Quale chiesa per quale prete e quale prete per quale chiesa


    Luca Bressan

    (NPG 2009-01-35)


    La figura del prete sta cambiando. Qualche anno fa una simile affermazione sarebbe stata accolta dentro il contesto della Chiesa italiana con una serena preoccupazione: l’impressione generale infatti era che bene o male l’istituzione ecclesiale avesse gli strumenti per fronteggiare il mutamento in atto. Oggi la questione si presenta già con dei toni più accesi: la Chiesa italiana comincia a percepire che i contorni e i contenuti del cambiamento saranno più forti di quanto immaginato, e anche meno controllabili. Questo clima di incertezza sul futuro della figura presbiterale ha via via attirato su di sé l’attenzione della riflessione ecclesiale, che ha cercato in più modi di venire a capo dei mutamenti percepiti, sviluppando prima alcune inchieste,[1] e impegnando lo stesso Episcopato italiano in una riflessione sull’identità del prete, sulla sua formazione, sulle sue prospettive di futuro (cf le Assemblee Generali della CEI, del novembre ’05 e del maggio ’06).
    Alla base di queste riflessioni e di queste ricerche ci sta la constatazione che, a fronte di mutamenti anche significativi, la figura del prete dimostra tuttavia una capacità di tenuta davvero notevole, e in parte inaspettata: nella nostra società, pur dipinta come secolarizzata e affrancata dall’influsso della sfera del religioso, il prete continua a mantenere, in quanto rappresentante del mondo del sacro e dell’universo del religioso, un posto di rilievo; più ancora la figura del prete si rivela come una figura essenziale ai fini della costituzione e della presenza dentro il tessuto sociale delle trame di quella solidarietà quotidiana e fondamentale che serve a costituire il tessuto connettivo del nostro vivere sociale e della nostra cultura. Non solo, e più profondamente ancora, ad un livello ecclesiale e di esperienza cristiana, la figura presbiterale continua ad essere vissuta e riconosciuta come una figura di tutto rispetto, una figura capace di consentire, di porre in essere una esperienza di fede, vera, genuina e ricca di contenuti umani e cristiani. Sono lontani i tempi in cui si criticava la figura del prete, accusandola di obbligare le presone dentro un ruolo e una esperienze ritenute poco maturanti, da un punto di vista antropologico così come da un punto di vista spirituale.
    Stanti queste premesse, risulta davvero interessante tentare una comprensione e una interpretazione delle trasformazioni in atto nella figura presbiterale. Fedeli a quanto fin qui dichiarato, partiremo cercando di illustrare in che modo cambiano le funzioni legate al ruolo e alla figura del prete oggi, per poi giungere a porci le domande che riescono a toccare il cuore del problema: è in atto infatti una modificazione molto forte del concetto di cura pastoralis o cura animarum, categoria che per molti decenni (per secoli) è stata utilizzata come il luogo a cui ancorare l’identità del prete. Cosa comporta una simile trasformazione, sarà la nostra domanda guida, per le conseguenze che sicuramente avrà (sta già avendo) non soltanto nel modo di immaginare l’identità del prete ma anche in quello di immaginare la Chiesa, nel modo di vivere l’esperienza cristiana; e, last but not least, nel modo di accogliere, discernere e formare le nuove vocazioni al presbiterato, oggi.[2]

