Sinceri, ma non brutali:

    come dire la verità

    Michele Corsi

    La sincerità è, per me, un comportamento educato, acquisito, o educativamente conquistato, in via nondimeno perennemente provvisoria e dinamica, una meta verso cui tendere e alla quale tutti dovremmo aspirare, ma mai raggiunta definitivamente: un processo e al tempo stesso un prodotto educativi. Con un'immagine che mi è cara: un processo-prodotto educativo.
    È un traguardo cui la persona giunge nel suo divenire educativo, in virtù anche dell'intervento altrui e, come tale, sino alla morte o all'ultimo barlume di coscienza, costantemente migliorabile e superabile, ma sempre (non già nell'interpretazione di Berne che vuole che si rifugga dal pensare e dall'utilizzare il sempre e il mai) quale espressione o conseguenza di una libera scelta responsabile e di una decisione autonoma.
    L'esito educativo del soggetto in ordine a se stesso o i tanti esiti educativi ai quali aspira, nella dimensione dell'intenzionalità, sono infatti davvero delle decisioni sane e vincenti, valide, come la sincerità praticata e praticabile, quando l'individuo è libero e autonomo. In altri termini, allorché l'educando è in ultima istanza solo con se stesso; spesso tragicamente solo. Pure lo stesso bambino. Senza rendersi conto talora della vetta acuminata su cui il suo cuore e la sua mente insistono. U educazione, del resto, è un processo interpersonale in cui l'ultimo atto è rappresentato proprio dalla solitudine pesante e pensante del soggetto con se stesso, in merito a se stesso e alle sue scelte.
    Immaginiamo allora la persona e la sua sincerità come un'ipotetica palla di biliardo posta nel bel mezzo di un altrettanto presunto tavolo da biliardo contrassegnato da quattro sponde: due di segno negativo e due di segno positivo. Quelle negative sono rappresentate dal copione (di cui ho già detto e scriverò ancora in questo paragrafo) e dalla paura, quelle positive dall'autonomia e dalla speranza.
    La sincerità quale palla di biliardo, a seconda delle sponde dove va a battere, rimbalza e cioè si manifesta oppure non rimbalza, quindi si blocca, non si esprime, non si rivela. Meglio: non si svela. Le sponde positive sono quelle che, se toccate, consentono lo svelamento della sincerità; quelle negative ne segnano, invece, il suo occultamento o il suo non darsi, perché o il traguardo della sincerità non è stato raggiunto o è stato solo parzialmente sfiorato o, ancora, è stato impedito in quella situazione storica o psicologica.
    La persona e la sua sincerità sono qui riguardate, dunque, come un comportamento stretto tra due fuochi di segno opposto: da una parte, negativi, il copione e la paura; dall'altra, positivi, l'autonomia e la speranza.
    Il copione è, brevemente, in analisi transazionale, il piano di vita «scritto» in modo per lo più inconsapevole dai genitori per i propri figli, un piano di vita imposto. La parola originaria in lingua inglese: script, ben esemplifica questi concetti. In altra forma, il copione è una sorta di trappola esistenziale conchiusa in se stessa, in cui sono compresi e riassunti i sogni magari frantumati della coppia parentale o di uno dei due genitori in particolare, i loro ideali, le opzioni bloccate e le rigidità trasmesse da costoro ai figli, all'insegna dello slogan: Fai tu per me e con me.
    Di contro si ha l'autonomia quale approdo del riconoscimento del copione e del suo superamento, non agevole senz'altro, ma liberatorio: una liberazione dal copione che implica, finalmente, il discernimento sano di sé, dell'altro e del contesto. Un'autonomia, che rinvia al medesimo concetto che per le scienze in quanto tali ha espresso Rudolf Lochner, come opposta all'autarchia (per noi, cioè, l'isolamento assoluto della persona e quindi la sua impossibilità addirittura ad esistere) o ad una disciplina assunta come somma di altri possibili saperi o come espressione di essi (il vecchio e superato modello della pedagogia in quanto tale): una somma «esterna» che rinvia al copione e alla definizione che ne abbiamo poc'anzi offerta, in una sorta di quadro paraschizofrenico. Una persona autonoma, pertanto, è, come ogni singola scienza, un soggetto che, riconoscendo sé e l'altro in un contesto, «si dà legge a se stesso», non si priva del suo potere e lo mantiene integro. Più da presso, l'analisi transazionale interpreta il mondo psichico degli individui e il loro processo-prodotto educativo, nella più rosea e felice delle situazioni, come una «migrazione» dal copione (nel quale trascorre l'esistenza la stragrande maggioranza degli abitanti di questo nostro pianeta) all'autonomia.
