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    Alla Certosa 1515,

    sulle tracce dell’umanità

    Tonio Dell’Olio

    SxS

    Ci sono luoghi nei quali il silenzio permette di ascoltare meglio le ferite del mondo. La Certosa 1515 di Avigliana, luogo che il Gruppo Abele ha provveduto a ristrutturare e mettere a diposizione per momenti di formazione, sosta ed ospitalità, dal 24 al 26 agosto ha accolto una trentina di preti provenienti da diverse regioni. A unirci, oltre all’amicizia con don Luigi Ciotti, l’impegno accanto alle persone fragili, spesso condiviso con il Gruppo Abele e Libera. Tre giorni di fraternità e confronto, attraversati da una domanda: da quale parte stare quando la dignità umana viene calpestata?
    La risposta più dolorosa è arrivata da Gaza attraverso Fatena Mohanna, fotoreporter, e Alhassan Selmi, giornalista e videomaker. Usciti dalla Striscia nel dicembre 2025 e accolti dall’Università per Stranieri di Siena grazie al programma IUPALS, avevano collaborato con PresaDiretta e ricevuto il Premio Archivio Disarmo-Colombe d’oro per la pace 2025. Le loro parole chiedevano responsabilità. A Gaza non si muore soltanto sotto le bombe: si muore di fame e sete, senza medicine, scuola e futuro. Fatena, ingegnera di 26 anni divenuta reporter per necessità, ha documentato per Caritas Gerusalemme la vita di famiglie e bambini. Hassan ha ricordato che ciò che si riesce a mostrare è appena una parte dell’orrore e che la scritta “Press” sul giubbotto antiproiettile può trasformare in bersagli. «Non vogliamo premi, vogliamo pace», ha detto. Una consegna per tutti noi e per la Chiesa.
    Alessandra Cerreti, magistrata della Dda di Milano e tra i pubblici ministeri dell’inchiesta Hydra, ha mostrato come la ’ndrangheta non sia confinata al Sud. Al Nord cerca imprese e professionisti capaci di riciclare l’enorme liquidità accumulata. Non si limita a “infiltrarsi”: trova chi è disposto a fare affari, costruisce aree grigie e cogestisce potere. Contrastarla non è compito dei soli magistrati: occorre negarle consenso sociale e rifiutare certe strette di mano. Anche la Chiesa può essere un’alleata decisiva: educa, orienta le coscienze e può accogliere le madri che vogliono sottrarre i figli al destino mafioso, senza mai smarrire l’umanità indicata dall’articolo 27 della Costituzione.
    Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele, ha analizzato il provvedimento sulla detenzione domiciliare in comunità per detenuti con dipendenze, Legge n. 140 del 5 agosto 2026 (entrata in vigore il 21 agosto 2026). Il principio è giusto: la dipendenza va curata, non sepolta in carcere. Ma dietro l’annuncio di diecimila beneficiari emergono risorse sufficienti, secondo i calcoli illustrati, per appena cinquecento persone l’anno. Restano nodi delicati: certificare la dipendenza, dimostrare il legame tra reato e consumo, valutare i programmi; pesano inoltre l’esclusione dei recidivi e le difficoltà degli stranieri. Senza risorse e comunità accreditate, il rischio è una legge-manifesto, impropriamente presentata come “svuota carceri”.
    Don Luigi ha poi condotto il gruppo dentro la condizione giovanile attuale. Ansia, depressione, autolesionismo, dipendenze, ritiro sociale e ricorso ai coltelli non sono soltanto emergenze di ordine pubblico, ma linguaggi estremi di ragazzi che non si sentono visti e amati. Divieti e repressione non raggiungono le cause. Colpisce quanti cercano nell’intelligenza artificiale conforto e consigli sulla vita, giudicandola meno giudicante delle persone reali. È una domanda agli adulti: spegnere qualche schermo per riaccendere lo sguardo e offrire relazioni autentiche. Quando poi i giovani protestano per la pace, il clima e i diritti, la loro inquietudine diventa risorsa democratica.
    L’ultima giornata ha aperto due cantieri. Don Giorgio De Checchi ha presentato “Liberi di scegliere”, divenuto legge dello Stato nel luglio scorso dopo anni di sperimentazione nei tribunali minorili. Offre protezione e nuove opportunità ai minori cresciuti in famiglie mafiose, ai giovani che vogliono sottrarsi a quel contesto e ai genitori che scelgono di seguirli. Allontanarsi, però, significa sradicarsi e ricostruire relazioni, casa e lavoro. La legge avrà bisogno non solo di decreti e risorse, ma di un tessuto accogliente: associazioni, parrocchie e comunità religiose disponibili a offrire spazi, competenze e accompagnamento. La famiglia, luogo nel quale la mafia tramanda obbedienza, può diventare così il suo tallone d’Achille.
    Federica Pecoraro ha infine illustrato il rilancio dell’Università della Strada a San Candido di Murisengo: percorsi gratuiti per piccoli gruppi dai sedici anni su legalità, giustizia sociale, ambiente, dipendenze e fragilità. Non lezioni calate dall’alto, ma strumenti perché i ragazzi diventino protagonisti del cambiamento.
    Alla Certosa abbiamo compreso ancora che le ferite non si affrontano per compartimenti separati. Gaza, mafie, carcere, dipendenze e solitudini giovanili parlano di vite che rischiano di essere scartate e di responsabilità non delegabili. L’amicizia tra noi preti non è stata riparo, ma “mandato”. Don Luigi lo ha ripetuto con la forza mite che gli conosciamo: “siamo troppo prudenti, dobbiamo prendere posizione con chiarezza”. La speranza non è attesa passiva: è relazione, denuncia, accoglienza; è la scelta di non rassegnarsi e di restare dalla parte delle persone.

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