in rapporti di dialogo e di scambio reciproco. Anche i saperi che i media veicolano "fanno sistema": i loro rapporti e i loro movimenti interni sono di sostegno reciproco, di integrazione, di dialogo. Tutto si mescola con tutto, al di là delle tradizionali visioni dell'accademia e dello scaffale.
Per tutte queste ragioni Maragliano è uno dei più avvertiti sostenitori della necessità di un superamento, in ambito didattico, della cultura del libro: secondo una forma, cioè, che privilegia l'articolazione lineare della conoscenza, la sua divisione in blocchi autonomi, la logica dimostrativa, il ragionamento ipotetico-deduttivo, ecc. (...) I media post-gutenberghiani sono indubbiamente destabilizzanti, perché attivano altre forme: la contemporaneità, la contaminazione, la logica mostrativa, il ragionamento analogico, ecc." (Maragliano 1994). Fino a 50 anni fa si diceva: "o la penna, o la zappa". E il progresso era dalla parte della penna. L'equivalente di oggi sembra essere: "o la penna o il computer". E il progresso questa volta è dalla parte del computer, a tal punto che Umberto Eco non ha avuto remore ad affermare: "anche un re, se non sa usare il computer, equivale ad un proletario". Forse ha esagerato, ma la forza del suo ragionamento sta nel fatto che abbia potuto pensarlo e proclamarlo come se fosse un'ovvietà.
L'educazione non può non interrogarsi su queste trasformazioni. Il processo di transizione da un modello sequenziale ad un modello reticolare del pensiero mette a dura prova la "tenuta" stessa delle tradizionali agenzie educative e del loro modello di comunicazione. Più il bambino è esposto ai mass media, alla realtà virtuale, più avrà bisogno di essere educato ai rapporti faccia a faccia, alla intersoggettività. Paradossalmente, nella società cognitiva e multimediale si sente ancora più bisogno di pedagogia narrativa e di valorizzazione delle emozioni e dei rapporti. Sta qui la "svolta" che siamo chiamati a compiere per uscire dalla comunicazione negata.

