Lo sguardo dell'educatore

    Postura, competenza e orizzonte teologale di chi accompagna un giovane



    C'è un momento, nel Vangelo di Marco, in cui un uomo corre verso Gesù, si getta in ginocchio e gli pone la domanda più grande che si possa porre: che cosa fare per avere in eredità la vita eterna. Gesù non gli risponde subito con una dottrina. Prima lo guarda. «Fissato lo sguardo su di lui, lo amò» (Mc 10,21): è un solo gesto, uno sguardo che ama prima ancora di parlare, che vede prima di giudicare, che accoglie prima di correggere. Chi scrive queste pagine vorrebbe partire proprio da qui, da questo sguardo, perché in esso si condensa in modo sorprendente tutta la questione che riguarda oggi chi si occupa dei ragazzi e degli adolescenti: qual è, prima di ogni tecnica e di ogni metodo, la postura di chi educa? Con quali occhi guarda il giovane che gli sta davanti? E da dove viene quello sguardo, se non gli appartiene per intero?

    Un doppio nome, non una contraddizione

    Chi lavora oggi con gli adolescenti si sente spesso attraversato da due parole che sembrano tirare in direzioni diverse: da un lato la parola "professionalità", con tutto ciò che essa comporta di competenza pedagogica, psicologica, comunicativa, di aggiornamento costante sulle scienze umane; dall'altro la parola "vocazione", con il suo carico di gratuità, di dono, di risposta a una chiamata che non ci si è dati da soli. Sarebbe un errore, tuttavia, pensare che si tratti di un'alternativa da risolvere scegliendo l'una o l'altra. Già Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Iuvenum patris, scritta nel primo centenario della morte di don Bosco, osservava che l'educatore deve avere «una speciale sensibilità per i valori e le istituzioni culturali, acquistando un'approfondita conoscenza delle scienze umane», perché solo una competenza reale può sostenere un cammino educativo efficace; e insieme ricordava che tutto questo si radica in un «atteggiamento» del cuore, in una convinzione di ragione e di fede che precede ogni tecnica (Giovanni Paolo II, Iuvenum patris, 15-16). L'educatore appassionato, dunque, non è meno professionista; è, semmai, un professionista che sa perché fa ciò che fa, e questo "perché" eccede sempre la sola competenza tecnica.
    Vale la pena di fermarsi proprio sulla formula che don Bosco stesso ha lasciato in eredità e che Giovanni Paolo II riprende come sintesi della sua pedagogia: ragione, religione, amorevolezza. Sono tre parole che, lette con un minimo di attenzione fenomenologica, disegnano esattamente il profilo di una postura educativa integrale. La "ragione" è la competenza, la serietà culturale, il rispetto della persona e della sua libertà, quel «vasto quadro di valori» – scrive il Papa – che appartiene alla vita familiare, civile e sociale del giovane (Iuvenum patris, 10); è, in altre parole, la componente propriamente umanistica e professionale del compito educativo, quella per cui non basta amare i ragazzi per saperli accompagnare bene. La "religione" è l'orizzonte teologale, la percezione che la crescita umana non si esaurisce in se stessa ma è aperta a un compimento che la trascende; è ciò che impedisce all'educazione di ridursi a semplice adattamento sociale. L'"amorevolezza", infine, non è sentimentalismo, ma – come sottolinea con precisione la lettera – un «atteggiamento quotidiano» fatto di presenza, di disponibilità, di quella "familiarità" che don Bosco preferiva a ogni distanza gerarchica, convinto che senza di essa «non si può dimostrare l'amore» (Iuvenum patris, 12). Tre parole, dunque, che tenute insieme evitano tanto la deriva di un professionismo freddo quanto quella di un entusiasmo ingenuo privo di competenza.