    Il parroco, figura tipo del prete diocesano

    Le inchieste a cui ho partecipato in questi ultimi anni confermano in modo chiaro che la figura del parroco rimane la dominante nel costruire la tipologia del prete diocesano italiano attuale. La figura del parroco si conferma come la figura più equilibrata, meno portata al pessimismo e più aperta nel leggere i cambiamenti. È anche quella che segnala maggiore volontà di aggiornamento.
    La figura del parroco è anche un forte punto di identificazione, funziona come base di appoggio capace di dare un ruolo e una «consistenza» all’identità del singolo prete, anche in assenza di altre relazioni che la sostengano. Siamo così in presenza di un «carisma di funzione» utilizzato come fonte di legittimazione e punto di appoggio della propria identità personale: il prete si sente ancora a casa sua in parrocchia, come nel modello classico, evidenziando una maggiore fiducia nella capacità di sostegno esercitata dalle strutture istituzionali e dal ruolo sacrale, più che lavorare per la conquista di questo sostegno dentro lo spazio di relazioni paritetiche. Ai rischi di solitudine e alle fatiche nella costruzione di reti di relazioni significative (dentro le quali condividere la propria fede), si reagisce sviluppando una identità fortemente ancorata al ruolo che si è chiamati a rivestire. Con tutte le conseguenze del caso.

    I preti, il quotidiano, il presbiterio

    Le condizioni quotidiane di vita decidono molto dello stile del prete: il dove vive (il dove mangia) e con chi influenzano in concreto anche altri momenti della vita presbiterale e non possono non avere ricadute sul suo concetto di presbiterio, sulla vicinanza più o meno percepita del vescovo. E tutti sappiamo l’importanza che la teologia del presbiterato elaborata dal Vaticano II ha dato a queste due figure (vescovo e presbiterio)! In questo caso la pratica è ben distante dalla grammatica: le inchieste mostrano come i preti, nel costruire le reti di relazioni affettive di sostegno e di identificazione, diano poco spazio alla famiglia e al vescovo. Anche il legame con la gente, vero punto di forza della figura del prete italiano, mostra una trasformazione in atto: soltanto un prete su tre si sente appoggiato e sostenuto dai propri parrocchiani.
    La solitudine, l’indipendenza e l’autonomia in cui un prete è lasciato nel momento in cui è chiamato ad impostare e a gestire i ritmi della sua vita personale mostra poi una seconda conseguenza: diviene il luogo in cui è possibile fotografare l’evoluzione in atto nel modo di intendere la propria vita quotidiana, che sembra orientarsi sempre più verso il modello della vita religiosa. Contano di meno i legami con i parrocchiani, raddoppiano come importanza i legami tra preti amici. Seminaristi che chiedono la vita comune, preti che si sentono sostenuti soltanto da altri preti amici, preti che immaginano forme di vita e di riposo sempre più soltanto tra preti: stiamo indirizzandoci verso una trasformazione del clero secolare in clero regolare? Come leggere queste trasformazioni in riferimento al rapporto parroco – parrocchiani, costitutivo del suo ruolo?

    L’identità ministeriale dei preti

    I preti mostrano di avere ancora chiari i punti fondamentali della loro identità presbiterale: il loro compito consiste nel mantenere un rapporto con la gente (figura di un cristianesimo popolare), chiamato a gestire anzitutto la dimensione religiosa di questo popolo loro affidato, anche con strumenti semplici. I preti elaborano una interpretazione del cambiamento in atto dentro la Chiesa secondo una linea della continuità: sono convinti che il modello di Chiesa che li ha generati continui nel tempo senza grossi scossoni.
    Tuttavia mostrano anche in questo campo i segni di una trasformazione in atto verso una percezione meno istituzionale e più carismatica del ruolo del prete oggi. È possibile infatti registrare l’esistenza di una sorta di duplice tipologia, di una duplice figura del prete «soddisfatto» della propria identità ministeriale: un primo gruppo di preti che si sente soddisfatto dalle azioni classiche e istituzionali, che vedono come destinatario il popolo nel suo insieme e come strumenti le azioni classiche della cura animarum; un secondo gruppo di preti che invece vede come destinatario gruppi particolari e come strumento le azioni volte a creare relazioni, comunione, partecipazione, inserzione dentro la rete sociale più ampia.
    Nel descrivere e nell’immaginare lo spazio di collaborazione coi laici, emerge un dato ambivalente: riconoscimento del ruolo teorico della collaborazione e dell’ascolto (il valore del consiglio pastorale, ad esempio), poca valorizzazione nella pratica di forme di collaborazione. Si tende a condividere con i laici le attività cui si attribuisce minore importanza. Sempre a livello di collaborazione, i preti mostrano di vivere il presbiterio secondo canali affettivi: discutono e condividono decisioni pastorali con i preti loro amici più che con il presbiterio locale o diocesano.

