Pasquale Incoronato *
(NPG 2014-04-72)
Il tema trattato dal convegno nazionale di pastorale giovanile è di grande impatto e di grande urgenza e priorità. L’attenzione e la cura verso il mondo giovanile sono i tratti con cui i credenti si devono muovere per annunciare il Cristo in maniera sensata e significativa.
Le nostre comunità cercano di annunciare Cristo, Signore della vita, con enormi sforzi ma senza risultati considerevoli. Anche a livello di pronunciamenti ecclesiali, di documenti magisteriali, si può affermare che la Chiesa guarda ai giovani in modo positivo, con rinnovato impegno di servizio e con il desiderio di sviluppare sempre più un dialogo. Viene ribadito che i giovani costituiscono, per la Chiesa, un “segno dei tempi” da scrutare, discernere e valorizzare.
Va fatta dunque una seria verifica sulla prassi pastorale delle nostre comunità ecclesiali e della loro effettiva relazione con i giovani e la realtà-condizione da cui provengono.
Se ci domandiamo allora quale relazione di fatto esista oggi tra i giovani e le nostre comunità, ci accorgiamo che non si può dare una risposta generica e univoca, ma siamo rimandati ad una pluralità di situazioni e di relazioni, oltretutto, non statiche ma in movimento.
È una domanda che interroga ciascuno di noi, nella concreta realtà della propria Chiesa locale e del proprio territorio. Una domanda che esige anzitutto un’attenzione di fondo, perché non mancano difficoltà e problemi. Alcune comunità non appaiono ancora sufficientemente accoglienti verso i giovani: si nota, talvolta, scarsa disponibilità al dialogo o incapacità, sfiducia e disagio, impazienza pastorale, la frustrazione di tanti “sentieri” iniziati e interrotti, una povertà di proposta-progettualità educativa. Da parte dei giovani esiste una certa disaffezione, estraneità o marginalità nei confronti dell’istituzione. Spesso c’è un problema di dialogo e comunicazione tra Chiesa e giovani, le proposte delle nostre comunità non si incrociano e si incontrano con le domande e le attese dei giovani. Per questo credo che sia necessario un rapporto personale, “a tu per tu”, che nessun evento potrà sostituire.
La realtà del Sud vive situazioni strutturali di marginalità, non solo culturali ma che hanno bisogno di una incarnazione di ogni tema pastorale con prospettive e priorità tra loro diverse. La mancanza di spazi, l’impossibilità a crearli, il vivere molto tempo per strada, l’abbandono della scuola in età precoce, il disagio giovanile, che è trasversale per tutte le fasce e ambienti sociali, ci richiedono di declinare la cura educativa con strumenti e atteggiamenti nuovi e creativi.
Del convegno nazionale porto la gioia dello stare insieme e del confronto, ma credo che occorra iniziare a far circolare di più esperienze significative che possano risultare utili per tutti. Sempre più abbiamo bisogno di una pastorale che si ancori alla Parola di Dio, che diventi sorgente e fonte di ogni pensiero teologico e di ogni metodologia pastorale. Inoltre, credo che occorra utilizzare il metodo inaugurato nel convegno di Verona, in cui si scelgono gli ambiti di vita e non più i settori. Un giovane quindicenne e un giovane adulto di trent’anni non possono ricevere la stessa cura educativa da parte della comunità cristiana, ma ad entrambi appartiene la fragilità, la cittadinanza attiva, il lavoro, la festa, la memoria, l’educazione ai sentimenti.
Inoltre ogni progetto educativo ha bisogno di essere radicato dentro un percorso stabile che, sinceramente, vedo solo nella vita della parrocchia, casa di comunione tra le case della gente. Con questo intendo persone, luoghi, vita vissuta, testimoni credibili che, attraverso una comunità accogliente, trasmettano le verità della fede.
Ma penso che l'esperienza di Genova debba illuminare (e giudicare) tutte le nostre attività e proposte pastorali. Per questo mi permetto ora di rileggere le mie da questa prospettiva (e magari sollecitare altri a farlo). Solo così un convegno diventa storia, non libro ma esperienza.
La mia personale esperienza
L’esperienza che in questi 15 anni ho cercato di costruire partiva dall’esigenza di dare risposte concrete e visibili, ma soprattutto credibili. Esse sono, in sintesi, la Locanda di Emmaus e l’Oratorio San Domenico Savio, vere e proprie esperienze di strada. Tale progetto nasce dal desiderio di avere dei luoghi dove poter incontrare le diverse realtà della nostra città e in cui poter vivere in amicizia, ospitalità e carità come dettato dal Vangelo.
Partendo dalla sicura convinzione che tutti sono a “rischio” in questa società, che propone modelli educativi, diversi per strati sociali, ma che manifestano essenzialmente un unico disagio: la mancanza di affetti certi e di riferimenti forti, disagio che poi sfocia in molteplici aspetti relazionali e personali.
Come punto propulsore, sono partito dal brano evangelico dei discepoli di Emmaus: “Allora si aprirono gli occhi e lo riconobbero”.
