Entrando nell'aula

    L'adolescente fra lo sguardo e il dono

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    Chi vive accanto agli adolescenti conosce una scena che si ripete ogni giorno: ragazzi che sembrano misurare il proprio valore da ciò che riescono a ottenere, un voto, un'approvazione, un numero di sguardi raccolti. Gli educatori cercano di rispondere con più ascolto e più incoraggiamento, ma spesso restano con il sospetto che la questione sia più profonda, e che riguardi il fondamento stesso su cui un giovane si sente autorizzato a esistere. Questo articolo prova a metterlo a fuoco. Parte da una scena minima, osserva che cosa accade quando si è guardati, interroga la Scrittura e propone una distinzione semplice: essere riconosciuti è prezioso, ma essere ricevuti viene prima. Non offre una tecnica, bensì una domanda da portare con sé la mattina in cui si entra in classe.


    1. La soglia dell'aula
    Il ragazzo entra in classe qualche minuto dopo il suono della campanella, con lo zaino appeso a una spalla sola e lo sguardo basso, come se il pavimento fosse l'unico territorio sul quale gli sia concesso camminare. Non saluta nessuno, e nessuno lo saluta. Eppure, mentre attraversa la fila dei banchi, accade qualcosa che sfugge a chi lo osservi di fretta: i suoi occhi, per un istante, si sollevano verso la cattedra. Non cercano il professore in quanto tale, né la lezione che sta per cominciare. Cercano un volto che registri il suo arrivo, che lasci intendere, con un cenno appena percettibile, che la sua presenza è stata notata e che l'aula, in qualche misura, lo stava aspettando.
    Se quel volto c'è, il ragazzo non se ne accorge nemmeno: si siede, apre il quaderno e la mattina prosegue. Se non c'è, qualcosa in lui si ritira senza fare rumore, come una marea che si allontana dalla riva lasciando scoperto ciò che prima l'acqua nascondeva. Nessuno lo vedrà, perché non si tratta di un gesto ma di una sottrazione. Più tardi quella sottrazione si tradurrà forse in una distrazione, in una risposta svogliata, in un'assenza che sembrerà pigrizia. Gli adulti ne discuteranno guardando i voti e le note sul registro, e nessuno penserà che la questione si fosse già decisa sulla soglia, in quel secondo in cui uno sguardo era stato cercato e non era stato trovato.
    Il ragazzo, se glielo si chiedesse, non saprebbe dire che cosa stava cercando. Direbbe di essere in ritardo, o di non aver dormito, o di non avere niente da raccontare. La sua domanda non possiede ancora parole: abita il corpo prima del linguaggio, nel modo in cui si regge lo zaino e si alza lo sguardo. È una domanda antica quanto l'infanzia, e dunque più profonda di qualunque sua formulazione: c'è posto per me, qui, così come sono arrivato?

    2. Che cosa accade quando si è guardati
    Chiunque sia stato adolescente conserva, nella memoria del corpo, il ricordo di uno sguardo che lo ha giudicato. Il professore che interroga davanti alla classe non ha bisogno di alzare la voce: basta il modo in cui attende la risposta, con la penna sospesa sul registro. Il rossore sale, la voce si accorcia, le spalle cercano di farsi piccole, e per qualche secondo l'intera persona sembra ridursi a ciò che non sa. Lo sguardo che giudica ha la capacità singolare di trasformare un volto in un compito, un ragazzo in un esito.
    Esiste poi uno sguardo più insidioso perché più gradito: lo sguardo che cattura. È quello che accoglie l'adolescente a patto che resti l'immagine che si è costruito, il simpatico, il bravo, il ribelle, il sempre pronto alla battuta. Chi lo riceve ne ricava un calore immediato, ma ne paga il prezzo in libertà, perché l'immagine, una volta ammirata, non può più essere abbandonata senza deludere. Il mondo digitale ha reso questo sguardo permanente e moltiplicato: il giovane vive sotto gli occhi di molti spettatori, ciascuno dei quali apprezza una parte di lui e nessuno lo conosce intero. Lo specchio non restituisce più una forma da abitare, ma una maschera da mantenere.
    Esiste infine uno sguardo che apre uno spazio, e lo si riconosce da un indizio semplice: dopo averlo incontrato, ci si sente più liberi di prima. Non assolve e non condanna, non trattiene e non spinge. Lascia che l'altro sia lì, con la sua storia incompiuta, e questo basta perché qualcosa in lui si distenda. Emmanuel Levinas ha distinto il volto dall'immagine: l'immagine si può possedere, ritagliare e conservare, mentre il volto è ciò che ci interpella prima ancora che possiamo ridurlo a un concetto. Simone Weil ha indicato nell'attenzione una forma rara di generosità, perché attendere davvero qualcuno significa sospendere per un momento se stessi e lasciare che l'altro esista nella propria verità. Sono due modi di dire che esiste un vedere che non prende nulla, e che proprio per questo restituisce l'altro a se stesso.
    Per chi educa la distinzione si fa quasi quotidiana. Lo spettatore osserva una prestazione, la valuta e passa oltre; il testimone accompagna una storia e ne risponde. Un giovane può avere centinaia di spettatori e non possedere un solo testimone, e questa è forse la solitudine più difficile da riconoscere, perché non somiglia all'isolamento: somiglia al successo.
    C'è tuttavia un limite, che chi educa conosce bene. Anche lo sguardo migliore resta un dono che dipende da chi lo concede: può essere offerto, ma può mancare. L'educatore più attento è a sua volta stanco, distratto, occupato da altro, e un'identità che attendesse tutto da lui poggerebbe su una base fragile. Se lo sguardo è il luogo in cui un giovane diventa qualcuno, che cosa lo sostiene quando lo sguardo vien meno?
    Quando un ragazzo mi guarda, in quale di questi tre sguardi mi riconosce?