    Un ideale sempre più incerto

    A conferma di questa trasformazione in atto nell’identità ministeriale, si può osservare il fenomeno del tramonto di una idea chiara di prete che stia alla base e faccia da punto di riferimento del cammino di formazione dei seminaristi odierni. L’idea di fare il parroco diminuisce come motivo principale che spinge oggi ad entrare in seminario, un dato davvero sorprendente se confrontato con le motivazioni e le pratiche di cinquant’anni fa. Si entra in seminario con una idea meno determinata di cosa voglia dire fare il prete: tramonta la figura tradizionale del prete (il parroco), non emergono figure nitide alternative, se non in parte quella del leader di un gruppo (colui che educa alla fede); soprattutto aumenta il numero di coloro che non hanno immagini ideali di riferimento. Un prete dunque visto meno come figura istituzionale, un po’ più come figura carismatica, ma soprattutto come figura vaga.
    Detto con una immagine, il prete così immaginato appare sempre meno parroco e sempre più «professionista», in grado di decidere liberamente in ogni momento i tipi di incarichi, i «doveri» legati alla sua professione, le azioni che non può permettersi di non svolgere. Un simile indizio potrebbe essere letto come il segno di una figura di prete che si pensa come leader, soprattutto carismatico-verbale, e meno ruolo di autorità (la figura del parroco – che ha pur tanto influito anche sulle vocazioni in via di maturazione, è destinata a conoscere un ridimensionamento anche forte).

    Da dove veniamo, dove siamo, dove andiamo

    Come penso si sia già intuito, le trasformazioni che stanno interessando i preti sono sì di tipo funzionale, ma in realtà ne stanno toccando l’identità profonda. Ciò che è in discussione non sono soltanto i compiti del prete, le sue azioni, ma più intrinsecamente e profondamente l’identità che attraverso questi compiti si vede istituita e confermata. Veniamo da un passato in cui la figura della cura animarum era assunta come principio regolatore del ministero e quindi dell’identità del prete: vi è figura presbiterale laddove una persona riceve l’incarico di garantire e curare quel gregge che le è affidato, sull’esempio e sotto l’autorità di Cristo pastore, e dentro la comunione della Chiesa.
    Questo passato è ancora fortemente radicato in noi.[3] Il fondamento cristologico del ministero e dell’identità del prete è un dato tradizionale che non soltanto è molto diffuso tra il clero, ma è in grado di mostrare ancora molti dei suoi benefici: uno stato di vita vissuto come vocazione, senza risparmio e senza calcoli, inteso invece come una forma di spiritualità; l’attaccamento del prete alla sua gente; una dedizione che non viene misurata su ritmi professionali ma è legata all’affetto con il quale ci si lega alla causa; l’obbedienza come principale vincolo che ci lega a Cristo e alla Chiesa.
    Questa immagine tradizionale del prete, in seguito anche ai cambiamenti che la stanno interessando (a partire dalla questione numerica), mostra però anche le sue fatiche e i suoi limiti: la dimensione ecclesiale della figura presbiterale rimane eccessivamente in ombra (il prete si interpreta sempre come un «io» e mai come un «noi», legato a quel corpo che è il presbiterio e dentro la Chiesa locale); il fondamento della propria figura sul solo vincolo dell’obbedienza genera figure direttive e poco comunionali, creando eccessive dipendenze e attaccamenti; fatica ad emergere l’immagine di una Chiesa che è tutta insieme soggetto della sua azione e del suo futuro; si corre il rischio di una fossilizzazione della pastorale in azioni che hanno il loro senso più nel peso della tradizione che le difende, che non piuttosto nella loro capacità di svolgere nel presente quel compito e raggiungere quell’obiettivo per il quale erano state pensate.
    Più in generale, il cambiamento culturale in atto sembra aver minato molto in profondità la figura tradizionale di prete, fin dal momento della sua formazione. In questo contesto si corre il rischio che il modello tradizionale rischi di funzionare come una patina che si sovrappone ad uno strato profondo della personalità del singolo candidato, senza tuttavia riuscire a trasformarne la struttura e l’identità. A questo proposito si è parlato di «conversione pastorale» da applicare e declinare anche nei confronti della figura del prete.[4] I traguardi di questa conversione, verso i quali indirizzare l’evoluzione dell’identità presbiterale, a partire dal suo ministero: un ministero condiviso, esercitato dentro il contesto del presbiterio; un ministero che sostiene il singolo prete, introducendolo (e mantenendolo poi) in un cammino di maturazione umana e in una dinamica di fede che lo prepara a diventare testimone di quel Cristo che è chiamato ad annunciare; un ministero che esalta la dimensione relazionale della figura del prete, giocata e orientata verso tre polarità costitutive (teologica, ecclesiologica, antropologica). In un simile indirizzo sembra però non ci sia posto per la figura tradizionale della cura animarum, consegnata invece al passato come una immagine gloriosa ma poco capace di rimotivare nel presente l’identità presbiterale.

