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    nei cambiamenti

    Paola Bignardi

    La crisi che nei suoi diversi aspetti colpisce la pratica educativa è il riflesso di un contesto sociale e culturale che ha subito trasformazioni profonde, in larga parte non ancora elaborate dal pensare comune; esse non hanno ancora mostrato il loro potenziale creativo e al tempo stesso le insidie che presentano.
    L'attuale situazione dell'educazione va collocata nel contesto dello spezzarsi di quell'omogeneità culturale che trasmetteva valori, comportamenti e stili di vita, più che attraverso la parola e l'intenzionalità, attraverso la mentalità e il modo di fare diffuso. Vi era nella società un sistema di regolazione del comportamento che rendeva ovvi certi modi di fare e trasmetteva anche così stili di vita e valori di fondo. In questo processo rientrava anche la fede cristiana e il sistema di valori che si riconduceva ad essa. Si imparava a vivere guardando vivere; si imparava a diventare cristiani a contatto con una comunità che coinvolgeva in un'esperienza di vita.
    Molti dei valori e degli automatismi del passato sono in crisi: il valore dell'altro, il senso di una socialità responsabile, il rispetto per il proprio contesto, la responsabilità dell'impegno un tempo facevano parte di un ambiente di vita che li trasmetteva, al di là delle parole esplicite. Il compito della scuola poteva concentrarsi sulla trasmissione di contenuti culturali; nella comunità cristiana poteva bastare la consegna dei contenuti del credere e il coinvolgimento nella vita liturgica; il resto si acquisiva partecipando alla vita comunitaria di ogni giorno.
    La condizione in cui i ragazzi di oggi vivono e crescono è diversa, né migliore né peggiore: semplicemente diversa. E di tale diversità ogni educatore è chiamato a prendere atto per un'azione educativa che sia realmente efficace, adeguata al bisogno che le persone hanno di crescere come donne e uomini liberi e solidali e di diventare cittadini veri. Tutto oggi ha bisogno di consapevolezza; anche l'educazione delle persone deve rientrare nell'ambito di quell'azione intenzionale che richiede ragioni e scelta. Condizione di fatica e di grandezza, quella degli educatori di oggi: di fatica, perché non si può contare su quel risparmio di energie consentito dall'abitudine. Eppure, questa situazione costituisce un'opportunità in quanto domanda di essere persone più determinate, più consapevoli, più libere; rende le scelte più personali e più intensamente umane.
    Non si deve pensare che il passato fosse una specie di età dell'oro dell'educazione. Si potevano ottenere più facilmente i comportamenti desiderati dagli adulti o dalla società, ma non è detto che questo avvenisse sempre nella libertà e avesse le sue radici nella coscienza. Non è il caso di rimpiangere l'autorità dei padri di un tempo, quasi padri-padroni, che rendevano i figli sottomessi e mortificavano le madri, costrette ad adeguarsi. Né è il caso di rimpiangere i tempi in cui la disciplina scolastica si otteneva con le punizioni corporali. Né il tempo in cui l'opinione pubblica diffusa, con la sua pressione, costituiva una censura implicita verso chi si scostava dal modello socialmente accettato.
    Così accadeva spesso che atteggiamenti, pensieri, valutazioni venissero assunti per conformità sociale, più che per personale valutazione e scelta.
    I cambiamenti sociali hanno travolto anche i processi educativi, che necessitano oggi di cambiamenti radicali. Oggi è andato in crisi un modo e uno stile di educazione, senza che se ne sia ancora individuato uno nuovo, capace di condurre a obiettivi di umanità realizzata quanti sono ragazzi e giovani in questo tempo complesso.
    Molti fenomeni fanno paura – basti pensare ad esempio al rapporto con i nuovi media, che i giovani usano con grande padronanza e di cui gli adulti vedono solo i rischi – senza che di essi si sia ancora riusciti a cogliere le possibilità che racchiudono e senza che si sia riusciti a individuare la relazione che consente ad essi di mostrare il loro volto migliore e le possibilità che contengono in ordine alla vita delle persone e alla loro crescita.
    Prendendo in esame alcuni cambiamenti nel costume e nella mentalità diffusa, ci si rende conto che essi non riguardano solo i comportamenti, ma toccano l'idea stessa di persona e di riflesso il modo di educare.
    Oggi si passa rapidamente attraverso una molteplicità di esperienze, ciascuna delle quali suppone riferimenti e visioni della vita differenti, generando una vera frantumazione della coscienza personale; determinando una dispersione che induce a considerare ogni esperienza dello stesso valore dell'altra. Si spezza così quell'unità della coscienza che è ciò che dà il tratto originale e forte di una persona: il suo sistema di valori, il suo atteggiamento di fronte alla vita, le sue scelte... Questo costituisce una grande sfida per l'educazione, costretta a scegliere se rafforzare la coscienza, aiutandola a trovare quel punto di gravitazione che dà equilibrio; o mettersi sulla strada di una cultura del frammento, che fa vivere, godere o patire di ogni singola esperienza e di ogni momento della vita, rinunciando a collocarlo in un quadro unitario di significati.
    In questa direzione mutano anche le forme del pensiero, sempre più allenato a operare per frammenti, senza organicità e senza prospettive di sintesi. Ne è un simbolo l'ipertesto, possibilità di aprire sempre nuove finestre sui salmi, in un procedimento che può andare all'infinito, senza che si riesca a rendersi conto di dove può portare, mancando il quadro di riferimento sintetico che può dare senso al tutto.
    Muta il modo di intendere la libertà, intesa sempre meno come discernimento e scelta tra opportunità contrassegnate da un qualche valore, e sempre più come possibilità di muoversi tra le indefinite possibilità che il mercato e il contesto sociale mettono a portata di mano. Al grande supermercato — di cose, di opportunità, di idee, di modi di vivere — ciascuno è esposto al rischio di diventare dentro di sé il riflesso di questa esuberante bancarella. Davanti a queste indefinite possibilità, la sfida per l'educazione riguarda il come sia possibile guadagnare in modo nuovo il senso della vera libertà.
    Cambia il senso del limite, per chi si abitua a toccare con mano quanto numerosi siano gli aspetti della vita che possono essere modificati dalla tecnologia, fino a dare l'illusione che ogni confine potrà essere varcato e che tutto sia possibile. E così si perdono dimensioni essenziali nell'esistenza reale quale quella di conquista, di fatica, di lavoro.
    Muta il modo di percepire la realtà e di entrare in rapporto con essa, nei ragazzi e nei giovani abituali frequentatori della realtà virtuale, tanto coinvolgente da sembrare reale; anzi, da sembrare in grado di sostituire la realtà. Coinvolgente, ma pur sempre reversibile: nei videogame si può ammazzare, e poi ricominciare, perché i personaggi elettronici possono sempre riprendere la loro "vita" inconsistente. C'è da ritenere che alcune azioni irresponsabili di cui dà ragione la cronaca di tanto in tanto siano generate anche dalla difficoltà di distinguere tra le dimensioni del virtuale e quelle del reale, e dal non rendersi conto del carattere irreversibile delle azioni compiute nella realtà.
    Cambia il rapporto con il proprio corpo, quasi considerato un oggetto nelle proprie mani, che si può manipolare, modificare, trattare come una cosa a propria disposizione. È lo stesso atteggiamento che riguarda l'origine della vita, ma anche, nel giorno per giorno, tutti quei comportamenti che tendono a modificare, quasi firmandolo, il proprio corpo: tatuaggi e piercing costituiscono nella cultura dei giovani uno dei segni di questa volontà di possedere il proprio corpo fino a cambiarlo. Smarrito il senso del corpo, è smarrito il mistero della vita. Ma una vita totalmente nelle nostre mani, al di là delle intenzioni di chi ne rivendica il possesso, si rivela una vita più povera, ridotta com'è alla nostra misura, che invece è ciò che in profondità aspiriamo a trascendere.