    L'altra coppia di segno opposto è rappresentata dai sentimenti.
    H.D. Johns e E Montuschi raggruppano tutti i sentimenti cosiddetti negativi (l'invidia, la rabbia, la gelosia ecc.) in un sentimento prevalente che li accomuna anche formalmente e li sovrasta: la paura; e quelli positivi (la fiducia, l'allegria, la gioia ecc.): nella speranza.
    Se, nell'autonomia, la persona è finalmente libera da ordini e ingiunzioni, eccezion fatta per le regressioni copionali pur sempre possibili anche in questo stato faticosamente raggiunto, in essa il soggetto umano è altrettanto libero di riconoscere e padroneggiare i propri sentimenti, e dunque anche il persistere della paura ragionevole e ragionata e la speranza.
    La paura immotivata è invece un costante retaggio copionale, mentre la speranza fondata è il segno manifesto dell'autonomia.
    Da qui, la descrizione o l'affermazione, che dir si voglia, della sincerità come una modalità comportamentale della speranza e dell'autonomia: una speranza che nasce e affonda le sue radici nel Bambino berniano aperto e pieno di gioia di vivere. E ritengo che si è sinceri quando si ha la speranza motivata, che è la quasi «massima» certezza storicamente possibile, del futuro, del proprio e dell'altrui futuro, del futuro di una situazione e di un rapporto, e allorché il proprio Genitore interno (quello studiato e rappresentato dall'analisi transazionale: AT) si sente garantito nella possibilità attuabile e attuata di essere sinceri. Sempre per l'AT: ci si dà il permesso o ci si consente l'opzione della sincerità.
    Pertanto: il percorso o il «diagramma» della decisione, di ogni decisione sana o insana, della decisione di essere sinceri, in questo caso espressione dell'autonomia dell'individuo, originano dal Bambino, soddisfano il Genitore e si manifestano (escono) dall'Adulto.
    Ancora: la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero, affermava lo slogan che accompagnava un film di qualche anno fa di Tim Robbins, intitolato Le ali della libertà. Slogan che utilizzo in modo paradigmatico per gli scopi del mio dire qui e ora: libero e cioè sincero.
    L'educazione è, per se stessa, all'insegna della speranza (la speranza autentica, non quella copionale, che è invece l'illusione acritica e ingiustificata, il sogno o spesso il segno di un delirio ai limiti della psicosi o della schizofrenia) e del presente per il futuro. E che non può non essere, come ho già scritto, pure a motivo della filosofia dell'educazione che la caratterizza e la sostanzia, che il risultato di una vincente educazione all'autonomia.
    Se sia poi possibile un'educazione copionale e sinergicamente una pedagogia copionale, alla luce di altra filosofia dell'educazione e di una differente filosofia dei valori, è un tema che non intendo affrontare perché mi condurrebbe troppo lontano dallo specifico di questo argomento.
    E con l'educazione, per una sorta di tautologia teorico-prassica interna, la pedagogia, quale scienza autonoma con Dewey e con il già citato Lochner, che è di per sé anch'essa all'insegna della speranza e del futuro. Una pedagogia, infatti, che non fosse profetica, ma ripiegata sul presente o peggio sul passato e sulle sue possibili interpretazioni, non servirebbe a molto.
    La speranza: l'educazione alla speranza, nella speranza, è educazione all'autonomia e alla sincerità;
    Può: rimanda alla decisione dell'Adulto, nella sinergia tra Bambino, Adulto e Genitore, e dunque all'autonomia e non al copione;
    Renderti: nel taglio dell'educare, dell'atto educativo, del processo-prodotto educativo;
    Libero: nell'accezione dell'autonomia, della liberazione dal copione, della «libertà» di Franco Lombardi e Michele Federico Sciacca;
    O autonomo: in opposizione ad autarchico (in coerenza con Lochner).
    Per la via dell'autonomia come antitetica all'autarchia e all'indistinta confusione o somma dei «molti», la sincerità si caratterizza vieppiù quale dato di educazione da acquisire o acquisito, espressione dell'autonomia faticosamente raggiunta dalla persona e non già del copione. E al tempo stesso è la natura epistemologica stessa dell'autonomia, come fatto e come valore, che ci introduce alla relazionalità della sincerità (di cui scriverò tra poco).
