Sapersi guardare dentro
Michele Corsi
Noli foras ire era il «grido» di Agostino nelle Confessioni (uno dei libri che amo di più e che mi hanno fatto maggiormente «compagnia» nei miei anni giovanili).
E proseguiva: in interiore homine habitat verum.
Agostino parlava così di Dio e auspicava l'intimità con Lui, autore e latore della verità che illumina la vita.
Freud e le psicoanalisi successive hanno esaltato il valore e il ruolo dell'inconscio e hanno incoraggiato analisti e pazienti a non disdegnarlo, anzi a prenderlo in mano ed accoglierlo, al fine di comprendersi e far luce, pienamente, sulla propria esistenza, le proprie condotte e i propri comportamenti.
Sapersi guardare dentro e amare il proprio «interno» (la «camera buia» da aprire e rischiarare gradatamente), le proprie radici, sono un'opportunità esaltante di crescita individuale, la lettura di un romanzo avvincente, quello dei propri giorni, letto in lungo e in largo, in filigrana.
Ma quest'operazione, non trascurabile e nient'affatto minore, non deve risolversi in un inutile e sterile ripiegamento su se stessi, in una fuga dagli altri e dal mondo, in un autocompiacimento soddisfatto, in un intimismo quasi decadente e per questo amorale, in un eremitaggio dell'animo e della persona, lontani dalle responsabilità del tempo che si vive e della costruzione di sé per e con gli altri.
Piuttosto, la capacità di cogliersi nelle proprie verità più profonde e nascoste e il costante dialogo interiore, senza veli o difese, privo di maschere, devono potersi tradurre in un'ulteriore risorsa di socializzazione e di espansione buona dell'Io a vantaggio di tutti o almeno di quelli che si ha la possibilità di incontrare. Questo perché, nel rapporto autentico con se stessi, si ha la fortuna di addivenire anche all'altro, nella sua migliore fondazione costitutiva e nel suo augurabile progetto di relazione reciproca.
Occorre, però, non avere paura. Non temere, cioè, di cogliersi «al rovescio» di quanto appare dalle «cuciture» delle proprie vesti quotidiane e di imbattersi con i propri limiti, le proprie inquietudini e le proprie non remote perversioni. È solo guardandoli in faccia, questi nostri «nemici», che possiamo finalmente capirli e farceli «amici», piegandoli pertanto a un progetto di genuino umanesimo integrale che ci consenta, poi, di stabilire dei legami egualmente validi e di rispetto pure con gli altri, le loro qualità e le loro indubbie fragilità, senza volerli con ciò ridurre ad oggetto né eliminarle.
Il guardarsi dentro è, dunque, la premessa e, al tempo stesso, la condizione per potere, infine, uscire da se stessi e interagire efficacemente con l'altro, in modo da vincere, insieme, la storia di entrambi. Con un altro, si spera, che sappia anch'egli, o impari, a scrutarsi nelle pieghe più sottili e arcane delle proprie dinamiche interiori.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 230-231)