    Si tratta di esempi, ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri: la concezione della sessualità, la percezione del proprio progetto di vita, i rapporti tra l'uomo e la donna... Essi dicono come i cambiamenti in atto non sono semplici mutamenti di costume, ma modificazioni del modo stesso di intendere la persona e finiscono con il coinvolgere il senso della vita, il valore da attribuirle, le i elaiioni con se stessi e tra le persone.
    Quanti ritengono che la dimensione religiosa faccia parte, costitutivamente, della persona, portano dentro di sé anche l'interrogativo su come, in questi cambiamenti, sia possibile aprire nella coscienza delle persone la via verso Dio, in un modo vivo, che non si accontenti di ripetere per abitudine esperienze religiose, ma sia vera ricerca di Dio e incontro vivo con Lui dentro la complessità e la novità della condizione umana attuale.
    Di fronte a questa situazione, qualcuno si chiede smarrito dove andremo a finire: ma è una domanda inutile. Questo è il tempo che ci è dato da vivere. La sfida che sta davanti a coloro che hanno a cuore le nuove generazioni e il futuro della nostra società è quella di comprendere quali sono le opportunità che anche questo tempo, con la sua complessità e le sue contraddizioni, contiene e di operare perché esse emergano come tali. Si tratta di una sfida che riguarda la riflessione e la cultura non meno che l'individuazione di percorsi concreti, perché pensiero ed esperienza di vita, attraverso l'educazione, possano generare una nuova società.



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