Saper ascoltare

    i sentimenti

    Michele Corsi

    A volte o troppo spesso, sino a un passato recente, i genitori, la famiglia, la scuola, la società in generale, non educavano i fanciulli, gli adolescenti, i giovani e gli adulti a saper ascoltare i propri sentimenti. Anzi, veniva corrosa o distrutta la primigenia capacità dei bambini di intuire se stessi e l'altro nella relazione che li riguardava.
    Gli uomini erano addestrati a essere forti e razionali; le emozioni erano presentate come una sorta di debolezza tutta infantile o femminile, una zavorra che non consentiva di volare alto. O, al più, come qualcosa da riconoscere e coltivare soltanto in particolare momenti della vita e dello sviluppo psico-fisico: l'innamoramento, l'amore ecc. Ma da cui sollevarsi e allontanarsi ben presto e comunque non rimanerne intrappolati perché confliggenti, in fin dei conti e alla lunga, con i progetti essenziali e seri di un'esistenza.
    Le donne potevano concedersi maggiormente il lusso di queste sottili e diffuse inquietudini perché, prossime ai poeti, angelicate, mogli e madri, dovevano attingere da queste riserve le risorse e le energie per la durata e la stabilità di se stesse, della famiglia e dell'auto-conservazione sociale.
    È chiaro che i sentimenti di cui si trattava erano unicamente quelli cosiddetti buoni che, in quanto tali, erano una sorta di coloritura individuale o collettiva dei valori: la bontà, la pazienza, l'abnegazione ecc.
    Tutto molto romantico o degno della «peggiore» melensaggine pseudoromantica.
    Come non sostenere invece, oggi, che qualunque persona: uomo, donna, giovane o anziano, ha diritto a riconoscere ogni proprio sentimento, ad ascoltarne la voce e il messaggio profondo che trasmette, e soprattutto che non esistono i sentimenti buoni e quelli cattivi. Sono tutti sentimenti e particolarmente sono i nostri sentimenti.
    Infatti, concretamente, il sentimento è di per sé una comunicazione sempre valida, che ci racconta di noi stessi e di come viviamo l'altro, gli altri, un determinato contesto. Sono negativi o positivi piuttosto l'uso che possiamo farne e le azioni che ne facciamo discendere. E, non da ultimo, se le nostre scelte o decisioni vi conseguono direttamente, senza l'intermediazione dei pensieri e dei giudizi, l'analisi della realtà e la valutazione degli strumenti e delle opportunità.
    Ad esempio, l'invidia. Il ragazzino o la ragazzina un po' obesi, che avessero invidia dei loro compagni magri e longilinei e decidessero conseguentemente di dimagrire, senza per questo diventare anoressici, dovrebbero essere soltanto grati a questo loro sano campanello d'allarme. Se, al contrario, optassero per le varie patologie del dimagrimento o andassero in giro di notte, non impegnandosi in una dieta adeguata, a squartare i giovani bellocci, questo sì che sarebbe male. Ma questi comportamenti nulla hanno a che vedere con l'invidia. Essi attengono principalmente alla sua interpretazione distorta.
    E così la paura, che ci mette in guardia dai pericoli, non essendo per questo causa di panico o nevrosi.
    Oppure la rabbia che, se opportunamente trasformata, consente di riallineare i confini dell'io nel rapporto con l'altro e le dinamiche interpersonali. E che non è la premessa, in assenza di specifiche, conclamate e preesistenti sofferenze psichiche, di ferimenti, omicidi e quant' altro.
    Saper ascoltare i nostri sentimenti, tutti, senza averne timori e pregiudizi, ci consente di scendere sempre più da presso nel nostro profondo e di conoscerci: luci e cosiddette ombre, desideri e passioni, investimenti e repulsioni. Poi, certo, dobbiamo decidere il da farsi. E perché la nostra scelta sia giusta e vincente, occorre fare appello ai nostri pensieri, chiamare a sostegno i nostri giudizi e i nostri valori, soppesare gli elementi concreti di realtà e rendere l'intero congruente con il nostro passato, ma soprattutto con il futuro che abbiamo prefigurato come valido e ottimale per noi e per le persone che amiamo. Oppure cambiare prospettiva e a volte radicalmente.
    È per questo che non possiamo e non dobbiamo fare a meno della voce delle nostre emozioni e dei messaggi che ci portano, ma nemmeno fermarci unicamente a essi e vivere come se il nostro io più nascosto e personale fosse tutta la realtà individuale o sociale. In altri termini, trascorrere la vita «a botta di emozioni». Il che sarebbe, per altra via, sciocco, povero e pericoloso.
    Per tali nobili motivi, i genitori e le agenzie educative sono tenuti, da sempre, a educare il cucciolo dell'uomo e la persona a saper accogliere ogni sentimento, a non rifuggire da alcuno, a non interpretarli pregiudizialmente o pseudo-eticamente, a verbalizzarli per lo meno a se stessi e preferibilmente anche a coloro di cui si fidano davvero (e criticamente), per farli essere ciò che sono autenticamente: una risorsa preziosa e l'insostituibile avvio di ogni decisione autonoma e salutare.
    Senza sentimenti e soprattutto senza la compagnia della loro parola e del loro ascolto, la vita trapassa più triste, squallida e arida: un deserto di numeri, di conti e tornaconti, di dare e avere, totalmente prevedibile (o quasi). Monotona, buia e grigia. Ci perdonino i ragionieri: una sorta di insulsa
    e misera partita doppia. E l'esistenza: una sorta di bilancio aziendale vecchia maniera.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 97-99)