Teresio Bosco
(NPG 1980-04-54)
Nel difficile dialogo tra i giovani e la Chiesa, si è inserito, come proposta qualcata, il «catechismo dei giovani».
Come ogni strumento, può facilitare o complicare la comunicazione.
Certo, la complica a chi ha sposato lo spontaneismo o quel troppo facile irenismo che imposta il dialogo sull'accoglienza acritica di tutte le parole dell'interlocutore. Bisogna però riconoscere che sono rimasti spiazzati anche molti operatori pastorali «seri». Lo strumento risulta qualche passo più avanti della media dei giovani italiani. Non manca il timore che non si tratti di una progressione graduale, quasi bastasse sollecitare ad allungare un po' il passo, per arrivarci. Molte pagine rappresentano un modello culturale diverso da quello corrente. Ci si può inoltre sperdere, naufragando nell'intreccio sapiente e rqffinato della sua struttura.
Però c'è oggi in tutti una gran voglia di provare, di non rassegnarsi troppo presto a conclusioni scontate, di inventare le mediazioni che ci permettano di utilizzare proficuamente il «catechismo».
Come contributo, offriamo anche noi un sussidio: una sintesi, molto leggibile e ben articolata, di tutto il documento. Ha il pregio di non sostituirsi al testo, ma di introdurlo, riducendolo alla sua spina dorsale.
A partire da questo sussidio, il «catechismo» può ritrovare la sua carica interpellante di strumento prezioso per le comunità ecclesiali che vogliono servire l'educazione dei giovani alla fede.
Per evidenti ragioni tecniche, pubblichiamo il sussidio a puntate.
PARTE PRIMA - ALLA RICERCA
1. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ
I. L'uomo «maggiorenne» e la crisi del cristianesimo
Esiste, nella nostra epoca, una crisi della Chiesa e della fede.
Si afferma che c'è rapporto tra crisi della fede cristiana e la nascita di una società democratica, egualitaria, intollerante della autorità, fatta di uomini che non vogliono più essere «minorenni» (= incapaci di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro).
Molti cattolici hanno davvero paura a «servirsi della propria intelligenza». Storicamente, non sempre i cattolici hanno avuto il coraggio della verità.
Il Concilio Vaticano II ha deplorato questi atteggiamenti mentali. Ha esortato ad affrontare le difficoltà esistenti tra fede e cultura, convinti che non sono un ostacolo, ma un'occasione di approfondire la fede. (pg. 10-11)
2. I pregiudizi dell'uomo «maggiorenne»
Ci si deve però anche domandare se chi non crede non abbia pregiudizi sulla fede (pregiudizio = opinione non motivata). Ognuno deve avere il coraggio di tentare un giudizio personale sui Cattolici.
La questione posta dai Cattolici agli uomini moderni si può così sintetizzare: chi fu Gesù di Nazareth? La sua predicazione e la sua vita hanno significato per noi? Si può, si deve credere in lui? E credere in Gesù Cristo che cosa vuol dire per la nostra vita? (pg. 12-13)
3. Perché ci vuole coraggio
Ogni verità che ribalta un programma di vita esige coraggio. La risposta alla doman-
da «chi è Gesù Cristo» può avere come risposta una di queste verità scomode.
(pg. 13-14)
4. Che cos'è la verità?
La parola «verità» può suscitare sorrisi scettici. Secondo molti non c'è «verità». Di fronte a questo scetticismo (come di fronte a Pilato) Gesù è senza parola: non ha più nulla da dire a chi ha deciso che la verità è una parola vuota. (pg. 14)