    Un'altra considerazione, che ora avanzo, riguarda l'asserzione della sincerità non solo quale espressione comunicativa, ma come accadimento, parola-azione, che appartiene al novero delle meta-comunicazioni e insiste pure su questo piano. La sincerità, cioè, come manifestazione o svelamento di una verità fenomenicamente o fenomenologicamente intesa, in ordine a esperienze e vissuti, praticabile e condivisibile, in congruenza con il terzo assioma della pragmatica della comunicazione umana: «ogni comunicazione (nel nostro caso, la sincerità) ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione (l'altro verso cui si è sinceri e il contesto, in reciprocità con il nostro essere sinceri) di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione».
    L'ottica, dalla quale mi pongo nell'esaminare la sincerità, è pertanto dichiaratamente relazionale: è una comunicazione sulla/e comunicazione/i e come tale rinvia alle domande: «Che faccio, sono sincero?», «Come, dove, quando, fino a che punto sono sincero con l'altro?». E ancora: «Ma io sono sincero con me stesso?», «Come, dove, quando, fino a che punto sono sincero con me stesso?» (laddove tutti questi «sono» sono «presenti storici»).
    In questa prospettiva, la sincerità non è mai un fatto monopersonale e, anche quando apparisse tale, è sempre relazionale. È piuttosto un moltiplicatore di risorse alla stessa stregua dell'educazione come rapporto educativo, che è descrivibile quale funzione sinergica almeno di un educatore e di un educando in un ambiente, caratterizzato da uno spazio e da un tempo. L'educazione intesa cioè in chiave relazionale come una struttura-funzione tridimensionale di moltiplicazione di risorse tra un educatore, un educando e un ambiente e dunque la sincerità, sul versante della pedagogia-educazione, come una moltiplicazione di risorse tra almeno due persone coinvolte in un ambiente. Pertanto: la sincerità «sempre» come un atto educato, un atto disciplinato.
    La sincerità, pure come meta-comunicazione continua e perenne, è, dal mio punto di vista, un processo-prodotto. Un processo, con cui si educa l'altro e ci si educa alla sincerità nel rispetto pieno e autentico di sé e dell'altro e, al tempo stesso, un prodotto, e dunque il livello massimo di sincerità raggiunto e possibile in un determinato momento.
    Di suo, infatti, la sincerità, anche su questo versante e sotto la specie di tale interpretazione, è un processo-prodotto provvisorio e dinamico legato al sé, all'altro e al contesto, alla conoscenza di sé, dell'altro e del contesto, alla competenza della realtà e dei suoi gradi, ai cicli di vita delle persone cointeressate. In ultima istanza la sincerità, nella progressione che va dal bambino storico all'adulto, sviluppa e può crescere con l'età. Vi è cioè una fondata speranza pedagogica che essa progredisca con gli anni e con l'aumento dell'autonomia, nella linea anche di quanto sostenuto da Kurt Lewin nel V capitolo del suo libro intitolato Teoria dinamica della personalità.
    È probabile (nell'accezione della teoria della probabilità), e la lancio qui come una provocazione, che il credente, quindi una particolare figura di persona, raggiunga l'apice della sua sincerità in occasione della sua ultima confessione, se lo vorrà e se sarà lucido.
    La sincerità è allora la sinergia dell'antico ex-ducere da sé, per sé e per l'altro a livello educativo, come manifestazione e realizzazione dell'io per l'io ed il tu, con l' inducere per l'altro, ma anche per sé, a figura della spirale della teoria delle catastrofi.
    Ne consegue per altra strada che, a volerlo, è possibile essere sinceri ed educare alla sincerità. Infine: l'educazione e la pedagogia sono possibili.
    Ancora: la sincerità come meta-comunicazione educata ed educante per l'altro e per sé, contestuale e relazionale. Che è, a questo livello, un fatto-valore squisitamente educativo.
    Pure un'altra considerazione di cui ho già trattato: il rispetto nella sincerità.
    A livello metodologico e valoriale, la sincerità rimanda alla gradualità. È proprio l'istanza della relazionalità, connessa con i cicli di vita delle persone coinvolte, a reclamare la scelta-comportamento della gradualità: «Cosa posso dirgli?», «Come, dove, quando e fino a che punto posso espormi nella mia sincerità?» per conquistare l'altro alla verità e piuttosto non perderlo. A una verità, come ho già scritto, fenomenicamente e fenomenologicamente intesa. La sincerità quale sfida perenne.
