La famiglia come

    palestra di democrazia:

    il rispetto di sé e dell'altro

    Michele Corsi

    La democrazia familiare, sia in termini concettuali che quale modalità interpersonale, è una conquista sufficientemente prossima nel tempo tanto della pedagogia quanto delle altre scienze umane e sociali.
    Il primo comportamento democratico, riferibile a questo istituto e del quale troviamo tracce ed elaborazioni significative nella storia più recente dell'educazione, è quello dell'autorevolezza, riguardato però generalmente come Io stile educativo-relazionale da assumere e praticare nel rapporto tra genitori e figli o meglio da parte dei genitori nei confronti dei figli, di contro sia all'autoritarismo che al permissivismo.
    L'autoritarismo, al di là dell'enfasi che portava sulla non discutibilità delle decisioni parentali e in particolare sulla figura del padre, si riconnetteva, invece, all'immagine dell'educando e del bambino come «vaso vuoto da riempire» o «argilla da forgiare», nella negazione dell'altro come persona con cui lavorare e crescere insieme.
    Il permissivismo, concetto più nuovo nella storia dell'educazione che si è strutturato e diffuso con l'avvento della società del benessere e delle sue macroscopiche distorsioni, evidenziava, al contrario, il silenzio educativo dei genitori nei riguardi delle condotte più o meno irresponsabili dei figli e delle loro tensioni.
    Tutti e tre gli stili e le culture sottese esprimevano, comunque, una lettura parziale o distorta della famiglia come sistema complessivo o prevalente di incontro-scontro tra genitori e figli, con una dimenticanza colpevole o con un'accentuazione minore in merito all'altro sottosistema della realtà familiare costituito dalla coppia coniugale, prima ancora della sua successiva strutturazione come diade genitoriale. Con tutti i danni che questa noncuranza più o meno estesa ha determinato in ordine alla formazione e allo «star bene» della vita matrimoniale o più odiernamente nei confronti della stabilità anche temporale di quest'organismo, pure sul versante della sua contemporanea interpretazione e pratica quale convivenza.
    Quando si portava, per converso, l'attenzione sull'uomo e sulla donna adulti, legati da un vincolo affettivo disturbato o negativo, si faceva riferimento ad altri termini e processi e si parlava piuttosto dell'arroganza e della prepotenza tra partner o di un contratto esplicito o implicito di vicendevole laisserfaire, particolarmente in materia di comportamenti etici e sessuali.
    Avere introdotto (definitivamente) il termine e la prassi della democrazia nelle relazioni educative familiari globalmente assunte ha significato, pertanto, far fare un salto di qualità alle teorie e alle condotte familiari, con la consegna che la dinamica democratica tra i coniugi è premessa e condizione del rapporto democratico con i figli, che costituisce peraltro un rinforzo positivo a vantaggio della prima situazione, nell'individuazione conclusiva della famiglia quale sistema unitario di legami reciproci e di costruzione di persone sane e vincenti.
    La democrazia in famiglia è cioè un nome collettivo che abbraccia l'intero nucleo e le sue relazioni con un potere formale attribuito a tutti i suoi componenti, di contro, ad esempio, alla già citata autorevolezza che lo ascriveva totalmente ai genitori con l'unica possibilità per i figli di riconoscere la saggezza educativa e l'equilibrio procedurale del padre e della madre.
    La democrazia in famiglia è, nondimeno, un cammino difficile da intraprendere e sostenere perché la famiglia è il luogo degli affetti per eccellenza e dunque dei sentimenti, delle paure, delle ansie, delle proiezioni e delle percezioni talora distorte di sé e dell'altro o degli altri reciprocamente.
    Ma al tempo stesso è indispensabile, specie oggi, per tutta una serie di considerazioni legate al progresso delle scienze umane e all'interpretazione e al futuro stesso della società e della famiglia, instaurare questo stile e questa prassi nelle condotte e nei rapporti familiari globali, non dimentichi che è in famiglia, nei primi anni di vita, a partire dall'equilibrio nelle relazioni fra i coniugi (o i conviventi) e dal loro affiatamento, che si costruiscono le premesse e le fondamenta delle strutture di personalità e dei comportamenti successivi degli individui, anche sul versante sociale e cognitivo.