5. L'uomo rifiuta la verità o la verità abbandona l'uomo?
La vita, come le sue brutalità, ha smentito tante «verità» in cui credevamo, ci ha mostrato uomini e potenze che non hanno «una verità», ma tante verità contraddittorie a seconda della convenienza. Dobbiamo rassegnarci irrimediabilmente, o continuare a cercare «la verità», convinti che senza questa luce la vita non ha senso? (pg. 14-15)
6. Un nuovo dogmatismo
Gli uomini hanno paura a scoprire la verità, la realtà delle cose. E si rifugiano nei «pregiudizi collettivi»: opinioni non motivate, ma condivise da molti, capaci quindi di dare una certa sicurezza. La «verità» diventa cosi quella del gruppo o del partito a cui si appartiene. (pg. 15)
7. Verità e veracità con se stessi
Il vero uomo «maggiorenne» è colui che non si affida all'opinione comune o alla tradizione secolare come a una norma infallibile, ma su tutto si interroga, ogni parola ascolta, nella ricerca attenta e appassionata di ogni briciola di verità. Perché non vuole «inventare a se stesso le cose», vuole invece essere «vero di fronte a se stesso»: ha una profonda stima della propria dignità. (pg. 16-17)
2. FINE DELL'EPOCA RELIGIOSA?
1. Il silenzio di Dio
Molti «non hanno interesse» per Dio.
Tutti avvertiamo che il cosiddetto «senso religioso» non orienta più se non in maniera marginale la nostra vita. Per chi vive nella nostra epoca, l'atteggiamento religioso, se c'è, è il risultato di una ricerca, di una fatica, di una scelta.
Atteggiamento religioso = atteggiamento di chi riconosce una realtà che non si confonde con quella della storia umana.
Ci sono piccoli segni del persistere dell'esigenza religiosa (tecniche di meditazione, gruppi e sette, evasioni nell'occulto e nella parapsicologia, e soprattutto la robusta religiosità popolare).
Ma l'impressione maggiore è il disinteresse per Dio. O Dio è assente, o la civiltà che abbiamo costruito l'ha emarginato. (pg. 18-19)
2. All'origine dell'irreligiosità moderna
Analisi sociologica dell'irreligiosità moderna:
- le scienze moderne abituano a rispondere al «che serve?», non al «che cos'è?». Ci fanno cercare l'utilità, non la verità;
- l'ambiente artificiale delle città che l'uomo ha costruito, rimanda all'uomo; l'ambiente naturale in cui l'uomo viveva a contatto con la natura rimandava a Dio. Dopo l'analisi sociologica, occorre dare una valutazione dell'incredulità moderna. Non tutto ciò che è spontaneo è giusto, è sulla linea della verità. Che uno non senta il bisogno di Dio non ha per conseguenza che Dio non sia vero (come il non sentire il bisogno dell'Africa non dice nulla sulla sua esistenza, verità). (pg. 19-20)
3. Il «sospetto» contro la religione
Ci sono delle correnti del pensiero moderno che propongono una visione totale dell'uomo (= che affermano di spiegarlo completamente), e che proclamano la fine della religione. Fanno capo a Marx, Freud e Nietzsche.
Essi «sospettano» che la religione sia «illusione», o «proiezione» dei desideri insoddisfatti su una realtà ultraterrena: una realtà solo immaginata, che però risparmia lo scontro arduo con la vita ostile.
La radice di questa «illusione», per Marx, è nella schiavitù del capitalismo. Per Freud è nella civiltà che reprime le pulsioni. Per Nietzsche è nella mediocrità dei deboli.
Queste concezioni hanno una partenza falsa: per spiegare l'origine della religione come «illusione» concentrano l'attenzione sull'uomo religioso, non sulla religione. Gesù Cristo per loro è fuori gioco, non interessa. (pg. 20-21)
4. Ragioni e limiti della critica antireligiosa
Può darsi che Marx, Freud e Nietzsche abbiano ragioni non trascurabili sul comportamento religioso di molti. Non è una sorpresa: la religione ha sempre corso il rischio di trasformarsi in superstizione rassicurante, al servizio delle proprie paure. Ma al di là del comportamento degli uomini rimane Gesù: di lui cosa dire? E rimani anche tu: qual è il senso della tua vita? (pg. 22)
3. NON SI VIVE DI SOLO PANE
1. «Ciò di cui non si può parlare»
Ripetiamo: lo svanire della presenza di Dio dipende dall'assenza di Dio o dalla cecità dell'uomo?
La mentalità scientista esclude Dio come «non sperimentabile», «non possibile a descriversi con precisione» (la mentalità scientista ha escluso tutto ciò che può essere solo intuito, sperato, temuto, amato, invocato).
