La politica
e i giovani
Michele Corsi
La politica è il tempio della passione civile e dell'impegno per tutti.
Volendo essere realisti e sapendo che l'uomo non è un angelo né che questa nostra terra è l'anticamera del paradiso (perché altrimenti i credenti, ad esempio, morirebbero disperati e non li accompagnerebbero, nel trapasso finale, la speranza o la certezza di una vita incommensurabilmente migliore), qualora il discostamento da questa prassi o da questo ideale fosse consistente, il «servizio agli altri», attraverso l'incarico politico, diverrebbe soltanto un interesse personale e tutto si ridurrebbe (o si assimilerebbe) a un affare e molte volte (poche o spesso) a uno sporco affare. Che è purtroppo quanto parrebbe di dover constatare, più o meno frequentemente, anche a livello mondiale e che i mass-media descrivono talora con un eccesso di disinvoltura, allontanando conseguentemente troppe persone dal continuare a credere a una siffatta «testimonianza». Laddove l'astensionismo dal voto durante le consultazioni elettorali può essere pure assunto a indice significativo di questa caduta di tensione e di coinvolgimento da parte di fasce sempre più numerose della popolazione italiana e terrestre.
I giovani (pochi o tanti che siano e qualunque sia l'indice di natalità anche in Italia) sono oggettivamente il nostro futuro e la classe dirigente di domani.
È necessario, allora, che i politici odierni (importanti e non, ma tutti, per responsabilità planetaria, continentale e nazionale, fino ai consiglieri di circoscrizione) siano caratterizzati dalla volontà di formare i giovani a questo riguardo e non di imbonirli. Di aiutarli a crescere pure in questa prospettiva e non piuttosto di accarezzare le loro passioni di supremazia, presente o futura, o di arroganza. Che insegnino loro la diritta via, non ogni ipotetica scorciatoia.
Certo: la politica è l'arte «nobile» della mediazione. Ma la mediazione onesta. E l'onestà è possibile, a volerla vivere e praticare.
Soprattutto i giovani non vanno delusi perché, poi, o non li si recupera più su questo piano o, nel tempo, il messaggio, passato e dunque talvolta consolidato, che i valori sono un «imbroglio» o una trappola per gli ingenui, consente (nel senso che si costituisce come un permesso perverso) anche a costoro, specie allorché da adulti si confronteranno con le tante difficoltà dell'esistenza lavorativa e non, di adeguarsi al compromesso, alla cessione morale, alla rinuncia della propria dignità personale e di ogni ideale.
E il più grosso furto che si può perpetrare a danno dei giovani (così come per me è accaduto in occasione della dolorosissima pagina italiana della tangentopoli di qualche anno fa, che vogliamo augurarci che sia davvero cessata al presente, nel nostro Paese) è rubar loro la speranza. La speranza nel loro futuro e nel loro lavoro; nella possibilità di dar vita, a tempo debito, a una realtà di coppia e di famiglia; nella praticabilità di consistenti virtù civili e morali. Un latrocinio enormemente più grande dei tanti o pochi capitali trasferiti all'estero su conti privati e compiacenti o del conseguente o non connesso indebitamento pubblico nazionale causato probabilmente pure da una cattiva amministrazione o dall'eccesso di confusione tra interesse pubblico e smodate ambizioni personali.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 114-115)