    Ecco perché, già nel titolo di questo paragrafo, ho inteso evidenziare il termine «palestra» nell'enunciare la necessità della famiglia democratica. La palestra indica un luogo e un tempo in cui ci si allena per ottenere dei risultati positivi, a partire dal riconoscimento dei propri limiti e delle proprie debolezze. E dove le persone, gli atleti (e, in questa prospettiva, i coniugi, i genitori e non da ultimi i figli), seguono un piano adeguato di interventi, si impegnano a riflettere e infine a cambiare tutte le volte che è utile, con specifiche e opportune azioni di recupero quando non si sono raggiunti i naturali traguardi previsti e si è mancato un esito pure scontato e alla portata di mano.
    Solo che, nel caso della vita familiare, un siffatto esercizio termina unicamente con la morte della persona interessata perché, anche dopo la scomparsa del coniuge, rimangono il figlio o i figli, i nipoti, i ricordi e i documenti di una storia vissuta e testimoniata.
    Una palestra per ciascuno degli individui coinvolti e, correlativamente, per il mondo che li circonda.
    La parola chiave, lo stile interattivo fondante della democrazia e della democrazia familiare, è il rispetto di sé e dell'altro, nell'intenzione del rispetto reciproco.
    Tale termine indica, sin dal suo stesso etimo, la modalità del «guardare all'indietro», oltre alle accezioni più diffuse della stima e della deferenza.
    Un guardare all'indietro che, sulla scorta di Bettelheim, assume, a mio parere, ulteriori significati relazionali. E cioè la capacità, la decisione e dunque il pensiero (perché il rispetto non è soltanto un sentimento!) di indagare dentro di sé e averne memoria anche sul versante degli affetti, dei desideri, delle delusioni e delle frustrazioni provate e subite: uno scrutare all'indietro nel tempo e nello spazio della propria vita personale, con lucidità e con minori pregiudizi possibili, per essere in grado, circolarmente, di guardare avanti a sé e di incontrare correttamente l'altro, al fine di valutare e prefigurare insieme la fattibilità o meno di un futuro positivo comune e costruirlo nella reciproca educazione e con mutuo impegno. E, laddove se ne dovessero ravvisare l'impossibilità o l'impraticabilità, marcare, con rispetto, la differenza riscontrata e percorrere due strade diverse, auspicabilmente felici per ciascuno. Senza far venire meno la dovuta solidarietà, tutte le volte che è necessaria.
    Il rispetto, allora, è un comportamento «adulto» e consapevole esercitato mediante azioni e parole, da assumere e far crescere nella direzione del riconoscimento dei diritti, del decoro e della personalità propria e altrui e quindi nell'astensione da ogni manifestazione che possa invece impedirli od offenderli.
    Il rispetto è pertanto, nella sua matrice profonda, di marcata e evidente natura relazionale e rinvia, nella sua teoria e nella sua prassi, a un codice etico, esterno e precedente ai soggetti che lo adottano, e che poi, condividendolo, lo applicano e in qualche modo lo riscrivono così da ampliarlo nei significati e negli stili positivi. Simile o prossimo e comunque strettamente collegato e interdipendente con la definizione medesima di democrazia quale forma dì governo (qui: il governo di sé, dell'altro e della famiglia) in cui il potere risiede nel popolo e cioè nella collettività. Per l'evento che ci riguarda: nella famiglia e dunque nella coppia coniugale in forma congiunta con il sottosistema dei genitori e dei figli in rapporto tra loro.
    Un potere, quindi, che non è di qualcuno in particolare, ma che è di tutti, e che rimanda, per il suo corretto esercizio, al nucleo familiare nella sua interezza e alla rete complessa dei rapporti originati e strutturati da ciascuno, nel loro relazionarsi.
    La vita democratica, quale concezione politico-sociale e ideale etico, ma anche come sua stessa applicazione pratica, si fonda sulla garanzia della libertà e dell'uguaglianza (della parità, nel linguaggio della pedagogia familiare) di tutti gli individui, che esprimono la loro sovranità attraverso istituti politici diversi. Nel presente ambito di interesse: mediante scelte differenti e comportamenti affettivi, sociali e cognitivi, di sviluppo, tali da permettere a ognuno, su queste basi, la partecipazione al radicarsi del potere della famiglia nella sua totalità, in analogia con il potere pubblico sul versante della società.