Ci sono però tante cose importanti nella vita che non si possono misurare con statistiche né classificare negli schemi rigidi della scienza: l'amore, l'odio, la speranza, il timore, la gioia, il pianto... Da Omero a Mozart, grandi testimoni dell'avventura umana hanno dato voce a queste realtà «non possibili a descriversi con precisione». (pg. 23-25)
2. Il vangelo e le cose concrete
Il principio scientista diventa positivismo nel concreto, nella vita: interessano le realtà sperimentali, di cui è verificabile l'utilità, la convenienza. L'uomo moderno corre il rischio di esaurirsi nelle cose comprabili, classificabili, corre il rischio di «non andare più in là».
Gesù respinge questa tentazione affermando: «Non di solo pane vive l'uomo». Deve aprire gli occhi sulla realtà che sta «oltre ciò che può sperimentare come corrispondente ai suoi bisogni».
Se gli uomini d'oggi hanno messo da parte Dio, è perché probabilmente hanno scelto
di vivere di solo pane, di fare del profitto il principio e il fine della loro vita.
(pg. 25-26)
3. È la libertà il bene più grande?
L'uomo moderno pare non vivere «di solo pane»: aspira, si batte per la libertà. Per fuggire le illusioni occorre però sapere cos'è la libertà.
Tutti sanno cosa vuol dire «liberarsi da». Pochi sanno cosa costruire nella vita diventata «libera da». Cioè pochi sanno realizzare una vita libera, riempirla di «valori positivi». La libertà è una grande cosa, ma non è tutto se tu poi non sai riempire lo spazio liberato, o peggio lo riempi di nuove schiavitù. (pg. 26-27)
4. I paradossi della «libertà» moderna
Ogni volta che il sistema economico sfugge al controllo degli uomini, le cose che dovrebbero liberare l'uomo lo imprigionano di più:
- la macchina rende schiavo l'uomo;
- l'apparato produttivo domina e deprime l'uomo;
- il lavoro diventa valore assoluto, indiscusso, non più mezzo di liberazione;
- la propaganda commerciale crea bisogni artificiali;
- il tempo libero diventa il tempo più vuoto, più frustrante della settimana. Tutto questo mostra quanto sia difficile gestire bene la libertà, riempirla di valori e non di nuove schiavitù. (pg. 27-28)
5. Dissoluzione dell'uomo o speranza?
L'uomo descritto oggi dai mass-media è un uomo in dissoluzione, infelice, che fa cose assurde.
La libertà ridotta a «indipendenza dagli altri» è riconosciuta cosa misera.
Si invoca una nuova vita sociale, fondata sui valori della partecipazione, dell'incontro, della comunicazione, della comunione tra le persone.
I limiti delle nostre realizzazioni rispetto all'immensità delle nostre aspirazioni, fanno riacquistare senso al discorso su Dio, che è promessa dell'unico bene capace di dare risposta alla nostra speranza. (pg. 28-29)
4. LA SPERANZA DI CUI L'UOMO VIVE
1. ...Ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio
La libertà vale poco se non scopro qualcosa di buono da scegliere e da realizzare, che meriti il mio impegno, la mia fatica, il mio desiderio, la dedizione generosa di ogni mia energia.
Le grandi parole «giustizia», «pace», «amore», «bellezza», «gioia», «vita», «verità» lasciano intuire quale sia il «bene» per la libertà umana, anche se non consentono di tracciare un progetto definitivo. (pg. 30-31)
2. La fame di speranza e il pericolo di illusione
La vita quotidiana è in gran parte un susseguirsi di azioni banali, ma è anche attesa, desiderio, speranza di qualcosa di «bene» che non dipende solo da me. Abbiamo bisogno di speranza per vivere, di un futuro attraente che diventi fonte di energia e di volontà. Ma corriamo il pericolo di illuderci, di vivere in attese che saranno quasi sempre deluse. (pg. 31-32)
3. L'illusione a fondamento della vita?
Un fatto: la felicità si sogna sempre alla vigilia. Quando arriva, delude. La gioia svanisce man mano che il futuro si fa presente.