    Il rinvio, cioè, a una gradualità che si confonde con la pazienza in psicologia clinica e in psicoterapia, nell'attesa che maturino e si definiscano, nell'altro, le forze dinamiche interiori atte a sostenere l'impatto con la sincerità (nell'interpretazione di Wolfgang Metzger o della pazienza-virtù di Romano Guardini). Rispetto-pazienza che io non colgo dichiaratamente allo stesso modo di Guardini nel suo volume intitolato Virtù, ma, da pedagogista, come un comportamento, laddove il limite invalicabile di ogni decisione è che la sincerità quale comportamento-decisione, in AT come per uno dei grandi della mia disciplina: Maria Montessori, è «non fare del male né a sé né agli altri».
    Di contro, come diversi, e non in opposizione alla sincerità che è l'insincerità, si verificano i due atteggiamenti copionali della brutalità-rozzezza, proprio perché non interconnessi con la gradualità, e che in qualche modo rinviano all'impulsività (per me, parodiando il salmo 85: «sincerità e impulsività non si abbracceranno»), e del calcolo della verità, quindi l'opportunismo in luogo della sincerità, che è quel particolare tipo o piuttosto «non tipo» di sincerità di cui si sono occupati i sociologi e i politologi, che è una falsa sincerità praticata non all'insegna del rispetto dell'altro, ma dell'interesse dell'io e pertanto non quale espressione possibile lì e allora, educata ed educativa per me e per l'altro, della verità.
    La brutalità e la rozzezza rimandano all'aggressività e al copione individuato da Berne in «Ciao! »...e poi? del «piccolo fascista», agli ordini del «sii forte» e del «metticela tutta» e all'ingiunzione del «non pensare» (dunque l'impossibilità di decidere sanamente). Il calcolo opportunistico della verità, che è la sincerità praticabile «a proprio uso e consumo», sottende, invece, l'ordine dell'«essere perfetto per se stesso» insieme a un grappolo di ingiunzioni o divieti come il «non fidarsi», il «non entrare in intimità», il «non esprimere sentimenti», il «non essere se stesso», sia pure con percentuali varie tra loro. Calcolo che esprime a tutto tondo la cultura dell'appartenenza (anche quando è gestita da un singolo o è una misura solipsistica) e che è esercitato da tanti, troppi soggetti e gruppi di differente matrice ideologica e confessionale, e che è ben altro dallo stile e dalla prassi della testimonianza e della solidarietà.
    La sincerità poi, quale ultima considerazione alla luce di A.H. Harris, si «muove» all'insegna di uno dei grandi slogan dell'AT: «Io sono Ok, tu sei Ok», e pertanto nella considerazione della potenza espressa dall'io e nel riconoscimento paritario dell'altrui potenza, nel senso che la persona sincera si stima e si rispetta, ma anche stima e rispetta l'altro come degno della propria sincerità.
    E, concludo, utilizzando il già citato testo di Guardini sulle Virtù, collocando la sincerità, da lui definita quale «veracità», all'interno di un modello a spirale a due livelli di correlazione tra questo comportamento-decisione e altri comportamenti «virtuosi». Una sincerità, cioè, che io colgo costantemente, pure in questa prospettiva, in forma dialogica e sinergica con altre «decisioni», in una sorta di mappa di calibrazione e di relazionalità tra codeste.
    Nella struttura di primo livello, la sincerità si interconnette con l'accettazione di sé e dell'altro di contro all'ordine AT del «sii perfetto» e la pazienza verso sé e l'altro o «gradualità», che sono, a mio parere, i due grandi «fari» o nutrimenti dell'educazione e della pedagogia-educazione come teoria-prassi del fatto educativo. Ancora e parimenti, la sincerità si ricollega reciprocamente con la giustizia verso sé e l'altro e il rispetto verso sé e l 'altro, entrambi passibili di essere praticati laddove non sia attiva, in un determinato individuo, l'ingiunzione del «non entrare in intimità» pure a motivo dell'endemica opposizione che esiste tra la sincerità e la non intimità. E, infine, con il coraggio verso sé e l'altro, di cui Jung tratta nel XVI volume delle sue Opere, nel «silenzio» del divieto AT di «non fidarsi di sé e dell' altro».
    Nella struttura di secondo livello, la sincerità si coniuga con la riconoscenza nei confronti dell'altro: un altro riconosciuto come importante e verso cui, sempre in chiave AT, la persona si dà il permesso di essere sincera, non vivendo l'ingiunzione del «non sentire» ed esplicitando ulteriormente la massima «Io sono Ok, tu sei Ok», non solo sul piano del rispetto formale dovuto a ogni singolo individuo, ma anche su quello della conferma dei contenuti che quel particolare soggetto incarna ed esprime.
    Stili relazionali positivi (fiducia, intimità ecc.) e comportamenti virtuosi, quale ad esempio la gratitudine.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 59-65)