Educare,
se non ora quando?
Franco Giulio Brambilla
Il ventennio che è appena terminato sembra un tempo che ha visto spegnersi lo slancio educativo. L’intervento sociale a favore di terzi si è spostato sul versante della risposta ai bisogni sia materiali che spirituali. La stessa Chiesa è sembrata dirigersi verso altri approdi, molto sporgente sul sociale e sui temi della carità e del volontariato. Sul palcoscenico della comunicazione pubblica le figure apprezzate del ministero e dei laici sono prevalentemente quelle che sottolineano la funzione terapeutica o solidarista del cristianesimo. Occorre riprendere con forza la fiducia nella funzione educativa, la necessità della promozione culturale, la sua urgenza per un’efficace ripresa dell’evangelizzazione. Questo soprattutto di fronte alle nuove generazione, ai ragazzi, agli adolescenti e giovani, i quali si attendono un rinnovato slancio educativo, una nuova stagione a cui, come è noto, la Chiesa italiana dedicherà il prossimo decennio. Oso sperare che questa concentrazione sul tema prospetti nuove vie e frutti inediti per il futuro prossimo.
Allora provo a fornirvi una traccia per leggere il testo programmatico dei Vescovi per il decennio, Educare alla vita buona del vangelo. Potremmo dire in sintesi: l’educazione è quel rapporto che aiuta ciascuno a costruire la propria identità come vocazione e a scegliere la vocazione come volto della propria identità. Suggerisco un percorso in cinque tappe: l’educazione 1/ deve pensarsi in rapporto alle attuali difficoltà dell’educazione; 2/ trovare nella “generazione” il suo modello paradigmatico; 3/ distendersi nel tempo in modo transitivo e drammatico; 4/ dirsi in racconti di Vangelo che fanno accedere a Gesù; 5/ far attenzione ai livelli antropologici dell’intervento educativo. Ecco i cinque passi del nostro percorso.
1. “In un mondo che cambia”: la questione attuale
Il Documento dei Vescovi prende avvio da una declinazione diventata quasi di moda anche nel linguaggio comune: “Educare in un mondo che cambia”. Si preoccupa, però, subito di precisare: «Il “mondo che cambia” è ben più di uno scenario in cui la comunità cristiana si muove: con le sue urgenze e le sue opportunità, provoca la fede e la responsabilità dei credenti. È il Signore che, domandandoci di valutare il tempo, ci chiede di interpretare ciò che avviene in profondità nel mondo d’oggi, di cogliere le domande e i desideri dell’uomo» (n. 7). Assumendo questa istanza il testo trova nel lucidissimo intervento del Papa all’Assemblea dei Vescovi del maggio 2010 lo spunto per dedicare il prossimo decennio alla questione attuale dell’educazione, dentro un “orizzonte temporale proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della domanda educativa”. Di questa domanda Benedetto XVI si è fatto acuto interprete andando “fino alle radici più profonde di questa emergenza” educativa. Egli ha indicato due radici dell’odierna sfida educativa, che interessano tutti e non prima di tutto l’educazione cristiana, ma che riflettono soprattutto su questa i loro effetti negativi. La prima radice è una concezione e una pratica dell’educazione come “autosviluppo”, fondata su un concetto di autonomia dell’uomo che non sarebbe in debito con nessuno per il suo essere e divenire persona; la seconda è il “naturalismo” antropologico (il Papa usa l’espressione scetticismo e relativismo) a cui corrisponde una concezione dell’educazione carente di ogni dimensione etica: educare significherebbe e-ducere, tirar-fuori le virtualità iscritte nell’uomo concepito come natura meccanicamente intesa. La natura umana non è vista come una grammatica che contiene una promessa e un appello a decidere e a costruire la propria identità, ma è una “cosa di natura” che si può trasformare a proprio piacimento. Le nuove biotecnologie dettano inesorabilmente la strada del percorso educativo e trovano il loro alleato nelle scienze della vita concepite in modo empirico e funzionale. Educare diventa, allora, abilitare a conoscere i meccanismi naturali e i funzionamenti sociali. In tal modo ciascuno può diventare un self made man.