Di fronte a questo fatto ci sono due spiegazioni:
- quella illustrata dallo scrittore Samuel Beckett: aspettare qualcosa o qualcuno che dia senso alle cose troppo fragili in cui viviamo, è un'illusione;
- quella affermata da Gesù di Nazareth: aspettare qualcosa o qualcuno che dia senso alle cose fragili in cui viviamo ha un fondamento al di là delle cose umane: vivere è iniziare la realizzazione del proprio bene, la realizzazione piena è nascosta nel segreto di Dio. (pg. 32-33)
4. Illusione e speranza nell'esperienza dell'amore
Nell'incontro tra un ragazzo e una ragazza la loro futura vita in comune appare carica di felicità. Quando il futuro si fa presente emerge però anche l'aspetto faticoso e incerto dell'amore. È giusto allora il detto «il matrimonio è la tomba dell'amore»?
Non è questa l'unica possibilità. Si può invece riconoscere che la vita comune tra uomo e donna, pur essendo una delle esperienze più significative e arricchenti, non è ancora quell'esperienza ultima di cui gli uomini vanno in cerca. L'amore tra l'uomo e la donna dev'essere vissuto come inizio parziale, ma suggestivo e reale, di una promessa e di una speranza nelle quali si trova la forza per superare ogni prova.
(pg. 33-34)
5. Illusione e speranza nella vita politica
L'inizio dell'impero politico di un gruppo di giovani è la scoperta di una speranza: quella di riuscire a cambiare la società. L'ideale è sentito con purezza, la vita è carica di promesse. Quando il progetto si traduce in scelte precise, deve misurarsi con giudizi diversi, resistenze, reazioni, situazioni impreviste: nasce il sospetto, la volontà di prevalere, il ricorso al compromesso. La realtà è immutabile? la politica è proprio «cosa sporca»?
Non è l'unica conclusione possibile. La fatica di cambiare il mondo può continuare al di là delle delusioni, se affonda le radici in una speranza autentica: ciò che io faccio per la giustizia può avere risultati scarsi, ma è segno di un'attesa più profonda che non andrà delusa. (pg. 34-35)
6. Passaggio all'Evangelo
La speranza appare come il pane quotidiano di cui l'uomo ha bisogno. Ma cos'è la speranza? La speranza di cui viviamo è la nostalgia di Dio, dell'Assoluto. Nel Cristianesimo, però, questa nostalgia è divenuta certezza. Dio è entrato nella nostra storia, ha mandato a noi la sua Parola come compagna di cammino. Gesù è questa Parola di Dio fatta carne. (pg. 35-36)
5. LA QUESTIONE DEL GESÙ STORICO
1. Conversione al Gesù uomo
Religione e Cristianesimo non si possono identificare. Nella storia occidentale, però, praticamente si identificano da due millenni. È quindi logico che l'attuale crisi religiosa abbia travolto anche l'immagine di Gesù come fondatore del Cristianesimo. Si nota invece una riscoperta di Gesù-uomo, spogliato degli attributi solenni, religiosi. Molti tentano di «ricuperare» la genuina figura del maestro buono, amico dei peccatori, indulgente, nemico coraggioso di ogni fariseismo, ben diverso dal Gesù-deglialtari.
Ma in questo «ricupero» ci sono gravi contraddizioni: per alcuni Gesù è un rivoluzionario e ribelle; per altri un idealista illuso; per altri un consolatore di cuori afflitti che non cambia nulla; per altri ancora un intransigente insopportabile.
(pg. 37-38)
2. La questione del Gesù storico
È possibile stabilire la verità su Gesù? I racconti nei Vangeli sono una fonte degna di fiducia? È la cosiddetta «questione del Gesù storico». Da due secoli dura questa «questione». È meglio però subito allontanare un equivoco: il risultato dell'indagine storica potrà portare a ricostruire con esattezza gli avvenimenti della vita di Gesù. Non potrà invece automaticamente rispondere alla domanda «chi è costui»? Scoprire la sua storicità non equivale a «interpretare esattamente» la sua figura.
