La forza del perdono

    Michele Corsi


    In una «nota etica» del 1997, abitualmente scritta per la rivista della Confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana: «Consultori familiari oggi», e che concerneva il tema dei divorziati risposati e l'impegno consultoriale al riguardo, padre Lino Ciccone ebbe a trattare il valore del perdono.
    Ne ripropongo alcuni stringenti passaggi senza volerli peraltro tradurre nel più ampio orizzonte storico cui possono essere naturalmente applicati e cioè, ad esempio, alla relazione interpersonale ed educativa nel suo complesso tra qualsivoglia educatore e qualsivoglia educando: fra genitori e figli, insegnanti e allievi, parti e controparti, cittadini tra loro, uomini e donne, adolescenti o giovani nel gruppo, lasciando invece ai lettori il compito, che mi auguro ormai lieve, della loro estensione e generalizzazione, giunti come sono, nella sintonia con gli argomenti e soprattutto con lo stile pedagogico proposto, a poter agire autonomamente il proprio posizionamento critico in materia.
    Restando nell'ambito della consulenza abituale, quella nei confronti di coppie in difficoltà relazionali, vorrei valorizzare un intervento di Giovanni Paolo II che ebbe un'eco insolitamente vivace sulla stampa. Eco insolita per un discorso, uno dei tanti, in uno dei numerosi viaggi apostolici nel mondo. Mi riferisco a quello rivolto a migliaia di giovani coppie di sposi, nel «Parc du Mémorial», a Sainte-Anned'Auray, in Francia, il 20 settembre del '96. All'interno di una specie di consegna alle famiglie, di essere «luce nel mondo» e «sale della terra», il Pontefice, col senso di realismo che sempre dimostra, passò a rilevare che «la vita coniugale non è mai esente da prove, che fanno attraversare momenti dolorosi in cui l'amore e la fiducia nell'altro e in se stessi sembrano vacillare». Dopo qualche indicazione su come superare queste difficoltà, il Papa toccò il tema del perdono, e su questo punto si appuntò l'attenzione dei giornalisti, suscitando poi commenti e discussioni pure sulla stampa laica, sulla quale non mancarono consensi del tutto inaspettati. Ecco il brano in questione: «La vita coniugale passa anche attraverso l'esperienza del perdono, poiché cosa sarebbe un amore che non giunga fino al perdono? Questa, che è la più alta forma di unione, impegna tutto l'essere umano che, per volontà e per amore, accetta di non fermarsi all'offesa e di credere che un futuro è sempre possibile. Il perdono è una forma eminente di dono, che afferma la dignità dell'altro riconoscendolo per ciò che è, al di là di ciò che fa. Chi perdona permette anche a chi è perdonato di scoprire la grandezza infinita del perdono di Dio. Il perdono fa ritrovare la fiducia in se stessi e ripristina la comunione fra le persone, dato che non può esserci vita coniugale e familiare di qualità senza una conversione costante e senza la volontà di spogliarsi dei propri egoismi. Contemplando Cristo sulla Croce che perdona, il cristiano trova la forza del perdono».
    È forte la tentazione di fare un commento ed un'analisi attenta di questo brano eccezionalmente ricco, in cui si intrecciano elementi puramente umani, o antropologici, ed elementi specificamente cristiani, o teologici; ma sono prevalenti i primi, proponibili perciò anche a chi non è credente, al di fuori di ogni concezione e prospettiva di fede. Lasciando a ciascuno il compito di attingere largamente a questa miniera di veri e propri tesori, mi limito a sottolineare alcune scelte felici: anzitutto quella di porre il perdono nella logica ordinaria, naturale, dell'amore, e non come eccezione ed eroismo; nella logica del rispetto per l'altro, che deve avere il suo primo fondamento sull' «essere», prima che sul «fare» dell'altro; conseguentemente una fiducia incrollabile nelle capacità di riscatto dell'altro.
    Tornando al tema del divorzio, non sembra azzardato affermare che molte volte la coppia vi giunge perché non ha saputo fare posto al perdono. Non mi riferisco ai casi di torti gravi e ripetuti, come possono essere, ad esempio, l'adulterio o il ricorso facile alla violenza, ma a quegli urti, malintesi, incomprensioni, indelicatezze, che sono immancabili nella vita condivisa da due persone, ognuna con i propri difetti e le proprie manchevolezze. Non perdonando di cuore, si verifica una sorta di accumulo nel cuore di risentimenti e di rancori, destinato a conoscere un limite oltre il quale la situazione appare insormontabile. Basta allora la classica «ultima goccia», cioè un ennesimo scontro, in sé tutt'altro che grave, per far traboccare il vaso e far precipitare la situazione.
    Sarebbe interessante, e di evidente utilità, un'attenta verifica sul modo di operare dei nostri consultori, per vedere se e quale posto vi trova un valido aiuto alle persone e alle coppie perché possano scoprire il valore del perdono e la sua irrinunciabile appartenenza al vero amore vicendevole. Questo anzitutto nell'azione sul territorio, quando viene trattato il tema dell'amore, in incontri sia con i giovani che si preparano al matrimonio, sia con gli sposi. Ma esso non può mancare anche nella consulenza. E non è necessario per questo, anzi va impedito, che il consulente si trasformi indebitamente in operatore pastorale o in una specie di consigliere spirituale oppure in un predicatore. Si tratta piuttosto di evitare che rimanga dannosamente incompleto l'aiuto che si offre alle persone e alle coppie, per scoprire, o riscoprire, l'amore nella sua autenticità e nelle sue esigenze.
    Ed è bene essere consapevoli che fa parte dei lati negativi della cultura dominante la perdita estesa del valore del perdono. Nel clima di esasperato individualismo, di rivendicazione dei propri diritti e, nella donna, la volontà di porre fine a ogni pretesa maschile di farla da padrone su di lei, il perdono assume facilmente i tratti di un gesto di debolezza, di rassegnazione, di sottomissione. Appare invece come doverosa affermazione della propria dignità il rifiuto di perdonare. Non siamo però davanti ad una eclisse totale del valore del perdono. Non sono mancati nel nostro tempo esempi luminosi di perdono, tali da giustificare una loro collocazione tra i gesti di eroismo. Ma oltre a questo, tra i consensi inaspettati alle parole di Giovanni Paolo II, particolarmente forte e significativo è stato quello venuto da una donna come Dacia Maraini: «Il perdono fa parte dei sentimenti umani, indipendentemente dal credo religioso. Come la tenerezza, come ogni altra manifestazione di affetto».
    Sarebbe davvero «imperdonabile» se proprio in consultori che pubblicamente professano la loro ispirazione cristiana dovesse non trovare posto il tema del perdono nell'affiancarsi alle persone e alle coppie nel loro cammino, come nessun altro imperniato sull'amore, «poiché –.ci ha ricordato il Papa – cosa sarebbe un amore che non giunge fino al perdono?».

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 196-198)