La non colpevolizzazione
dei genitori
Michele Corsi
L'educatore in genere, quando è chiamato a parlare con i genitori dei problemi o del deficit che un bambino presenta, avverte sempre di trovarsi in una situazione carica di ansia, di diffidenza e di aggressività, più o meno latenti. Eppure il colloquio tra l'educatore e la coppia parentale, sia a livello di dinamica che di contenuti, è estremamente importante se si vuole aiutare quel soggetto in difficoltà emergente, che è il figlio, a superare lo stato di negatività e di patologia in cui vive. È necessario, pertanto, stare attenti a non inimicarsela e a non colpevolizzarla, se non si desidera perdere il suo aiuto e la sua opera: in una parola occorre farsela alleata in vista della rieducazione del minore e del suo adattamento.
Ho fin qui argomentato dell'educatore in generale senza specificarlo ulteriormente in ordine ai suoi diversi ruoli, perché sono convinto che tutti coloro che operano sul versante educativo e rieducativo, siano costoro insegnanti di scuola materna, elementare e media, rieducatori della psicomotricità, del linguaggio ecc., avvertano le stesse difficoltà quando affrontano, con questa, l'handicap che sembra loro di rilevare nel paziente.
D'ora in poi, però, restringerò la mia attenzione a una particolare situazione di rapporto educativo: quella che avviene tra l'operatore specializzato ed il padre e la madre di un bambino disturbato, nella seduta sia psicoterapeutica che rieducativa. L'intervento specifico, cui farò riferimento, sarà quello centrato sulle problematiche psicologiche del minore, associate o meno a componenti organiche.
Ormai non è più una novità sostenere che la «causa» di un comportamento di disturbo da parte di un bambino risiede nel contesto nel quale egli vive. Questa convinzione ha determinato uno spostamento della pedagogia speciale, della psicologia clinica e della psichiatria, in direzione di un intervento non più limitato al soggetto in difficoltà, considerato il «problema», ma esteso anche ai genitori, a volte coinvolti nel lavoro terapeutico e rieducativo in seduta di gruppo. Si è certi, cioè, che i sintomi psicologici di un paziente siano il prodotto, e costituiscano una funzione, di un tipo specifico di famiglia.
Tutti gli Autori concordano in merito a tale interpretazione.
Lo stato di anormalità psichica di un minore sarebbe pertanto originato dal cattivo rapporto che la coppia parentale ha stabilito con lui e questa relazione, gravemente deleteria, sarebbe dovuta all'interazione patogena tra i coniugi, indotta a sua volta da una serie di legami e ferite, propri della loro infanzia.
Quanto sinora scritto non rappresenta assolutamente una stranezza o un'idea peregrina per chi ha esperienze in tal senso. Basti ricordare che è nella famiglia, e primariamente nella dinamica con il padre e la madre, che il figlio acquisisce i primi fondamenti della vita di gruppo, apprende il significato dei ruoli sociali e il valore delle istituzioni. Se egli si trova quindi inconsapevolmente immerso in una molteplicità di comunicazioni patologiche, tutto questo non può che influire su di lui negativamente.
Accertato che il disturbo di un bambino debba essere inquadrato all'interno delle relazioni con i genitori e la famiglia, lo snodo diventa adesso quello del rapporto tra l'educatore ed il padre e la madre del soggetto.
Mi si perdoni una prima citazione peraltro autorevolissima in proposito. Scrive Anna Freud, in Normalità e patologia del bambino, che le tecniche usate dall'analista infantile nei rapporti con i genitori variano largamente, e vanno dalla posizione estrema di escluderli del tutto dall'intimità del trattamento, ad altre intermedie, come quella di tenerli informati, di farli partecipare alle sedute (quando si tratta di bambini molto piccoli), di prenderli in trattamento o analizzarli contemporaneamente, ma in sede separata, fino all'estremo opposto di trattarli per il disturbo del bambino invece di analizzare il bambino stesso.
Fatta eccezione per la prima situazione, che costituisce un evento limite di cui non comprendo la validità in campo educativo, dato che qualcuno dovrà pure occuparsi della coppia parentale (magari un operatore diverso da quello che ha in trattamento il minore), negli altri casi è necessario che l'educatore stabilisca una relazione con il padre e la madre del bambino e abbia con loro dei colloqui. L'ultima possibilità, che la Freud ha proposto, riceve poi oggi un consenso sempre più largo da parte di molti specialisti del settore.