(pg. 38-39)
3. La storia di Gesù banalizzata
La «questione del Gesù storico» fu introdotta brutalmente dall'incredulo tedesco Reimarus (1694-1768). La ricerca storica ha però da tempo superato la ingenuità di chi nega l'esistenza storica di Gesù. (pg. 39-40)
4. La storia di Gesù modernizzata
Sovente Gesù non è ripudiato come invenzione mitica, ma «accomodato»: è un liberatore politico o un esempio di religiosità. La «critica storia» ai Vangeli fiorì in Germania durante tutto il 1800. Si cercò di eliminare dalla vita di Gesù gli aspetti prodigiosi, «soprannaturali», gli attributi divini, chiamandoli «elaborazioni mitiche» della leggenda popolare. (pg. 40-42)
5. La storia di Gesù riportata nel suo tempo
Questi tentativi sono oggi condannati dalla più moderna ricerca storico-critica. La più recente «scuola escatologica» vede nell'annuncio del Regno di Dio, inteso come evento apocalittico imminente, il centro che dà unità a tutta la predicazione di Gesù. Ma la clamorosa catastrofe universale non venne. La predicazione di Paolo, il culto sacramentale, la spiritualizzazione della speranza di Gesù, sarebbero solo rimedi posticci messi al posto della mancata realizzazione del Regno di Dio. Queste affermazioni troppo radicali furono ridimensionate dalla critica successiva, ma ebbero il merito di richiamare la ricerca storica a inquadrare Gesù nel suo tempo, non nel nostro. (pg. 43-44)
6. Dal vangelo alla tradizione orale
La «scuola della storia delle forme» spostò l'attenzione dalla ricostruzione della storia di Gesù alla ricostruzione della storia dei vangeli. Essi non sono nati come una biografia moderna, scritta a tavolino sulla base di ricordi, testimonianze, archivi. Gli evangelisti raccolsero e misero in ordine singoli racconti riguardanti Gesù, i quali avevano già ricevuto una forma letteraria dalla tradizione orali precedenti.
Le strutture di queste tradizioni orali erano nate in occasioni concrete delle comunità primitive: gli Apostoli e i loro collaboratori erano sollecitati a ricordare questa o quella parola di Gesù, questo o quel fatto, dalla necessità di annunciare ai pagani, di difendersi dai giudei, di istruire coloro che si erano convertiti, di battezzare o di celebrare l'Eucaristia.
Il ricordo era una «rilettura» del passato alla luce della risurrezione; la maggiore preoccupazione non era raccontare la vita di Gesù ma di annunciare la notizia della sua risurrezione e di proclamarlo Messia; chiarimenti, applicazioni, commenti potevano entrare nei «discorsi diretti» senza per nulla essere considerati «falsi storici». Oggi la «storia della forme» (patrimonio comune nella ricerca sui Vangeli) distingue tre momenti fondamentali nella formazione dei Vangeli:
- predicazione e opere di Gesù prima della Pasqua;
- predicazione apostolica alimentata dalla memoria dei detti e dei fatti di Gesù, e dalla luce nuova gettata su di essi dalla risurrezione;
- redazione scritta della predicazione apostolica, anche questa attraverso fasi successive, l'ultima delle quali sono i vangeli. (pg. 44-46)
7. Si può conoscere il Gesù della storia?
Il celebre studioso protestante Bultmann ha scritto (1926): «Noi non possiamo sapere più nulla della vita e della personalità di Gesù, poiché le fonti cristiane non si sono interessate al riguardo se non in modo molto frammentario e con taglio leggendario, e perché non esistono altre fonti su Gesù».
Gli stessi discepoli di Bultmann, approfondendo la ricerca sulla linea indicata dal Bultmann stesso, pervennero a conclusioni opposte. Uno di essi, Bornkamm, scrive: «I vangeli ci rivelano con immediata potenza la figura storica di Gesù, sia pure in maniera diversa dalle cronache e dalle descrizioni storiche. Ciò che i vangeli riportano del messaggio di Gesù, delle sue opere, della sua storia, è ancora sempre contrassegnato da un'autenticità, una freschezza e una originalità per nulla offuscate dalla fede pasquale». (pg. 46-48)
8. Critica protestante e critica cattolica
Negli ultimi 150 anni i protestanti sono stati più attivi dei cattolici nello studio della Bibbia. Perché? I cattolici riconoscono come mezzi attraverso i quali ci perviene la rivelazione, oltre alla Scrittura, la tradizione vivente della Chiesa, quindi la liturgia, l'insegnamento dei Padri della Chiesa, il magistero. La tradizione non è semplicemente «un'altra fonte di rivelazione» accanto alla Bibbia, ma ci indica come leggere e interpretare la Bibbia stessa. C'è anche un altro motivo: la spregiudicatezza della ricerca protestante, che ha fatto accogliere, in decenni passati, risultati precipitosi che distruggevano le basi stesse della fede.