Queste due concezioni dell’attuale concezione educativa diffusa (autonomismo moderno e naturalismo scientifico) si saldano perfettamente nell’escludere due caratteristiche essenziali dell’educazione: il suo carattere relazionale e la sua dimensione etica. Ad esse bisognerebbe aggiungere come terza, la distensione temporale del processo educativo, situato tra una promessa e un compimento. Si noti: tre componenti che appartengono alla dimensione antropologica dell’educare, la cui negazione rende impossibile ogni determinazione della differenza cristiana dell’opera educativa. Senza questo discernimento attuale ogni discorso sull’educazione rimane rinchiuso nel limbo delle dichiarazioni generiche. Bisogna essere grati al Papa che con assoluta semplicità – come è nel suo stile – e con un tratto intellettualmente disarmante ci ha portato a vederne le radici. In tal modo il primo capitolo del Documento ha qui la sua punta critica: tutti gli altri aspetti emergenziali dell’educazione oggi (n. 9) come il pluralismo valoriale (n 10), la frattura generazionale (n. 12), le separazioni tra le dimensioni costitutive della persona (n. 13), la chiusura all’integrazione sociale (n. 14) hanno la propria radice malata in una visione autonomistica e naturalistica dell’uomo.
Forse si potrebbe aggiungere un punto decisivo, che deriva direttamente da queste due radici e che rende oggi l’opera educativa particolarmente “liquida”, incapace di dare forma cristiana alla vita umana. Se educare significa autosviluppo, autoeducazione, e se comporta semplicemente vivere secondo una natura “plasmabile” a piacere, tutto il percorso educativo resta abbandonato a se stesso: in realtà è soggiogato dal flusso inarrestabile delle emozioni, degli affetti, del sentire, del prova e riprova, dello sperimentalismo, ma non raggiunge mai la forma matura dell’esperienza. Ne soffrono soprattutto le esperienze umane fondamentali: il rapporto uomo e donna, la relazione genitori e figli, le pratiche dell’amicizia e della fraternità, il senso del convivere civile, le forme della solidarietà sociale. Esse sono affidate alla sensazione e al sentimento, ma domani ci potrebbe essere un’emozione nuova che cancella la traccia della prima: viene qui minata sino alla radice ogni possibilità di scelta di vita e ogni vocazione stabile. Oggi molti vivono tanti esperimenti, tutti provano tutto, spesso si fatica a scegliere tra infinite possibilità, ma è difficile fare un’esperienza affidabile a cui consegnare la propria vita.
2. “Identità, generazione, cammino”: il paradigma educativo
A partire dal discernimento storico delle attuali difficoltà dell’educazione, occorre trovare un paradigma educativo che ne corregga dall’interno le radici malate e le conseguenze. Ora, per trovare questo “paradigma” non bisogna troppo precipitosamente cercare una risposta cristiana a un problema antropologico. Ciò, tra l’altro, ci escluderebbe dal confronto culturale. Esiste un paradigma educativo che è iscritto nella vita stessa dell’uomo, leggendo il quale possiamo giungere a comprendere le dinamiche dell’intera opera pedagogica. Esso dimora da sempre nella carne dell’uomo, si annuncia nella sua nascita, esprime il debito originario alla vita: è l’evento della generazione, il senso e il modo con cui la vita viene trasmessa e ricevuta. Purtroppo, ha sconsigliato la ripresa di questa paradigma la sua versione autoritaria o maternalista, che ha avuto il suo momento acuto nell’Ottocento e che ha generato una reazione antiautoritaria e puerocentrica nel Novecento. Con tutte le varianti del caso.
Questo modello di educazione intesa come sviluppo delle virtualità naturali del ragazzo/giovane è aggravata dal diffuso scetticismo circa la trasmissibilità degli ideali civili e religiosi (si sente spesso dire, anche da genitori cristiani: “quando sarà grande deciderà lui stesso”). Inoltre il modello antiautoritario corrisponde alla crisi di autorità nella tradizione civile, morale e religiosa della società moderna. Viene a mancare il riferimento autorevole nel discorso educativo, mentre la formazione della coscienza è divenuta ormai questione privata. L’universo civile non riesce più a mediare i codici, i valori e comportamenti che strutturano la libertà.