Chiedersi, quindi, se l'educatore debba occuparsi o meno dei genitori è un falso problema. Innanzitutto, perché non si può minimamente ritenere di poter aiutare un soggetto a superare il comportamento considerato patologico, se non si interviene su costoro; secondariamente, perché tanto, in un modo o nell'altro, non si riuscirebbe a evitare la loro irruzione ansiosa nel lavoro rieducativo e, tentare di risolvere il dilemma mandandoli «altrove», non sarebbe di alcun aiuto per il paziente.
L'incontro con il padre e la madre del minore permette, infatti, all'educatore, come al terapista, di avere un quadro più esatto della dinamica familiare (analogamente con quanto avviene a livello di «colloqui» nelle scuole materne, elementari ecc.), di poter distinguere i suoi problemi da quelli dei genitori, di poter valutare il suo grado di dipendenza dalle figure parentali, e di poter infine intervenire in maniera adeguata e pertinente.
Spesso poi si vedono dei coniugi presentarsi spontaneamente in terapia perché, a loro giudizio, soltanto lì sperano di essere compresi. Lo stesso accade nella scuola; basti pensare a talune richieste che vengono rivolte da costoro agli insegnanti.
Un sentimento di «comprensione» che non è l'espressione di un'esperienza diretta quanto piuttosto la manifestazione di un bisogno (che vivono come certezza, anche se talora in forma molto ansiosa) di essere capiti e «aiutati» anche loro come i figli; e vengono «spontaneamente» quasi avessero timore di non essere chiamati e di non avere conseguentemente quella stessa sollecitudine di cui «godono» i bambini. E dietro ci sono tante paure: quella di essere considerati colpevoli del loro stato (e dunque il desiderio di discolparsi), quella che le trasformazioni dei minori li trovino impreparati ecc. La volontà, infine, di influire sulla condotta dell'educatore, facendo pressioni su di lui con affermazioni del tipo: «Nessuno può capire nostro figlio, come noi!», «Che cosa non farebbero i genitori per un figlio, pur di aiutarlo!», «Che cosa non abbiamo fatto per questo bambino!», sono tutti messaggi che tendono a minimizzare le «scoperte» dell'educatore e i suoi «consigli», adducendo in cambio il fatto che loro, vivendoci insieme e avendolo sempre sott'occhio, lo conoscono più di ogni altro e hanno fatto ogni sforzo per fargli superare i «suoi» problemi. E diverse ancora.
Il momento dell'incontro con i genitori è, pertanto, costantemente ricco di molte sollecitazioni, sul piano tanto dei contenuti quanto di un sottile gioco di alleanze e di rivalità: le prime maggiormente conclamate, le seconde più nascoste, ma non per questo meno evidenti o prive di aggressività. E da un tale colloquio si possono sempre ricavare una serie di utili indicazioni.
Ciò che si sostiene per il terapista è valido per qualunque educatore (da qui l'identità di discorso che verrà condotto in questa sede), i quali non devono prendere come unità di trattamento il minore, e seguirlo isolatamente, ma l'intero sistema e cioè l'individuo nel suo ambiente. Si deve dunque accettare di vedere i genitori e dialogare con loro, nonostante le difficoltà che una siffatta scelta comporta, per gli innegabili vantaggi diagnostici e prognostici che l'allargamento della dinamica rieducativa arreca. In questa situazione, si ha la possibilità di contribuire a far conoscere alla coppia parentale le reazioni affettive reciproche che si sono sviluppate nel corso della vita familiare e può spesso favorirsi, conseguentemente, lo scongelarsi di modelli comportamentali difettosi, da lungo tempo formatisi, che hanno rinforzato tratti del carattere non desiderabili nel paziente.
Il rapporto con il padre e la madre presenta (oltre ai nodi già evidenziati) almeno altri tre problemi per l'educatore. Il primo è quello di far accettare al bambino l'idea che egli ha bisogno di parlare con i suoi genitori o che, su loro richiesta, egli acconsente a incontrarsi con loro. Il colloquio con i familiari è reso comunque assai delicato dalla sospettosità dei «pazienti» che potrebbero diffidare di lui «ipocritamente loro alleato», ma in realtà in combutta con i «grandi».
Il secondo è dato dagli stessi genitori che possono inopportunamente riferire al paziente alcuni apprezzamenti dell'educatore su di lui, anche se sono stati avvertiti di non farlo.