Oggi la critica protestante ha rifiutato le tesi più radicali, e la critica cattolica e quella protestante sono sempre più convergenti. Esiste un fondamentale consenso. Nessuno studioso pensa di poter trarre dai Vangeli una completa vita di Gesù; ma nessuno nega che essi siano una testimonianza autentica, una ricchissima fonte di informazioni storiche; in primo luogo riguardo agli aspetti costanti e fondamentali della predicazione e delle opere di Gesù, e pure riguardo ai momenti essenziali della sua vita pubblica. (pg. 48-50)
9. Apriamo il vangelo
Gesù afferma di essere colui che ha da dirci la parola di Dio capace di nutrire la speranza dell'uomo. Questa pretesa di Gesù ci riguarda. Non resta che confrontarci con lui, ascoltare questa parola. Apriamo quindi il vangelo. (pg. 50-51)
PARTE SECONDA - GESÙ IL CRISTO
6. IL VANGELO DEL REGNO
1. La lettura moraleggiante del vangelo (Gesù fu un insegnante di etica umana?)
L'opinione pubblica tende a vedere in Gesù un semplice uomo, esempio e predicatore di un messaggio morale. Le pagine più gradite a questa opinione pubblica sono 3 capitoli del vangelo di Matteo (5-6-7) chiamati «discorso della montagna», un discorso che pare essenzialmente morale, che insegna «dei comportamenti».
Gli atteggiamenti morali tipici di Gesù possiamo condensarli in otto:
- opposizione alle convenienze sociali, sia civili che religiose;
- valore dell'intenzione più che del gesto materiale;
- franchezza coraggiosa di fronte al potere;
- vicinanza agli ultimi, agli emarginati;
- diffidenza e avversione alla ricchezza;
- non resistenza alla violenza, perdono;
- fraternità universale superando ogni razza e casta;
- riduzione di tutte le leggi morali all'amore di Dio e del prossimo. È questo il nocciolo del Cristianesimo? Il resto è «aggiunta» dei teologi e degli ecclesiastici? (pg. 55-57)
2. Il nocciolo della predicazione di Gesù (L'annuncio del Regno di Dio)
Se si esamina onestamente la predicazione di Gesù, occorre concludere che il suo centro d'interesse è l'annuncio di un avvenimento imminente, gioioso ma anche minaccioso, un avvenimento decisivo per la vita di tutti. Questo avvenimento Gesù lo chiama «Regno di Dio» (nel vangelo di Matteo «Regno dei Cieli»). L'annuncio di questo regno è la «buona notizia» (= vangelo) che Gesù porta al popolo di Israele. Questo avvenimento viene a mutare la situazione degli uomini, e li costringe a prendere decisioni radicali: «Convertitevi, cambiate vita».
Gli atteggiamenti morali predicati da Gesù sono la conseguenza di questo avvenimento fondamentale a cui bisogna adeguarsi. (pg. 57-58)
3. Il messaggio morale alla luce dell'annuncio del regno
La morale di Gesù, il discorso della montagna, non è né un adeguamento ai modelli hippy né un insieme di desideri pii. Acquista il suo vero senso nella realizzazione del Regno di Dio.
«Beati i poveri» non per tutte le ragioni «umanistiche» scoperte dalla riflessione umana, ma perché «di essi è il Regno di Dio». È il regno che consola, sazia, porta misericordia rende padroni della terra, rende figli di Dio.
La morale, nella predicazione di Gesù, è importante, ma al centro di essa, come motivazione, sta l'annuncio del Regno di Dio, imminente e addirittura presente in mezzo a noi. (pg. 59-60)
4. La difficile immagine del regno (Che cosa non è il Regno di Dio)
Che cos'è questo Regno di Dio?
