La pedagogia

    deve essere profetica:

    si educa per oggi

    guardando al domani

    Michele Corsi


    Una pedagogia attardata sul passato o comunque ferma all'oggi, come se la diagnosi del presente fosse la cristallizzazione immutabile di un domani inesistente o eguale allo ieri, che negasse il valore e la portata dell'inevitabile cambiamento, non serve a nulla, nemmeno alla stessa pedagogia per continuare ad accamparsi con validità sulla scena delle scienze necessarie e degli strumenti importanti e indispensabili per governare le modificazioni che intervengono, la nascita, il divenire e la «morte» di tutto ciò che concerne l'uomo e l'umano.
    Altrove ho ribadito, in queste pagine come negli altri libri da me scritti, la circolarità sistemica aperta che intercorre statutariamente tra la pedagogia e l'educazione e quanto la pedagogia si caratterizzi, per un verso, come la categorizzazione dell'educativo già avvenuto e si ponga, per altro, come la premessa e la risorsa teoriche e pratiche ineliminabili, nella fedeltà al proprio codice deontologico ed epistemico, per indirizzare e guidare il futuro che ci attende.
    Quindi, il compito della pedagogia non è soltanto quello di interpretare e classificare le dinamiche e i rapporti educativi, l'educazione nel suo complesso, così come si sono dati e configurati, ma anche, e direi quasi «per assurdo», di prevedere soprattutto l'educazione a venire.
    Una pedagogia, cioè, che non fosse profetica, verrebbe meno al suo stesso specifico significato e rischierebbe di diventare, per tale via, o una storia dell'educazione inutile e fuorviante al riguardo oppure una filosofia o una sociologia dell'educazione più attente alla codificazione corretta dei processi-prodotti educativi che non quello sguardo ultimo, che la individua piuttosto tipicamente e fisiologicamente, capace di cogliere le possibili traiettorie del presente per attendere al capolinea (e accompagnare durante il percorso) gli ipotetici esiti del futuro che si prefigura, e giocare sempre di sponda e di anticipo, perché la fatica e l'impegno educativi non siano mai sprovvisti del necessario appoggio e sostegno pedagogici.
    Il pedagogista, alla stregua dell'educatore, deve sapere dove va l'educazione, verso quali orizzonti di senso e di significato (che piacciano o meno, tutti o in parte, che siano interamente condivisibili oppure non apprezzabili) si rivolgono la società, l'economia e la politica e quale sia la probabile incidenza tanto dell'imprevisto quanto dell'eventuale correzione di rotta che può essere agita nel breve, medio e lungo periodo.
    Dicevo: il pedagogista come l'educatore. Chi educa, infatti, sa che il bimbo appena nato crescerà, diventerà un fanciullo, un adolescente e infine un adulto, conosce le caratteristiche delle varie fasi evolutive, è informato sulla società in cui vive e su come questa si può trasformare, non la teme e non la demonizza, non la scarta e non la nega, e valuta i propri gesti e i propri comportamenti da educatore perché l'educando in interesse proceda, con il suo apporto e a proprio vantaggio, verso quei traguardi di autonomia, libertà e responsabilità cui una sana educazione inevitabilmente tende. L'educatore si mantiene cioè sotto controllo e tiene sotto osservazione, costante e mirata, l'intera relazione educativa interconnessa al proprio interno: educando e ambiente, mezzi e fini, presente e futuro. E misura ogni sua azione non fermandosi soltanto all'oggi, ma volendola collocare in un tragitto significativo che non escluda o limiti gli obiettivi che si intendono raggiungere, strumentalmente e formalmente, nel progresso di crescita della persona, con cui interviene e che rispetta.
    In questo stesso senso la pedagogia medesima, nelle figure dei suoi scienziati, muove costantemente gli occhi dall'oggi al domani e controlla il possibile percorso educativo totale, diagnostica il presente, ipotizza il futuro (con le regole dell'inferenza e della prevedibilità) e calcola ogni mossa in prospettiva. Non rifugge dall'imprevisto, lo quantifica e lo esamina, lo accoglie anzi e lo traduce, laddove necessario, da negativo in positivo. Ogni caduta, ad esempio, anche la più dolorosa, è presagio e premessa di un esito individuale umanamente più ricco e migliore, sicuramente più saggio. I grandi uomini e le grandi donne sono passati, infatti, attraverso «le grandi tribolazioni» e le molte prove e da queste hanno imparato ad «amare» comunque sé e l'altro, a non giudicare o pregiudicare, a essere più grati ai propri errori che non alla fortuna improvvisa e talora immeritata, per poter dire infine, con Publio Terenzio Afro, «nulla di ciò che è umano mi è estraneo». Così come il dover dimettere proprio quelle teorie che si riteneva di poter asserire con maggiore certezza.
    La pedagogia non si chiude, pertanto, di fronte a nessuno degli ipotetici orizzonti futuri. Con questo non vuol dire che li legittima tutti o che addirittura li esalti quali valori da perseguire e incarnare.
    Il pedagogista di metà degli anni '70, quello accorto e senza preconcetti, pronosticava già, a mo' di citazione, l'aumento delle tossicodipendenze e delle malattie sessualmente trasmesse con la modifica e l'anticipo delle relazioni affettive, del disagio giovanile, della messa in ombra di tutte le possibili «chiese» e appartenenze e ha insistito sulla quantità e la qualità della comunicazione sincera tra educatore ed educando e sugli stili dell'accompagnamento educativo, della flessibilità e della testimonianza. In altri termini: della presenza autentica e dell'accoglienza attiva. Ma, per un verso, quei pedagogisti non sono stati in numero sufficiente e, peraltro, la pedagogia non era allora di moda e soltanto ultimamente sta ritrovando udienza, in particolare nel grande pubblico, per i troppi demeriti che l'hanno caratterizzata nel suo recente trascorso e per le «guerre di religione» che le hanno combattuto, in quel periodo e sino a poco fa, le psicologie, le sociologie e le antropologie. Per non parlare delle filosofie. Guerre talora accademicamente od occupazionalmente interessate e non sempre oneste e che, a mio parere, hanno finito col non pagare nemmeno queste discipline. Gli psicologi, ad esempio, hanno a che fare, oggi, più con la devianza che non con la normalità e non penso che questo sia uno dei loro traguardi di più consistente interesse e pregnanza. E le sociologie e le antropologie, almeno in Italia, ritengo che, a livello di immaginario collettivo, siano meno ascoltate o ricercate di ieri o dell'altro ieri.
    Con due immagini o slogan, la pedagogia di oggi e di domani deve dunque attrezzarsi sempre più e munirsi come un potente cannocchiale o telescopio puntati sul dopo e, nel contempo, saper giocare «a quattro cantoni» o a «far tana» così da non insistere esclusivamente e fisicamente sull'altro (da educare), quanto piuttosto non perderlo di mira e soprattutto prevederne le mosse e i nascondimenti, intuirlo e aspettarlo là dove ognuno tende: un futuro vincente.
    È per questa pedagogia che faccio il tifo, altra non mi interessa. È la pedagogia del dialogo e del perdono, dei valori irrinunciabili (di dignità e umanità) e del sostegno verso chiunque, specie quando si scopre finalmente più fragile e misero: la pedagogia della profezia, che «immagina» il domani e lavora per il bene.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 193-195)