Che rapporto c’è, allora, tra autorità ed educazione? Qual è il senso e la necessità della buona autorità nell’educare. Il rapporto educativo rimanda originariamente alla generazione, al rapporto padre/madre - figlio, anche se la forma paternalista di questo modello sconsiglia a molti di riprenderlo. Allora è necessario ritrovare una concezione non paternalista del “paradigma generativo”: i genitori trasmettono la vita con tutto il suo corredo in dotazione (si pensi solo alla lingua, con cui essi trasmettono il “senso” del mondo), e devono lasciare lo spazio e soprattutto il tempo perché la vita trasmessa sia ricevuta come un dono e non solo come una cosa di natura. Questo spazio e tempo sono l’atmosfera della libertà, e diventar grandi non è nient’altro che il cammino – oggi spesso avventuroso e interminabile – con cui riconoscere in modo grato il debito alla vita che ci è stata trasmessa. Per sceglierla come cosa buona per sé.
Il paradigma generativo gode oggi di cattiva fama, ma non si può buttare con l’acqua sporca della sua versione autoritaria, anche il bambino della buona relazione educativa. Così si perde proprio il “figlio”: esso non viene più “generato” alla vita, anche se oggi questo è un atto che comporta le doglie del parto fino al suo approdo alla vita adulta. La mancanza di riferimenti condanna il figlio a navigare sotto un cielo senza stelle e a desertificare la sua coscienza, lasciata come una tabula rasa su cui scrivere continuamente sensazioni passeggere. O, come è stato detto recentemente, lo abbandona a essere il “figlio del desiderio” che deve esaudire le attese dei suoi genitori, che lo hanno scelto e voluto controllando la sua nascita. La nascita “sotto controllo” esprime oggi più l’esaudimento del desiderio dei genitori che un servizio alla vita e al mondo. Il percorso dell’identità da parte del figlio diventa così interminabile, aggravato anche da fattori socioeconomici che rinviano sempre più per il giovane la data di assunzione delle responsabilità. Il cammino dell’esistenza diventa un’impresa che non ha più il sapore della sfida alla vita, ma deve corrispondere al desiderio di chi ci ha voluti, con tutti gli alti e bassi del caso. Generare però significa “dare alla luce”, ma non si può farlo se non “dando una luce” per vivere. Non è un gioco a due genitori-figli, ma un’avventura a tre: il padre e la madre sono dispensatori della vita per conto di un Terzo, ne trasmettono il dono e il senso, perché il mistero dell’esistenza sia promessa e appello e ciascuno scelga non i genitori, ma ascolti la chiamata della vita che essi trasmettono.
Allora, l’autorità del padre e della madre, e rispettivamente l’autorità dell’educatore, si esercita non per forza propria, ma diventa dal di dentro testimonianza alla vita buona, alle infinite forme con cui si presenta nella storia della cultura e dell’oggi, perché in queste forme si rende presente qualcosa del mistero e della verità dell’esistenza. Se educare è «tirar fuori», ciò comporta che si indirizzi verso un qualche modello in cui il giovane può e deve riconoscersi e che deve scegliere come buono per sé. Vi sono nel Documento dei Vescovi questi temi, apparentemente disseminati, ma che ne formano come l’ossatura e che vanno letti in profonda unità: la questione dell’identità debole e la sua formazione che è oggi l’impresa più difficile caratterizzata da una molteplicità inestricabile di riferimenti valoriali (n. 10); il nesso stretto che si instaura tra educare e generare (si legga il decisivo n. 27), la tematica del cammino dove la vita ricevuta in dono genera sempre di nuovo la propria identità alla prova del tempo disteso (n. 28). Identità, generazione e cammino costituiscono, dunque, un unico processo drammatico, con cui la vita generata e donata (l’identità psichica e sociale ricevuta) apre il cammino per diventare una vita voluta (l’identità personale e vocazionale scelta).