    La democrazia familiare, a modello della democrazia globale, richiede adulti sani per la costruzione di futuri adulti parimenti sani.
    Ciò esige, imprescindibilmente, il dovuto ricorso alla formazione personale permanente dei soggetti che andranno a comporre un nucleo familiare, sin dalla loro stessa nascita e particolarmente a partire dall'adolescenza in ordine alla caratterizzazione del loro quadro di personalità, alle loro scelte affettive, ai loro comportamenti etici e al complesso dei valori che guideranno le loro decisioni e la natura stessa e la qualità delle relazioni coniugali e familiari che stabiliranno in avvenire. Occorre, cioè, un'effettiva pedagogia della famiglia o meglio delle famiglie a favore della crescita di ogni singolo individuo.
    Per il raggiungimento di quest'obiettivo, è indispensabile disporre da subito e in misura consistente di testimoni autentici della famiglia e, per l'ipotesi e il fine che qui ci guidano, di testimoni autentici e capaci della famiglia democratica. Memori, in questo, che educare è soprattutto testimoniare. Un'educazione, aperta e flessibile, che sappia accogliere, rimodellandosi a vantaggio di persone creative e non rigide, il nuovo e l'imprevisto che sopraggiungono e incalzano con velocità impressionante. Una pedagogia delle famiglie che adotti lo stile formativo e il quadro concettuale dell'educazione degli adulti e che si ponga come l'ultima espressione procedurale di questo specifico ambito di studio e di intervento.
    Nel contempo c'è da evidenziare immediatamente che il perseguimento di questi risultati non è, neppure ad oggi, una finalità impossibile perché si possiedono già modelli mirati di formazione, sia in Italia che nel resto del mondo, tipicamente in quello occidentale.
    Ma il dato negativo è che essi sembrano purtroppo coinvolgere, specie nel nostro Paese, un numero limitato di soggetti perché le dinamiche di coppia e di famiglia vengono ancora vissute, prevalentemente, come un fatto e un'esperienza di taglio privatistico, legati ai «misteri» dell'amore, della fortuna e della capacità individuale. Un trittico culturale che stenta tuttora a morire e che anzi, a mio parere, è alimentato da uno Stato distratto in materia, come se le ferite delle separazioni coniugali e familiari pure in ordine ai minori non rappresentassero un costo di natura economica, oltre che sociale e valoriale, per l'intera comunità. Né è molto dissimile la politica pastorale dell'altra grande organizzazione operante in Italia. Mi riferisco alla Chiesa cattolica e al suo fare poco, male e per giunta in ritardo, alla vigilia del matrimonio di un numero decrescente di quasi trentenni o di persone anche più adulte, all'insegna di un dovere sacramentale, comprensibilissimo sul piano della fede, ma disatteso con evidenza nella pratica, per cui il matrimonio, una volta celebrato, deve comunque durare, costi quello che costi, dimentichi che il dovere degli individui è legato al loro stesso volere e soprattutto al potere di ctii dispongono.
    Dunque, la nuova parola chiave, dopo il rispetto, è la scelta. La scelta dei singoli, accanto a quelle dello Stato, delle Chiese e di tutti gli altri possibili istituti interessati.
    Intendiamoci subito: non è questo itinerarium mentis in bonum un invito nevrotico alla perfezione. L'aspirazione alla perfettibilità umana è l'alter ego dell'obiettivo del progresso sociale e civile, democratico, che, ci auguriamo, non debba scomparire come uno dei tanti miti decaduti della società moderna a motivo dell'avvento di quella post-moderna dell'ambigua globalizzazione.
    Anzi: ogni scelta è legata all'accoglienza del rischio e si situa in una cultura e soprattutto in una natura umana che è fatta anche di fragilità, cadute e ridondanze.
    Qual è allora il diagramma fisiologico di una scelta personale, sana e consapevole, nell'incontro con l'altro e con le sue ipotetiche scelte, come misura anche di una famiglia democratica nei rapporti reciproci che l'attraversano e la sostanziano?
    La procedura della decisione (come si è già indicato) è quella per la quale ciascun soggetto è in stretto contatto con i suoi sentimenti ed è consapevole dei suoi diritti, mentre sente pure con empatia i sentimenti e le richieste dell'altro o degli altri con i quali è in relazione, giudica il significato delle proprie azioni e di quelle altrui, analizza la realtà così come la sperimenta e gli viene presentata (e cioè pensa!) e fa quindi la sua scelta, confrontandosi con quella dell'altro o degli altri e non rifuggendo da esse.