    Imparare a vedere: la lezione dello sguardo

    Se si volesse tradurre questa triade in termini più fenomenologici, si potrebbe dire che essa descrive, in fondo, un modo di guardare. Ed è proprio sullo sguardo che vale la pena soffermarsi più a lungo, perché è forse la categoria più adatta a descrivere la postura dell'educatore prima ancora che il suo agire. In una densa riflessione sul vedere di Gesù nei Vangeli, il monaco Enzo Bianchi ha osservato che vedere ed essere visti sono operazioni decisive della vita umana, forse ancora più originarie dell'ascolto: è attraverso il vedere, scrive, che «accendiamo la relazione ed entriamo in relazione», ed «essere visti» resta «l'esperienza decisiva dell'alterità». Non tutti gli sguardi, però, sono uguali: c'è uno sguardo che cattura e uno che libera, uno sguardo che possiede e uno che ama senza pretendere nulla in cambio. Ognuno di noi, ricorda Bianchi, «con lo sguardo raggiunge l'altro, già gli parla e già lo tocca»: e questo vale, prima che per ogni altra relazione, proprio per la relazione educativa, perché il modo in cui un adulto guarda un adolescente decide, spesso prima di ogni parola, se quel ragazzo si sentirà accolto o giudicato, atteso o valutato.
    Ecco perché lo sguardo di Gesù sul giovane ricco resta, per chi educa oggi, un paradigma sorprendentemente attuale. Quello sguardo – commenta ancora Bianchi – «non è possessivo, non abusa, ma è benevolo, pieno di affetto e gratuito»: vede nel giovane «fuoco sotto la cenere» e soffia su quella cenere, non per costringerlo, ma perché la brace possa ardere di suo. È uno sguardo che non si accontenta delle apparenze – quel giovane si presenta come uno che ha osservato tutti i comandamenti fin dalla giovinezza – ma che sa leggere, con pazienza, ciò che ancora manca, senza per questo smettere di amare chi ha davanti. Vi è, in questa pagina evangelica, una lezione che ogni educatore dovrebbe portare con sé come una bussola discreta: si può dire la verità più esigente – «una cosa sola ti manca» – solo dopo aver fatto sperimentare all'altro che si è visti e amati per primi, gratuitamente, prima di ogni prestazione e prima di ogni merito. L'educatore che pretendesse di correggere prima di aver guardato, rischia di somigliare più a un controllore che a un padre o a una madre nella fede.

    Il cuore del Buon Pastore

    Questo sguardo che ama e che, insieme, chiama a un di più di vita affonda le sue radici in un'immagine biblica antica e sempre nuova, quella del pastore. Don Ángel Fernández Artime, nella Strenna salesiana dedicata al bicentenario della nascita di don Bosco, ha proposto proprio questa chiave per rileggere la figura dell'educatore: «Il cuore del Signore Gesù, Buon Pastore, contrassegna tutto il nostro agire pastorale e costituisce un riferimento essenziale per noi», scriveva, riconoscendo in don Bosco la traduzione concreta, "alla maniera salesiana", di quella medesima carità pastorale. È un'immagine che aiuta a sciogliere un nodo che altrimenti resterebbe astratto: l'educatore non è né un funzionario che applica un protocollo, né un eroe solitario che agisce di propria iniziativa, ma qualcuno che presta il proprio volto e le proprie mani a un pastore che lo precede e che continua, attraverso di lui, a cercare ogni pecora. D. Artime usa un'espressione singolare per descrivere questa appartenenza: essere «coinvolti nella Trama di Dio». È un'immagine tessile, quasi da telaio, che restituisce bene l'idea che nessun educatore lavora su un filo isolato: il suo gesto quotidiano – un colloquio, una correzione, un gioco condiviso in cortile – si intreccia sempre in un disegno più ampio, che non ha tessuto lui e che non gli appartiene in proprietà esclusiva.
    Da questa stessa pagina viene un'altra immagine capace di illuminare la postura dell'educatore di fronte al proprio tempo: quella dello "storico di Dio". Don Bosco, scrive d. Artime, guardava il proprio oggi «come se vivesse già nel domani», con «gli occhi dello storico di Dio», cioè di colui che sa leggere la storia presente per riconoscervi i segni della presenza divina, e non semplicemente per subirla o per lamentarsene. È un invito, per l'educatore di oggi, a resistere alla tentazione – sempre in agguato – di guardare al mondo giovanile solo con la lente della crisi, del disagio, dello smarrimento; senza negare nulla delle fatiche reali dei ragazzi, uno sguardo che sappia leggere i segni dei tempi è uno sguardo capace di scorgere, dentro ogni giovane, «un seme di bontà e del Regno», per usare ancora le parole della Strenna: un seme che attende, per germogliare, non tanto un giudizio quanto una fiducia paziente.