Una certa educazione cristiana ha risposto: è il Paradiso, un regno ultraterreno, un futuro capace di rendere beati quelli che ora soffrono. Questa risposta non dice tutto e non risolve tutti i problemi.
Studiosi protestanti hanno affermato che il Regno di Dio è un modo di dire per esprimere la vicinanza di Dio Padre a tutti gli uomini. Gesù, quindi, non annuncia un avvenimento, ma una «verità di sempre».
La «scuola escatologica» afferma che il Regno di Dio è un errore di Gesù, una sua illusione apocalittica. Gesù credeva che il mondo stesse per fmire, che Dio giudice stesse per irrompere nella storia umana per giudicare ogni uomo. Ciò non avvenne. (pg. 60-62)
5. La speranza giudaica del regno (Che cos'è il Regno di Dio?)
Per capire ciò che Gesù intende per Regno di Dio occorre ripensare a un avvenimento del quale gli ebrei furono in attesa per tutto il percorso della loro storia. Dio aveva promesso ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra». Ad Israele promise un paese dov'erano presenti l'abbondanza, la giustizia, la pace, la libertà. Da Davide in poi, la speranza alimentata dai profeti diventa speranza di un «re giusto, discendente di Davide», che sarà consacrato con l'unzione di Dio stesso. Per questo sarà chiamato «messia», «cristo» (= unto) capace di mettere la giustizia al di sopra della forma e della prepotenza. Isaia fa parlare questo futuro re: «Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi...» (Gesù utilizzerà questa profezia per presentare se stesso).
La predicazione dei profeti distacca a poco a poco il Messia dalla figura di un re: lo raffigura come un puro testimone della signoria di Dio, un servo debole e senza potere: «Non griderà... Porterà il diritto alle nazioni» (Isaia).
In epoche successive, la speranza di Israele si sposta dalla speranza del «re messia» alla speranza del «regno di Dio»: Dio realizzerà un intervento supremo, mediante il quale tutti i popoli saranno ricondotti alla giustizia, conosceranno la libertà e la pace, nella casa dell'unico Dio.
Al tempo di Gesù la corrente degli zeloti attendeva un messia politico, che liberasse il Paese dall'occupazione dei Romani. La corrente dei farisei aveva invece praticamente annullato l'attesa del Regno di Dio. Per essi, il regno si sarebbe realizzato quando tutti gli Israeliti avessero rispettato la legge di Mosè come facevano loro. Nulla si doveva aspettare da Dio, tutto dagli uomini.
A questo punto dobbiamo domandarci: che cos'è il Regno di Dio annunciato da Gesù? Pur non potendo ancora rispondere pienamente (tutto questo libro è la risposta) possiamo già affermare:
Rispetto ai farisei, Gesù procede a una grandiosa rivalutazione di Dio, dell'azione di Dio. Il Regno di Dio da lui annunciato è: un nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, fino allora soltanto sperato; una inaudita volontà di parte di Dio di perdono e di riconciliazione, di amicizia e di familiarità gratuita con gli uomini; una solidarietà e una presenza nuova di Dio accanto agli uomini.
Questo avvenimento provoca un appello a cambiare vita, per essere in grado di accogliere e vivere l'iniziativa di Dio. (pg. 62-65)
Conviene notare:
1. Con le «parabole del regno» (Marco 4) Gesù illustrerà il Regno di Dio dandogli una fisionomia sempre più precisa. Paragonerà il regno a un seme trascurabile, al grano seminato in terreno disuguale, a un modesto pugno di lievito. Apparentemente di poco valore, il regno si sviluppa, cresce, trasforma la storia umana con la forza di Dio (vedi capo 10 n. 5).
2. Il nuovo rapporto uomo-Dio annunciato da Gesù si rivelerà fondato sulla realtà che «Dio è nostro Padre» e che «chi accoglie Gesù ha la possibilità di diventare suo figlio» (Giovanni 1,13) (vedi capo 16 n. 6, 7 e capo 17, n. 9).
(segue)