    Sequela e cura animarum

    Sembra così rilanciato un dibattito che ha caratterizzato e polarizzato in modo anche forte il clima post-conciliare in Italia, e non solo: la tensione, nel pensare l’immagine del prete, tra il modello della sequela e quello della cura animarum. Se nel primo modello i temi teologici maggiormente evidenziati erano quelli del radicamento dell’identità del prete nella Parola di Dio, della sua capacità di sviluppare un discernimento, una lettura del presente a partire dalla prospettiva escatologica del Regno, dell’indispensabile legame che lo unisce alla comunità cristiana, dell’importanza della testimonianza resa nel quotidiano con la propria vita e della necessità di un atteggiamento meno apologetico da esibire nei confronti del mondo, col quale si possono invece condividere le ansie sociali di liberazione, maturazione e progresso espresse da molte fette dell’umanità; i temi teologici che caratterizzano la seconda figura di prete riprendevano invece i temi classici dal pastore guida della comunità: il rapporto asimmetrico nei confronti del popolo a lui affidato, di fronte al quale egli riveste una funzione sacrale e incarna il principio visibile dell’autorità; il primato dell’insegnamento e dell’educazione di questo popolo, l’importanza della liturgia e del servizio religioso offerto con esso e per esso, la capacità di ascoltarne i bisogni e di rispondervi (a partire da quelli religiosi); la necessità che ogni singolo prete manifesti in modo chiaro il legame costitutivo alla Tradizione e alla Chiesa universale che fonda la sua identità come prete tra quella gente.
    Se i motivi che spingono a sostenere lo sbilanciato della figura presbiterale verso il primo modello appartengono maggiormente all’ordine della logica (di fronte ai cambiamenti anche forti che stanno interessando la Chiesa e la figura del prete, l’unica risposta logica non può che essere quella di un ripensamento radicale della identità presbiterale), i motivi che invece favoriscono il ritorno in auge della seconda sono più di ordine affettivo: la seconda figura, quella pastorale, appare più semplice e chiara, e più capace di fondare una identità certa in un’epoca di incertezza, in un mondo che cambia, a fronte delle fatiche emerse da parte del primo modello di motivare in modo stabile la figura presbiterale, rendendola comprensibile e anche appetibile.