3. “Educare alla vita buona”: l’identità transitiva, drammatica e narrativa
In questo scarto si pone il processo educativo: solo riconoscendo in modo grato ciò che si è ricevuto e si continua ad accogliere (la promessa) è possibile rispondere alla vita che chiama e alla sua verità (la vocazione); solo rimanendo in una buona relazione con coloro che continuano a trasmetterci vita è possibile rispondere alla vita e rispondere di noi stessi in prima persona (qui sta la dimensione etica e religiosa dell’educare, mediazione necessaria per la vocazione cristiana); solo lasciando lo spazio e il tempo come cammino per decidersi si può mettere in gioco il proprio futuro (la metafora del cammino, anzi dell’esodo, è decisiva per entrare nella terra promessa). La sfida dell’identità sta tutta qui: non è un’identità già data, o una sconosciuta da cercare e sospesa alla improbabilità del desiderio di chi ci ha voluto, ma è un’identità che si snoda tra promessa e ricerca della terra in cui entrare. È un’identità transitiva (passa attraverso il tu dei genitori, degli educatori, del noi sociale), drammatica (deve decidere di sé di fronte alla vita e alle forme con cui è stata trasmessa) e narrativa (deve portare alla parola per sé il senso trasmesso cercandone la verità).
Ha sorpreso non poco gli ascoltatori il breve ed efficace sviluppo con cui il Papa ha declinato in modo quasi colloquiale il senso transitivo della ricerca dell’identità e dell’educare. Gli Orientamenti lo riportano per intero al n. 9: «In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso. Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e “noi” nel quale si apre l’“io” a se stesso». Ecco la prima correzione decisiva della concezione attuale dell’educazione: educare è un fatto di relazione, l’io trova se stesso passando attraverso l’altro, ma l’incontro con l’altro apre l’io alla propria interiorità, dischiude in essa una promessa e un appello perché l’uomo si avventuri nel cammino della vita.
Dal di dentro il paradigma generativo si apre alla sua dimensione drammatica (da drama, azione), in cui la “relazione” educativa (io-tu-noi) si assoggetta alla prova del tempo disteso e la promessa dell’inizio deve passare attraverso il prezzo della fedeltà. Di qui la metafora del cammino, anzi dell’esodo, ricordata in modo strategico al n. 19 degli Orientamenti: Dio educa il suo popolo: «L’esodo dall’Egitto è il tempo della formazione d’Israele perché, accogliendo e mettendo in pratica i comandamenti di Dio, diventi il popolo dell’alleanza (cfr Dt 8,1). Il cammino nel deserto ha un carattere esemplare: le crisi, la fame e la sete, sono descritte come atti educativi, “per sapere quello che avevi nel cuore… per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,2-3). L’esortazione divina crea la consapevolezza interiore: “Riconosci in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te” (Dt 8,5, cfr Os 2,16-25)». Ora entrano in scena tutti grandi temi dell’educare: il tema della libertà e della legge (“ti ha messo alla prova per saggiare ciò che avevi nel cuore e se avessi obbedito ai suoi comandi…”), della privazione dei beni essenziali per vivere e del nutrimento che viene dall’alto (“ti ha fatto provare la fame e ti ha nutrito di manna…”), della decisione di nutrirsi di un cibo/senso (Man-hu, che cos’è?) sconosciuto a sé e alla tradizione dei padri (“che tu non conoscevi né i tuoi padri avevano conosciuto…”), del credito da prestare (la fede!) alla promessa a cui quel cibo rimanda (“per farti capire che non di solo pane…”) e che la Parola di Dio viva e zampillante interpreta come verità del cammino (“ma da quanto esce dalla bocca del Signore!”). Il carattere “drammatico” dell’educazione mette in gioco la libertà di tutti, anzi crea lo spazio perché il giovane giochi la sua libertà. Diventare liberi non è solo un fatto di relazione, ma esige un’inevitabile determinazione etico-religiosa, implica una scelta e una capacità di rispondere. Non solo nei confronti dell’educatore (genitore, insegnante, sacerdote, amico, ecc) ma, attraverso di lui, alla vita, imparando a rispondere di sé. La libertà deve decidere e decidersi per diventare libera, se resta sospesa a far zapping tra le infinite possibilità dell’esistenza, rimane anche inchiodata al punto di partenza, non riesce a darsi un volto e lascia l’uomo “senza qualità”. L’uomo prende il volto della sua vocazione, della sua scelta di vita. Perciò il vangelo mette sulla bocca del giovane ricco la domanda delle domande: Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?
Infine, l’identità ha una dimensione narrativa: per scegliere e decidersi bisogna interpretare il senso contenuto nelle forme della vita trasmesse, perché in modo critico e creativo ciascuno si disponga dinanzi alla verità dell’esistenza, possa costruire il suo percorso di vita buona. Basterà qui citare lo stupendo passo del discorso ai Vescovi riportato al n. 13, dove Benedetto XVI dice con estrema limpidità tutto questo: «Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio». Semplicemente perfetto.