Il terzo è costituito, infine, dalla non remota possibilità che il padre e/o la madre possano esprimere al figlio giudizi negativi sul «suo» rieducatore.
Un ultimo pericolo è rappresentato dai sentimenti negativi del terapista nei confronti dei genitori.
Se il suo lavoro con il bambino viene, ad esempio, giudicato negativamente o più spesso eccessivamente lodato e i suoi effetti definiti miracolosi (ed entrambi gli interventi sono affettivamente ambigui), l'educatore può, a un certo momento, desiderare di interrompere le sedute per difendersi dalle fantasie aggressive dei genitori che ha paura di accettare.
Passo adesso a esaminare a cosa debba mirare l'operatore e cosa (debba) assolutamente evitare se vuole ricavare alcuni innegabili vantaggi dal rapporto con la coppia parentale, per il successo del suo intervento.
Innanzitutto, anche se ho scritto prima che la causa o le concause del disturbo di un minore sono da ricercare nei suoi genitori o magari nei suoi nonni, non va dimenticato che talora il paziente tiranneggia con la propria malattia tutto il nucleo familiare e impedisce al padre e alla madre, che pure lo vorrebbero (perché l'hanno finalmente compreso), di modificare i loro atteggiamenti negativi.
Andare dunque alla ricerca del «maggiormente colpevole» in una situazione di difficoltà sarebbe un atteggiamento sbagliato e metodologicamente errato da parte dell'educatore. È necessario, piuttosto, cercare di trovare, a livello interpretativo, il denominatore comune del conflitto ed evitare qualsiasi «rimprovero» nei confronti della coppia che, ammesso poi fosse in perfetta sintonia con la disamina di quella famiglia, avrebbe come unico effetto quello di impedire sul nascere una positiva dinamica di rapporto tra l'educatore ed il padre e la madre del bambino.
La tendenza della psicoterapia contemporanea è del resto, oggi, quella di non dare la «colpa» ai genitori, ma di considerarli piuttosto come pazienti.
Un eguale convincimento è stato espresso da Mara Palazzoli Selvini nel lontano 1963 quando affermò che, nel contatto con i familiari delle sue pazienti anoressiche, non pretese mai di fare una vera e propria indagine analitica, né volle mai modificare le loro strutture nevrotiche profonde. Questo, oltre tutto, avrebbe potuto, a parere dell'Autrice, provocare in persone già piuttosto adulte (o addirittura anziane), in equilibrio precario e turbate da profondi sentimenti di colpevolezza, una reazione ansiosa del tutto controproducente.
In particolare, allora, l'educatore, nel colloquio con il padre e la madre dei soggetti disturbati, ben lungi dal colpevolizzarli, deve anzi evitare accuratamente di accusarli e di offenderli, specie nei momenti di maggiore impegno affettivo, dal momento che costoro spesso reggono precariamente la loro autostima sulla convinzione di aver fatto «miracoli» per la famiglia e ne deriverebbero conseguenze deleterie per i bambini.
Pertanto, se l'atteggiamento del terapista non deve essere interpretato in alcun modo dalla coppia parentale come un rimprovero nei suoi confronti, a livello di gesti, sguardi ecc., ed è tanto meno utile verbalizzare accuse di colpa in proposito, qual è il ruolo dell'operatore verso i genitori e a quali contenuti, in linea di massima, deve essere ispirato il suo discorso?
Uno degli scopi fondamentali da raggiungere è quello di aiutare il gruppo familiare a ritrovare la sua unità e facilitare il sorgere di un'armonia funzionale tra tutti i componenti, consentendo a ciascuno di assumere il proprio «ruolo» e di accettare gli eventuali comportamenti negativi del figlio. Prima di intraprendere qualsiasi rieducazione, è comunque assolutamente necessario prospettare ai coniugi, senza drammatizzare, le difficoltà a venire, la lentezza nella «guarigione», le probabili burrasche aggressive, esortando alla pazienza e alla fiducia. Bisogna poi spiegare loro, e in particolare modo alle madri, come diverranno gelosi del positivo rapporto tra l'operatore e il bambino, il quale non è semplice da instaurare, ma è indispensabile agli effetti della riuscita dell'intervento, e come vada quindi rispettato. Tale «legame», si deve aggiungere, sarà solo temporaneo e finirà per restituire il figlio a una più sana e affettuosa relazione con i genitori.