    È, questa, una sfida di vastissime proporzioni nel rapporto tra coniugi e, principalmente, tra genitori e figli, specie quando questi ultimi sono adolescenti o giovani. Perché educare non soltanto si debba, ma peculiarmente si possa.
    Inizia così, per mai più interrompersi, la fatica del confronto, del dialogo sincero e a tutto campo, della comunicazione interpersonale e della fedeltà alle sue regole, della meta-comunicazione tutte le volte che ci si arena nell'incontro non produttivo tra i vari pronunciamenti individuali. A partire dalla conoscenza di sé e dalla voluta conoscenza e accoglienza dell'altro, in quell'educazione riguardata essenzialmente come reciproco racconto sincero di sé e degli altri, allorché la sincerità è stata più volte sperimentata, testimoniata, accolta e vissuta.
    La famiglia democratica è, pertanto, una famiglia che ha scelto la via della penetrabilità reciproca, che ha fatto suoi gli stili della conferma e del rifiuto, che rifugge dall'impenetrabilità, dal muro contro muro, dal chiudersi a riccio, dallo strumento esercitato della disconferma.
    L'importante, per qualunque componente della famiglia, è cogliersi sempre (o volerlo) nel sistema familiare cui appartiene, magari per modificarlo, ma avendo cura di esso, tenendosi ognuno sotto controllo e ricorrendo, laddove necessaria, alla supervisione di amici fidati, del proprio ambiente di riferimento, dei gruppi-famiglia, degli esperti del caso, delle strutture e dei centri competenti.
    Al di là di questo, tutto è pura casualità, che auspichiamo senz'altro fortunata, ma che è più prossima, nel presente, all'imprevisto che al previsto.
    Né ci sfugge che la positività espressa dalla famiglia democratica non si improvvisa e rappresenta anzi un oneroso punto di arrivo, quale traguardo di un'attenzione e spesso di una capacità di sofferenza non lievi.
    Né ci è ignota la crisi di identità che attraversano attualmente troppi nuclei familiari e di cui l'impossibilità a durare stabilmente, le fughe dei figli da casa, le tante forme di disagio giovanile, sono un segno e un sintomo evidenti.
    Ma tutto ciò non deve farci ritrarre spaventati e pessimisti di fronte a ogni progetto di rifondazione educativa delle famiglie e dalla ferma intenzione di volere invece riproporre per esse, costantemente rivisitate, la cultura e la dimensione della compattezza e della coesione democratiche.
    Piuttosto, ci deve dare nuova spinta e maggiore coraggio nel superare gli errori, le omissioni e le facili profezie di «bene» del passato per una prassi di formazione che già c'è e che attende soltanto di essere svelata e consentita ai più, a tutti.
    Le scelte della famiglia democratica iniziano da lontano.
    Cominciano dalla scelta del partner. Dal perché si sta decidendo di sposare o di andare a convivere più o meno stabilmente con una determinata persona. Dall'essere davvero sicuri che corrisponda alle aspettative di mente, di cuore, di stile di vita e di pelle che si nutrono nei confronti del compagno o della compagna attesi da tempo. Dalla domanda di rito, alla quale non è lecito sottrarsi, se si è cioè realmente convinti di poter stabilire (perché lo si è già in qualche modo sperimentato) con costui o con costei un rapporto di effettiva parità, quale premessa e condizione irrinunciabile per il confronto e il dialogo democratico tra i due, in vista di fini comuni e condivisi.
    Subito dopo, correlativamente, il successivo banco di prova della futura coppia è l'assetto da dare all'impegno che si intende contrarre: se sposare e secondo quale procedura oppure convivere. Una determinazione, anche questa, da prendere nel rispetto di sé, dell'altro, delle proprie storie pregresse e pure nella prospettiva del bene a venire degli ipotetici figli che nasceranno e del modello di società in cui si crede. Che, proprio perché democratica, non può essere né rigida né irreversibile, quanto piuttosto aperta al cambiamento e al mutamento di prospettive dell'uno e dell'altro.
    Conseguentemente, una terza decisione democratica concerne le modalità di gestione della vita matrimoniale o della convivenza nei suoi aspetti pratici e nelle incombenze di ogni giorno, sul versante economico, affettivo, sociale e non da ultimo sessuale.
    Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo è molto razionale, quasi la scrittura di un percorso obbligato nevrotico o nevrotizzante, che possono uccidere la spontaneità e l'estro del momento.
    Mi permetto di notare che il contratto esplicito, che deve poter guidare la coppia sin dai suoi primi passi, oltre che essere necessario, se non si vuole correre il rischio degli inevitabili e molti fraintendimenti successivi, si struttura non quale insieme vessatorio di clausole minuziose, ma come sistema aperto di grandi regole formali e operative, liberamente convenute dalla coppia in ordine al proprio presente e al proprio domani.
    Del resto, qualunque relazione tra individui si muove sempre secondo la linea di un contratto che, quando non è esplicito, è tuttavia implicito o in base a quelle di due o più contratti diversi, così come si danno, singolarmente, nelle riflessioni e nelle aspettative dei soggetti coinvolti.
    Molto meglio, allora, decidere il pacchetto di scelte comuni e personali sulle quali attestarsi, che si evidenzia, da subito, nel suo complesso, come la cartina di tornasole della possibile o meno futura felicità coniugale e familiare.
    Il contratto deve poter riguardare anche l'avvenire della coppia nella prospettiva dello sviluppo della famiglia e cioè l'eventualità dei figli, la loro educazione, l'uscita dei figli (dal nucleo), l'invecchiamento e così via: una sorta di mappa delle varie opportunità, aperte comunque all'imprevisto, da ridiscutere e riconvenire ogni volta in situazione, sulla spinta delle decisioni da assumere e degli accadimenti così come talora inaspettatamente si presentano.
    La quarta «grande» scelta democratica attiene alla nascita dei figli: quando, quanti e soprattutto la riorganizzazione della vita coniugale, divenuta ormai familiare dopo il parto. Una deliberazione, questa, sospesa tra altre due, sempre probabili: la sterilità di coppia e dunque le ipotesi dell'affidamento o dell'adozione oppure quella di scoprire di essere in attesa di un figlio in quel frangente non previsto e non voluto. Chi ha appena dimestichezza con le coppie, sa che questo ultimo evento può spingersi sino all'interruzione volontaria della gravidanza, nella contingenza, pure non remota, di due differenti posizioni da parte dei coniugi o dei conviventi.
    E subito dopo la quinta decisione: come educarlo? A cosa educarlo? A chi fare riferimento quando entrambi i coniugi sono intenti al lavoro o si concedono i giusti momenti di svago? A tal fine, se la scelta dei genitori è quella di educarlo alla libertà pensante e critica (e dunque pesante), alla responsabilità e all'autonomia, il problema dei problemi è attrezzarsi, come coppia parentale e preliminarmente come coppia coniugale, a tollerare le progressive incertezze nella conquista di sé, sul versante dell'auto-risoluzione, da parte del figlio, i suoi molti ricatti nei confronti dei genitori e delle loro aspettative, sia nella stesura del contratto relazionale che li interessa, sia in ordine al suo rispetto, come alle sue talora drammatiche e impreviste riscritture. Nell'esatta accezione però della tolleranza intesa come capacità di sopportare la differenza, di amarla, comprenderla, soffrirla.
    Una modalità esistenziale, questa, che si coniuga con altri concetti e stili di vita come la solidarietà, il dialogo, la mediazione, l'educazione intesa non nel senso formale, ma sostanziale di rispetto nelle relazioni tra le persone. Per non parlare dell'indicibile bontà. Vocaboli e virtù, pubbliche e private, che, recitati assieme, ma anche separatamente, identificano precisi valori da condividere e specifici riferimenti culturali su cui poggiare l'accordo tra le persone e la maniera di considerare il mondo. Questo, definito come globale, che pure non amo quando è assunto unicamente come risorsa essenziale per la sopravvivenza e l'espansione dei mercati. Quello della vita quotidiana. E che oggi (mi riferisco ai valori precedentemente citati) non sembrano più andare di moda per contrassegnare un'epoca finalmente tramontata.
    La tolleranza nei confronti degli errori, delle cadute e delle inquietudini di un figlio, ma anche del coniuge o verso i nostri medesimi sbagli, su cui impegnarci per il loro superamento, evoca poi un'altra virtù democratica che è quella del perdono.