4. Racconti di vangelo: come venire a Gesù
Siamo approdati a comprendere a che condizioni il mistero dell’uomo vere clarescit incontrando il mistero di Cristo. Non si tratta solo di illuminazione, ma d’incontro, di un avvenimento disteso nel tempo, in cui uomini e donne “vanno da” Gesù. Il Vangelo è il racconto sorprendente di questi incontri dove, andando da Gesù, le donne e gli uomini ritrovano se stessi. Ma possono incontrare veramente Lui, e non solo la risposta ai loro bisogni, se entrano nel campo gravitazionale del Padre suo (“nessuno viene a me se il Padre non lo attira”). Gesù è la vita dell’uomo perché è il rivelatore del Padre, perche è in persona la vita di Dio donata. Ma Gesù è la Parola del Dio invisibile – e troppo poco riflettiamo su questo – in quanto “Figlio”: per un verso, ciò si riferisce alla universale esperienza dell’essere figli, dell’essere generati, per l’altro verso, Gesù è il Figlio unico generato (unigenito). La sua singolarità filiale è la verità dell’universale esperienza dei figli di Adamo, ne guarisce le distorsioni e le malattie, ne alimenta la promessa e la chiamata. Dice la lettera agli Ebrei: “per essendo Figlio, imparò l’obbedienza delle cose che patì”. Il vangelo è la storia narrata di questo cammino “filiale”, che impara – Lui che è il Figlio Unigenito – dalle cose che patisce. Gesù apre i linguaggi imparati a Nazaret e in Galilea in trenta interminabili anni di silenzio e umiltà (da humus, cioè di immersione nella vita degli uomini), perché in soli tre anni esplodano a dire il mistero di Dio (“il Regno dei cieli è simile a…”). Già fin dall’inizio del suo ministero, Gesù richiama come antidoto a ogni tentazione il passo del Deuteronomio citato sopra: «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore»: l’uomo non vive solo di bisogni, ma ha fame di parola e di senso. Per andare da Gesù occorre nutrire i propri bisogni, alimentandoli con la parola viva che zampilla dalla bocca di Dio. Tutti cercano Gesù per essere guariti, saziati, dissetati, risanati, liberati dal male ma, mentre li guarisce, Gesù suggerisce la fame e la sete di un altro pane e di un’altra acqua che sfama e disseta l’uomo come essere capace di relazione e di vita buona. L’uomo non può vivere solo di una vita soddisfatta, egli cerca di raggiungere una vita buona condivisa. Una vita piena di cose, ma povera di legami e di significati, è come una casa affollata di beni, che però non ha il calore dell’amicizia e dell’amore.
L’educazione trova così nei racconti di Vangelo una costellazione di segni di vita buona che assume, purifica e trasforma la vita ferita e divisa. Alla scuola del Vangelo, Gesù educa i suoi discepoli e come il Pastore buono li conduce attraverso la porta della vita. La narrazione evangelica contiene la trama di infiniti incontri con Gesù, di molte porte d’accesso a lui, di identità negate e ritrovate, ferite e risanate, malate e trasformate, marginalizzate e riaccolte, perdute e ritrovate. Lasciamoci condurre dal vangelo, per incontrare Gesù maestro, medico, amico, redentore.
Nel testo del secondo capitolo degli Orientamenti per il prossimo decennio troviamo un percorso esemplare per l’incontro con Cristo, un incontro che nutre la fame di vita del suo popolo (nn. 17-18), che porta e compimento la pedagogia esemplare di Dio dell’AT (n. 19) e che si rinnova nella Chiesa discepola, madre e maestra (nn. 20-21). L’incontro con Cristo ha un carattere “spirituale”, cioè plasma un’esistenza nello Spirito, che fa della vita umana un “culto spirituale” gradito a Dio (n. 22). La punta dell’educare disegna una esperienza vocazionale della vita (n. 23), in un tempo, come dicevamo sopra, dove la costruzione dell’identità si è sfuocata e viene continuamente rinviata. Della vocazione vengono indicate anche le armoniche (n. 24), perché essa assuma fin dall’inizio una tonalità ecclesiale, missionaria e sociale. Come si vede, il capitolo centrale degli Orientamenti, disegna quasi un canovaccio a disposizione delle comunità cristiane, degli educatori e di tutte le persone di buona volontà, perché si realizzi nel processo educativo il sorprendente scambio con cui il mistero di Cristo fa percorre a tutti il cammino filiale e spirituale. Perché la scommessa dell’educazione sta qui tutta: costruire credenti cristiani con un forte tratto spirituale e con una tenace responsabilità sociale. Credenti che, come testimonia la storia dell’Occidente, hanno cambiato il volto della storia, donne e uomini che non hanno temuto di aprire le porta a Cristo, perché il suo modo di essere verità dell’uomo e vita del mondo è quello di liberarne il cuore e la mente, le mani e il gesto.