“La locanda di Emmaus”, ora centro di pastorale giovanile, era uno chalet completamente abbandonato. I proprietari erano persone colluse con il mondo della delinquenza. L’idea era quella di avere una struttura significativa sul territorio della città che potesse diventare luogo di incontro dei giovani e con i giovani. È stato completamente ristrutturato, e ha la possibilità di essere utilizzato in vari modi sia come sala per catechesi e incontri di preghiera, che come mensa e come scuola.
Lo abbiamo chiamato così perché volevamo dare l’idea di un luogo di vita comune, ma anche di accoglienza dove al centro ci fosse la solidarietà e la compagnia nella quotidianità. Posto sul territorio della città e quindi visibile da tutti ma anche accessibile da tutti, credenti e non credenti, giovani delle nostre parrocchie e giovani di altre associazioni e movimenti.
Al centro sta l’accoglienza con iniziative vicine ai giovani e la solidarietà.
Ci troviamo in terra di missione e di marginalità sociale: come allora coniugare queste situazione del nostro territorio e legarle così alla vita dei giovani?
Ecco allora la proposta che abbiamo chiamato: Mi fai conoscere e vedere il Cristo che tu vedi in questi piccoli?
Abbiamo messo insieme alcune esigenze quella della missione: quella dell’evangelizzazione e, infine, quella della testimonianza della carità. Il progetto innovativo fa incontrare, attraverso momenti di vita insieme, di preghiera e di convivialità, i figli dell’agio e del disagio, facendo divenire tutti soggetti e oggetti di una pastorale che forma, coinvolge, rende protagonisti mediante il servizio e la carità.
Siamo andati tra i vicoli della città, instaurando rapporti di fiducia con le famiglie dei ragazzi di strada, definiti minori a rischio. Abbiamo pensato di creare una mensa per i più piccoli (tre volte a settimana dai 7 ai 18 anni), per far ritrovare loro un ambiente familiare. Completamente lasciati a se stessi sono ora accolti da giovani e famiglie.
Quali gli obiettivi e il senso della iniziativa?
Almeno tre.
- Per ragazzi che non credono, la vicinanza a situazioni di marginalità è diventata occasione per porsi la domanda sulla fede: mi fai vedere il Cristo che tu vedi in questi piccoli?
- La formazione e la testimonianza di giovani volontari che scelgono di vivere la propria fede attraverso il servizio ai più poveri.
- Per gli stessi minori l’opportunità di crescere umanamente e spiritualmente, cioè far incontrare il Cristo attraverso la nostra vicinanza.
In sintesi: noi riconosciamo il Cristo in loro e loro imparano a trovarlo e conoscerlo attraverso di noi. Insieme senza differenze, i figli dell’agio e quelli del disagio.
L’Oratorio San Domenico Savio, invece, nasce su un territorio che prima era il cimitero della camorra. Abbiamo aggiunto maggiori spazi e iniziative al progetto, attraverso momenti ludici e sportivi. Riusciamo ora a coprire l’intera settimana. Un luogo che diventa casa, casa che accoglie, che forma, che orienta spiritualmente la vita e le scelte, che scioglie i legacci con il passato, pesante da dimenticare, ma più leggero da sopportare.
Quali i contenuti su cui ci confrontiamo per un cammino comune?
Penso possano essere espressi, come nell'episodio paquale dei discepoli di Emmaus, nella frase conclusiva: “Lo riconobbero allo spezzare del Pane".
Contenuti che possiamo declinare in questo modo.
- Spezzare la propria vita con vite sepolte, nascoste, non riconosciute, negate, spesso coperte di vergogna.
- Ritrovare le proprie fragilità, non aver paura di manifestarle, specchiarsi in vite più fragili e curare curandosi.
- Condividere il proprio quotidiano con situazioni poco fortunate, danneggiate dal comune senso del vivere, donare tempo, attenzione, cura, impegno, e accorgersi che il proprio tempo è diventato più sereno, più autentico, scostato da tutti quegli stereotipi che la società propone per i nostri giovani.
- Restituire dignità e vita perché si ci accorge che la propria vita è dono non per sé, ma per altri.
In sintesi, e con linguaggio ripreso e articolato dal Convegno PG di Genova: la cura educativa, per come l’ho vissuta in questi quindici anni, ha mosso e guidato tutto il processo, sia quello antropologico che teologico, sia la lettura della realtà che lo stesso progetto e la determinazione degli obiettivi e che costituisce anche il criterio della verifica: luoghi recuperati e sottratti al degrado, giovani che ritornano ad essere visibili alla società e che diventano protagonisti della loro vita umana e di fede, adulti e famiglie che diventano strumenti credibili del Vangelo, dentro la vita della parrocchia.
* Direttore della PG di Napoli, docente alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale nel biennio di specializzazione in pastorale; parroco ad Ercolano; dirige il centro di pastorale giovanile "La locanda di Emmaus" E' autore di Chiedimi come sono felice (Paoline 2005).