    Poi le ultime due scelte democratiche, nella capacità educativamente conseguita di sapere ospitare (da sempre) il dolore a qualunque titolo e livello sopraggiunga: quelle di prevedere e accogliere sia la probabile morte del coniuge che la propria e di convivere con queste due circostanze. Così da accettarle sanamente e farle vivere positivamente anche agli altri componenti della famiglia come l'ultimo grande atto magistrale dell'amato che non c'è più. Che non sono un invito o un memento pessimistici, ma l'esatta comprensione del significato di una vita da trascorrere con eccezionalità, pure nel limite opportuno della sua durata.
    Lungi da noi poi il dover subire la morte di un figlio perché è l'evento più assurdo e innaturale nella storia di una persona, e che è l'ultima decisione che non vogliamo e non vorremmo mai prendere.
    Vivere, allora, è perennemente scegliere e tutta la vita è un sistema di decisioni auspicabilmente sane, corrette e pertanto democratiche, che, in quanto tali, affondano nel riconoscimento di sé e dell'altro, nel rispetto per, sé e per l'altro e dunque nella solidarietà concepita, praticata e vissuta. Persino la morte del figlio implica una scelta e una scelta solidale, con l'altro e per l'altro: la decisione di come viverla e trasformarla in una promessa di bene e di impegno per chi resta.
    oggi un obiettivo e uno strumento di assoluta insostituibilità, una palestra in cui allenarsi con costanza e volontà, fatta di molteplici gioie e di qualche inevitabile dolore, di splendidi e profetici passi in avanti e di alcune soste, una palestra in cui non si è mai irreversibilmente e definitivamente soli, pure quando non si è compresi e tanti fraintendimenti sembrano ostacolare il dialogo e l'amore. In cui di certo si fa fatica e talora molta. Ma la vita efatica. È la sua bellezza ed è il prezzo dei piaceri sani da assaporare e conservare poi nel ricordo. A vantaggio anche di quella società migliore che vogliamo e per la quale ci adoperiamo. Del resto questa è la Vita. Altrimenti è noia, banalità, disgregazione e passaggio, nella storia sia personale che comunitaria, di troppe dittature.
    Sono ben distanti da me, conclusivamente, un'interpretazione e una costruzione lineari di causa ed effetto tra famiglia e società. Né mi sfugge la presenza di altre realtà parimenti importanti quali la scuola, il gruppo dei pari e le tante scelte e storie vissute dei minori e degli adulti, in ogni fase dell'esistenza.
    Certamente, però, è quasi impensabile, in un sistema circolare aperto che va dall'una all'altra di queste due istituzioni, passando attraverso i vari livelli intermedi precedentemente citati, che una famiglia siffatta non è poi in grado di intervenire efficacemente, modificando, per quanto possibile, i molti costumi sociali e relazionali che si configurano ancora come lontani da questa impostazione esistenziale e civile.
    Di sicuro, comunque, ciò che è ulteriormente essenziale (in una simile famiglia) è che coniugi, genitori e figli, decidano di disporre (tra loro) non soltanto di un tempo comunicativo e relazionale valido per qualità, ma nondimeno di un tempo ragionevolmente disteso per quantità e durata. Così da spaziare su ogni ipotetica o prescelta esperienza di vita, interagire effettivamente e dunque crescere.
    Ritengo che non siano più necessarie altre argomentazioni a favore dell'assunto di base di questo paragrafo. La famiglia democratica è davvero oggi un obiettivo e uno strumento di assoluta insostituibilità, una palestra in cui allenarsi con costanza e volontà, fatta di molteplici gioie e di qualche inevitabile dolore, di splendidi e profetici passi in avanti e di alcune soste, una palestra in cui non si è mai irreversibilmente e definitivamente soli, pure quando non si è compresi e tanti fraintendimenti sembrano ostacolare il dialogo e l'amore. In cui di certo si fa fatica e talora molta. Ma la vita efatica. È la sua bellezza ed è il prezzo dei piaceri sani da assaporare e conservare poi nel ricordo. A vantaggio anche di quella società migliore che vogliamo e per la quale ci adoperiamo. Del resto questa è la Vita. Altrimenti è noia, banalità, disgregazione e passaggio, nella storia sia personale che comunitaria, di troppe dittature.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 158-167)