Vivere è
avere coraggio
Michele Corsi
Vivere è scegliere, malgrado ogni possibile difficoltà esterna o personale, un proprio particolare progetto esistenziale e percorrerlo fino in fondo. E decidere, nel contempo, di modificarlo, completamente o in parte, se necessario o laddove si ravvisasse l'evidente utilità per sé o per gli altri interessati. Costi quello che costi e facendosi carico delle eventuali critiche, delle inevitabili incomprensioni o addirittura dei pesanti attacchi cui si può andare esposti o soggetti.
Vivere è osare e affrontare rischi e pericoli. Alcuni anche di forte entità; pur di rimanere fedeli a se stessi e alle proprie scelte, ai propri valori, ai propri convincimenti e alla propria identità, non da ultima morale.
È un navigare, talora, stretti tra situazioni difficili, tra impervi Scilla e Cariddi di opzioni egualmente faticose, nell'intenzione di superare gli ostacoli e di mantenere la via diritta.
Per essere in grado di assolvere a tutto questo, occorre avere coraggio. Non è, con la paura, che si può vivere degnamente. O con un sistema di perenni tatticismi, finalizzati al rimanere costantemente a galla (il che, poi, accade raramente) e senza peraltro avanzare di un passo. E soprattutto rinunciando a se stessi.
Il coraggio di non cedere alle troppe sirene del momento. L'eroismo di rinunciare alle molte chimere temporanee e passeggere dei percorsi allettanti, ma scivolosi. La prodezza di tenersi costantemente in mano e di sorvegliarsi attentamente. Al limite, di turarsi le orecchie con la cera, a modello di Ulisse, per resistere alle tante tentazioni melodiose e avvincenti dei nostri tempi.
Vivere, però, è a volte anche perdere e accettare le pause, le sconfitte, i ritorni all'indietro; smarrire la bussola, cadere, inciampare e quant'altro di simile.
È indispensabile, a questo punto, essere capaci di amarsi ancora di più. E, in virtù di questa nuova forza e risorsa: l'amore per il proprio futuro, che si vuole diverso da un passato pure recente di dolore, a vantaggio non solo di se stessi, ma di tutti coloro che si amano, sapersi perdonare (non scusarsi lamentosamente o puerilmente e nemmeno auto-flagellarsi inutilmente, perché il perdono è un comportamento adulto, a chiunque sia indirizzato e da qualunque persona promani), per mettersi, così, in condizione di ripartire.
Bisogna, allora, che da appena nati, a muovere dall'educazione offerta e ricevuta, appresa, si impari a vivere, ad avere coraggio, a perdonarsi e a ripartire. Mediante quel grande «gioco» o quel mirabile affresco, saggiamente pensato e sanamente impartito, che sono le «regole spiegate» (il dovere compreso e non subito) e i permessi potenziali e attuabili (il «potere» degli uomini e non degli dèi): la possibilità di essere anche debole o fragile, di sbagliare, ma non sempre. Per trasformare, infine, l'imperfezione in tenerezza e diventare maggiormente prossimo all'altro.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 234-235)