    Non un battitore libero: l'orizzonte del Regno

    Tutto questo colloca l'educatore dentro un orizzonte che eccede la sua persona, e che gli impedisce, per sua stessa natura, di ridursi a un battitore libero. Se il pastore a cui presta il volto è quello buono di cui parlano i Vangeli, allora l'educatore agisce sempre dentro il grande racconto del Regno, un orizzonte che è insieme già presente e ancora in cammino, come lo stesso seme di bontà di cui si è detto. Questo significa, in termini molto concreti, che l'educatore non educa "per sé" – non cerca, cioè, di riprodurre nel giovane la propria immagine, i propri gusti, la propria visione del mondo – ma educa "per" un compimento che appartiene innanzitutto al ragazzo stesso e al disegno che Dio ha su di lui. È un punto delicato e liberante insieme: liberante per l'educatore, che non deve portare da solo il peso di "salvare" ogni ragazzo che gli è affidato, poiché il pastore che lo invia continua a camminare con lui; liberante anche per il giovane, che non deve rispondere alle aspettative di un adulto, ma può sentirsi accompagnato verso una pienezza che lo precede e lo supera.
    Giovanni Paolo II esprimeva questa stessa convinzione con un'immagine di grande delicatezza teologica, quando scriveva che l'opera degli educatori costituisce «uno squisito esercizio di maternità ecclesiale» (Iuvenum patris, 20, che richiama Gravissimum educationis, 3): la Chiesa stessa, attraverso chi educa, continua a generare alla fede e all'umanità piena. Non si tratta di un'immagine decorativa. Dire che l'educare è un esercizio di maternità significa riconoscere che l'educatore non produce né fabbrica nulla, ma accompagna una nascita che è già in atto in ogni giovane, custodendola con la stessa pazienza con cui una madre porta a compimento una vita che non ha creato da sé, ma che le è stata affidata.

    Il giovane educatore, tra competenza e appartenenza

    Che cosa significa tutto questo per chi, magari giovane esso stesso, si affaccia oggi al servizio educativo, magari in un oratorio, in un gruppo, in un cammino di catechesi con gli adolescenti? Significa, anzitutto, che nessuno può accontentarsi di uno solo dei due registri di cui si è parlato. Non basta la passione, per quanto sincera e generosa: senza uno studio serio delle dinamiche adolescenziali, senza strumenti pedagogici aggiornati, l'entusiasmo rischia di logorarsi in fretta o, peggio, di trasformarsi in un intervento improvvisato e talvolta dannoso. Ma non basta neppure la sola competenza tecnica, per quanto raffinata: un educatore che sapesse tutto sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dell'adolescente, ma che avesse smarrito la capacità di uno sguardo gratuito come quello di Gesù sul giovane ricco, rischierebbe di trasformare la relazione educativa in una prestazione professionale fredda, priva di quella "familiarità" che don Bosco considerava insostituibile.
    C'è, infine, un ultimo tratto che merita di essere sottolineato, ed è quello dell'appartenenza che qualifica, prima ancora della funzione che si svolge, la persona stessa dell'educatore. Chi presta il proprio sguardo a quello del Buon Pastore non lo fa mai in astratto, ma sempre dentro una comunità concreta – una parrocchia, una diocesi, un movimento, una famiglia religiosa – che lo ha generato alla fede e che continua a sostenerlo. È quella stessa appartenenza ecclesiale che rende possibile, nella fatica quotidiana del rapporto con i ragazzi, di non sentirsi mai davvero soli: perché lo sguardo che l'educatore posa sul giovane che gli è affidato non è mai soltanto il proprio, per quanto autentico e personale; è, in ultima analisi, un piccolo frammento di quello sguardo più grande che, da duemila anni, continua a fissarsi su ogni uomo e ogni donna «e lo amò».
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    Fonti utilizzate: Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Iuvenum patris nel centenario della morte di San Giovanni Bosco (31 gennaio 1988); don Ángel Fernández Artime, Strenna 2015 "Come Don Bosco, con i giovani, per i giovani" (Roma, 8 dicembre 2014); Enzo Bianchi, "Lo sguardo di Gesù e un giovane ricco (Marco 10,17-22)", testo pubblicato su Note di Pastorale Giovanile (Milano, Basilica di S. Ambrogio, 11 aprile 2014).