    Il primato della relazione

    La figura del prete è sempre stata intesa come figura di relazione. È così da sempre, come mostra la definizione di prete che si rifà alla dottrina tradizionale della cura pastoralis o cura animarum. Una simile categoria è centrale anche nella riflessione ecclesiale attuale,[5] che la vede ben strutturata (questa relazione deve avere tre poli con i quali connettersi: Dio, la Chiesa – la comunità dei fratelli –, il mondo degli uomini), e con uno scopo preciso: essere il luogo in cui si trasmette l’esperienza con Gesù Cristo risorto, attraverso il canale del racconto e della testimonianza, per generare e nutrire la fede dei fratelli. Proprio questa categoria della relazione potrebbe essere il luogo in cui elaborare una reinterpretazione della figura della cura animarum, favorendo così l’evoluzione della figura presbiterale in atto nei termini di una transizione da un modo culturalmente molto determinato di intendere la figura del prete (e come tale destinato al tramonto, come l’esperienza prima ancora della riflessione ci fa intuire) ad una identità presbiterale che si lascia plasmare, prima ancora che dal mutamento culturale rilevato, dagli influssi di una riflessione magisteriale che sta ancora lavorando ad una recezione del Vaticano II su questo tema.
    In effetti, affermare la categoria della relazione come il topos antropologico a partire dal quale lavorare per ridisegnare l’identità teologica ed ecclesiale della figura presbiterale odierna, comporterebbe due conseguenze significative: favorirebbe anzitutto un serio lavoro di esegesi della figura della cura animarum, per coglierne l’intenzione originaria, l’intenzione che sta alla base del suo sorgere, e che può essere ravvisata in questa volontà di istituire relazioni attraverso le quali rendere presente Cristo, la sua parola e la sua salvezza, grazie ad una reinterpretazione assolutamente originale della figura del potere e della responsabilità.[6] In secondo luogo permetterebbe di combattere ogni possibile deriva borghese nella ridisegnazione della figura presbiterale, deriva che vorrebbe il prete pensato come un semplice funzionario, senza relazioni che ne condizionino l’identità e la figura. Una simile figura di prete, confondendo lo stato di celibe con quello più moderno e alla moda di single, intenderebbe l’affrancamento dalla categoria della cura animarum nei termini di pura e semplice liberazione della figura del prete da ogni vincolo e relazione. Un prete che vive il suo ministero come una professione, di cui può decidere di volta in volta il significato e il contenuto, senza vincolo o responsabilità preordinate o «oggettive».

    Il prete in una Chiesa ricca di ministeri

    È emersa in più momenti la forte evoluzione in atto nel rapporto preti – laici. Se si incrocia questo dato con quello della diminuzione in atto del numero dei preti, anche in Italia, si è obbligati a confrontarsi con quella che comunemente viene definita come «la questione ministeriale». Come il dibattito che si è acceso intorno a questa questione ha saputo far comprendere, la modificazione in atto a questo livello è davvero una modificazione forte e radicale, che va a toccare la natura stessa della Chiesa, il suo modo di rendere visibile il mistero di cui è custode e portatrice. È una modificazione infatti che va a toccare il funzionamento istituzionale della Chiesa, che chiede di rivedere la struttura delle dinamiche di trasmissione della fede da essa create; è una modificazione che obbliga a comprendere in modo rinnovato il concetto di presidenza e di responsabilità ecclesiale, la funzione del ministero presbiterale. È una modificazione che chiede di superare i rischi di una dicotomia corporativa clero/laici all’interno di una visione più comunionale e spirituale della Chiesa. In questa ottica, i dati e le impressioni che l’inchiesta riesce a comunicare vanno colti come l’occasione per ravvivare un dibattito e una riflessione che sicuramente chiederanno tempo e molta saggezza.
    È questa la sola via che si ha per assumere e per rispondere all’ansia e all’incertezza che si è fatta strada tra i preti, nella comprensione della loro specifica identità ministeriale (come anche questa inchiesta è riuscita a fotografare). Solo all’interno di una riflessione teologica capace di mettere in luce il ruolo della figura presbiterale dentro la figura di una Chiesa locale capace di dotarsi dei ministeri di cui ha bisogno per la sua missione di annuncio del Vangelo, si potranno trovare gli strumenti e i linguaggi per definire un’identità presbiterale che sappia evitare da un lato i rischi (gli estremi) di enfatizzazioni anacronistiche e neoclericali di questa figura ecclesiale a scapito di altre funzioni ministeriali, e dall’altro i rischi (gli estremi) di ingiusti misconoscimenti della peculiarità ministeriale della figura presbiterale, peculiarità che la rende ministero necessario e non sostituibile con altre figure, per il bene della Chiesa. Occorrerà invece ricostruire il giusto equilibrio tra i diversi ministeri a servizio della Chiesa, riscoprendo il ruolo specifico di ognuno di essi, e fornendo strumenti (anche giuridici) alle istituzioni ecclesiali attuali perché dentro queste nostre coordinate storiche e culturali possano elaborare strategie e percorsi capaci di individuare e di formare dei cristiani ad assumere questi ministeri.