5. Livelli antropologici dell’intervento educativo
Concludo sulle attenzioni educative da coltivare a partire dall’attuale situazione della popolazione giovanile che questo tempo ci presenta: mi sembra un aspetto che esigerebbe una riflessione sulla condizione giovanile attuale e sulla sue caratteristiche emergenti. In altri luoghi ho tentato questo tipo di lettura 1 , ma qui mi sembra più fruttuoso fare un piccolo cenno sintetico ai livelli antropologici dell’intervento educativo.
– livello psicologico: riguarda la prima modalità della coscienza del “sentirsi” del soggetto, la modalità propriamente affettiva. È abbastanza chiaro come questo livello influisca su quello che chiamiamo l’interesse e conseguentemente la volontà nel rapporto educativo. Qui bisogna evitare – a mio giudizio – almeno gli estremi: quello di chi si lascia irretire nella relazione immediata e affettivamente calda, senza uscire dal circolo vizioso che essa tende a creare, quando non viene purificata, elaborata, fatta crescere e maturare; e quello di chi la censura, pensando così di sottoporre il minore a una specie di intervento-shock, per fargli comprendere subito fin dall’inizio che la bontà della proposta non dipende dalla intensità del canale di comunicazione. La relazione matura consiste in un andirivieni tra il punto di partenza del soggetto e la proposta obbiettiva offerta; il suo criterio più certo è quello di far convergere su un disegno/progetto, che consiste nella trasmissione delle forme della vita buona (cristiana).
– livello culturale: è quello che introduce al sistema delle rappresentazioni oggettive con cui il soggetto articola la sua posizione nel mondo, nel gruppo e nella società civile e si abilita a una crescente capacità di esprimersi consapevolmente e liberamente con quella strumentazione. E il livello specifico di intervento dell’insegnante. La vera difficoltà di questo livello dell’intervento educativo consiste nel superare un’interpretazione esclusivamente materiale della trasmissione del sapere. Il sapere in ogni sua forma è un linguaggio che serve per comunicare e per decidersi per un progetto comune, nel quale ciascuno alla fine decide di sé. Il sapere non ha a che fare solo con la scienza, ma anche con la coscienza di sé: ma questo non è qualcosa che fa meno scientifico il sapere, ma lo colloca dentro un’esperienza sapienziale della conoscenza. L’uomo colto non è quello che sa di più, ma è quello che ha imparato molti linguaggi per comprendere la vita e per dirsi di fronte al mistero dell’esistenza.
– livello etico-religioso: è il livello dove avviene la disposizione libera del soggetto di fronte alle istanze supreme della vita, dove esso si determina come risposta al bene, cioè come vocazione. La trasmissione del sapere non è solo trasmissione di cose da conoscere, ma è abilitazione a una capacità a comunicare e a comunicarsi e quindi a scegliere e a donarsi. Per questo anche l’insegnante e l’educatore partecipano all’affascinante avventura con cui ciascuno risponde di sì al carattere buono e promettente della vita. E questi molti la chiamano scelta di vita, il codice religioso la chiama vocazione, in ogni caso significa identità personale e sociale della persona, il bene più grande che possiamo trasmettere
NOTE
1 F.G. BRAMBILLA, «Linee teologiche per la pastorale giovanile», Educare i giovani alla fede, Milano, Ancora, 1990, 99-141.
(Convegni annuali dei Centri culturali Cattolici della Diocesi di Milano, Milano 14 maggio 2011)