Molte reazioni dei familiari, nocive nei riguardi della terapia, e quindi dannose per i bambini, possono essere prevenute, o quanto meno mitigate, da una preparazione aperta e amichevole.
Può accadere, ad esempio, che la coppia non riesca a sostenere il peso di un'ansia originata da un comportamento magari violento del figlio. In questo caso, l'educatore dovrà fungere da supporto autorevole e instillare in loro calma, ottimismo e fiducia.
Se i genitori del minore hanno «imparato qualcosa» della sua malattia dall'operatore e sono propensi ad aderire alle sue richieste, sarà possibile una ripartizione dei compiti tra la famiglia e costui o addirittura una vera e propria collaborazione. Ci si può così accordare su una medesima strategia da seguire di fronte a un determinato atteggiamento del bambino oppure, mentre il terapista aiuta il sorgere, nel soggetto, di un positivo rapporto con i coetanei, il padre o la madre possono, senza forzature, offrirgli significative occasioni di socializzazione.
Se gli adulti interessati al paziente decidono, quindi, di unire i loro sforzi, si può facilmente procurare a quest'ultimo tutto o gran parte di ciò che gli occorre a ogni stadio del suo trattamento e delle sue progressive trasformazioni. Qualora, invece, i coniugi operassero contro l'educatore, si verificherebbe, dato che il minore è legato emotivamente a entrambi, una situazione analoga a quella che si ha nei matrimoni sfortunati, quando il figlio è oggetto di contesa.
Nella relazione con i genitori, l'operatore è chiamato a svolgere, pertanto, anche un lavoro pedagogico, pure se quello condotto sul bambino ne costituisce l'indubbia premessa (del resto ho già precedentemente posto in risalto come l'unità d'analisi nella rieducazione non può che essere la dinamica bambino-genitori). Al di là dell'azione sull'interno del paziente, il terapista dovrà dunque influire sull'esterno, tentando di modificare il rapporto tra le persone incaricate della sua educazione, facendo cadere, ad esempio, certe aspettative pressanti nei suoi confronti (che si comporti in un certo modo, che dica alcune cose e non altre ecc.), creando impressioni nuove e altro ancora. Così facendo, cercando di adattare l'ambiente al bambino, si facilita il suo processo di guarigione.
Per quanto riguarda, cioè, la condotta della terapia, per l'inizio, il proseguimento e il compimento di questa, si deve contare soprattutto sull'Io del minore e sulla ragione e l'insight dei genitori.
Vorrei concludere questo paragrafo riportando una serie di affermazioni che Carl R. Rogers ha esposto e organizzato, più di trent'anni fa, sotto il nome di «teoria delle relazioni familiari» e che evidenzia con precisione, a mio parere, il compito della coppia parentale nei riguardi della salute mentale dei figli e di quello che l'educatore deve agire per riportare il paziente alla «normalità»:
1. Più i genitori provano un sentimento di considerazione positiva incondizionata nei confronti del figlio:
• meno il bambino avrà la tendenza a sottomettere il giudizio della sua esperienza a dei criteri esterni, cioè meno questa valutazione sarà condizionata;
• più la sua esperienza sarà guidata da un processo di valutazione organismica;
• meglio funzionerà, cioè più il suo comportamento sarà adeguato.
2. Per essere in grado di provare una considerazione positiva incondizionata nei confronti del minore, la coppia deve vivere un pari atteggiamento nei propri stessi riguardi (ciascuno verso se medesimo).
3. 1 sentimenti dei coniugi in ordine al bambino saranno autentici se costoro, per primi, avvertiranno un'analoga valenza in merito a se stessi:
• non soltanto questi sentimenti, ma anche la loro espressione, devono essere sinceri; siano essi positivi o negativi.
4. Nella misura in cui sono presenti le condizioni 1., 2. e 3., i genitori saranno capaci di apprendere lo schema di riferimento interno del figlio in maniera realistica ed empatica.
Se rovesciassimo, adesso, la successione con cui Rogers ha concatenato le proposizioni sopra riportate, riotterremmo quanto scritto all'inizio: il disturbo di un minore dipende dalla struttura di personalità del padre e della madre, dal loro rapporto e dall'interazione che hanno stabilito con lui.
Per l'educazione del bambino portatore di disturbi psichici bisognerà, allora, rispettare un tale ordine di idee, se si vorrà conseguire un risultato positivo e cioè la sua guarigione. Tutto questo, naturalmente, senza colpevolizzare i genitori.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 206-212)