    Mutamenti di funzione, elementi stabili di identità

    I preti stanno cambiando; i preti vedono la loro identità presbiterale in forte evoluzione. Quali possono essere i punti di riferimento, gli elementi che non potranno mancare in una figura presbiterale, qualsiasi sia il modello che ha deciso più o meno consapevolmente di assumere?
    Sperando che siano questi elementi a plasmare il modello di prete, la sua identità presbiterale, provo una sintesi desunta dalla riflessione in atto: il prete del domani (ma già di oggi) dovrà saper esibire un rapporto maturo e diretto con le fonti della sua fede personale e del suo ministero (la Tradizione, la Parola di Dio, l’Eucaristia); dovrà lavorare per raggiungere una maturità personale umana e spirituale solida, capace non solo di resistere alle fatiche del contesto culturale ed ecclesiale, ma anche di non lasciarsi influenzare da esse nella costruzione dei giudizi sulla situazione che è chiamato a dare; proprio per questo motivo dovrà dotarsi di sempre più raffinati strumenti interpretativi del reale, tecnici ma anche ispirati dalla fede che vive, e allo stesso tempo dovrà lavorare per raggiungere una disciplina di vita sua personale (ritmi e condizioni di preghiera, di lavoro, di riposo) equilibrata e in grado di sostenerlo nel clima carico di tensioni in cui è chiamato a svolgere il proprio ministero; dovrà ripensare il proprio rapporto costitutivo con quello che è il «popolo di Dio», e che nel reale può assumere diverse figure sociali, luogo di esercizio della sua fede personale oltre che del suo ministero; dovrà sviluppare un’idea di Chiesa che esalti la dimensione partecipativa e comunitaria, sia a livello locale (nel luogo in cui esercita il suo ministero), sia a livello più universale (valorizzando la comune appartenenza al presbiterio, ovvero la strutturazione di rapporti orizzontali e partecipativi e non solo verticali e direttivi dentro l’istituzione ecclesiale).

     
    NOTE

    [1] F. Garelli (ed.), Sfide per la Chiesa del nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Bologna, Il Mulino, 2003; L. Diotallevi, La parabola del clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia, Torino, Fondazione Agnelli, 2005. L’ultima inchiesta citata è ancora oggetto di studio e di approfondimenti, a fa da sfondo anche a questo intervento.

    [2] Una simile riflessione occupa la mia ricerca già da tempo: cf «Preti di quali Chiesa, preti per quale Chiesa», La Scuola Cattolica 130 (2002) 507-538; «Preti del nuovo millennio. Una recente inchiesta italiana», La Scuola Cattolica 134 (2006) 393-436.

    [3] Cf la prolusione del Card. Ruini all’Assemblea della CEI del maggio ’06.

    [4] Cf la relazione di mons. Monari, anch’essa tenuta all’Assemblea della CEI del maggio ’06.

    [5] Cf. la recente riedizione della Ratio per la formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, novembre 2006.

    [6] Rimando alle parole del Papa, nell’omelia d’inizio del ministero petrino, che contengono una rilettura affascinante del concetto di cura pastoralis: Benedetto XVI, «I due segni: il palio e l’anello», L’Osservatore Romano, 25 aprile 2005 pp. 4-5.