    3. Nessuno si è dato da sé
    Se si risale il filo di ciò che permette a un giovane di sentirsi qualcuno, si giunge presto a un punto in cui nemmeno lo sguardo migliore basta a spiegare. Nessuno di noi ha scelto di esistere. Non abbiamo scelto il corpo con cui ci presentiamo al mondo, né il nome con cui veniamo chiamati, né la lingua nella quale abbiamo imparato a dire «io». Tutto questo ci è stato consegnato prima che potessimo meritarlo, come una casa nella quale ci si ritrova già dentro, con i mobili disposti da altri e una finestra aperta su una strada che non abbiamo tracciato.
    L'esperienza di questo fatto non suscita soltanto gratitudine: per molti adolescenti suscita vertigine. Scoprire di essere stati gettati nell'esistenza senza averlo chiesto può trasformarsi in un sospetto, quasi in un'accusa: se non ho scelto di esserci, che cosa mi autorizza a restare? Da qui nasce, in tanti giovani, la corsa a guadagnarsi il diritto di esistere con i voti, con i risultati, con l'approvazione, come se la vita fosse un credito da saldare a rate. È la logica del salariato, che pretende di pagare con la prestazione ciò che gli è stato dato in anticipo.
    La riflessione cristiana ha dato a questa esperienza parole diverse nel corso dei secoli. Già Tommaso d'Aquino vedeva nell'esistere di ogni creatura un dono continuamente ricevuto, e non un possesso. L'apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, aveva formulato la stessa intuizione come una domanda che sembra scritta per un'aula di adolescenti: che cosa mai possediamo che non abbiamo ricevuto? (1 Cor 4,7). Ma è nel pensiero più recente che l'intuizione si avvicina di più all'esperienza educativa. Hans Urs von Balthasar ha osservato che il bambino si desta a se stesso dentro il sorriso della madre: scopre di essere qualcuno nel momento in cui scopre di essere amato, e questo prima di aver fatto o detto alcunché. Jean-Luc Marion, da un'altra strada, descrive l'io non come un soggetto che si pone da sé, ma come un «donato», raggiunto da qualcosa che non ha prodotto e al quale può soltanto rispondere.
    Se le cose stanno così, due realtà che di solito si confondono vanno distinte con cura: essere riconosciuti ed essere ricevuti. Il riconoscimento è lo sguardo concreto che, in un momento preciso, dice a un giovane chi è. L'essere ricevuti è la radice da cui quello sguardo può nascere, e che lo precede. Un riconoscimento privo di questa radice diventa una transazione: il giovane deve pagare ogni sguardo con una prestazione, e il suo valore resta sospeso al giudizio di chi lo osserva. Quando invece sa, anche solo confusamente, di essere stato accolto prima di qualunque merito, può permettersi ciò che nessun salariato si permette: sbagliare, deludere, ricominciare. L'errore scalfisce un risultato, non la sua ragione di esistere.
    Che cosa accade a un ragazzo che non ha mai sentito di essere accolto prima di essere valutato? E quante volte io stesso, senza accorgermene, vivo da salariato nella mia stessa casa?

    4. Il Dio che cerca e il padre che attende
    Il racconto biblico ha un vantaggio che nessuna argomentazione possiede: mostra l'accoglienza mentre accade. Prima di arrivare alla parabola più nota, vale la pena di fermarsi su due scene meno frequentate.
    La prima è quella di Agar (Gen 16). È una schiava, straniera, incinta e in fuga da una casa che non la riconosce se non come strumento. Nel deserto, lontana da ogni sguardo umano che le abbia mai attribuito un valore, si sente raggiungere da una voce che la chiama per nome e le domanda da dove venga e dove stia andando. Lei, che nessuno aveva guardato se non come mezzo per un fine, risponde con parole rimaste nel testo: «Tu sei il Dio della visione» (v. 13). Chi sia stato un ragazzo invisibile nella propria classe, nella propria famiglia o nel proprio gruppo di coetanei conosce il peso di questa scena meglio di qualunque commentatore.
    La seconda scena è ancora più antica. Dopo la caduta, Adamo si nasconde fra gli alberi, e la domanda che gli viene rivolta è breve: «Dove sei?» (Gen 3,9). Non è la domanda di chi ignora e vuole una risposta, ma quella di chi cerca e, cercando, offre all'altro la possibilità di uscire dal nascondimento. In entrambi i racconti Dio vede prima di giudicare, e il vedere ha la forma di una ricerca.
    Su questo sfondo la parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32), che i lettori conoscono bene, rivela con particolare chiarezza i propri snodi. Il primo riguarda il ritorno del figlio minore. Il giovane ha preparato un discorso, e il discorso è una trattativa: confesserà la colpa, rinuncerà al titolo di figlio e si offrirà di lavorare come un salariato. Il testo racconta però che la frase sul salariato non viene mai pronunciata, perché il padre, che lo ha già visto da lontano ed è già in corsa, lo interrompe con i suoi ordini. Il verbo del vedere precede il correre, e il correre precede l'ascolto: è un ordine che contiene un'intera pedagogia. La veste, l'anello e i sandali arrivano prima di qualunque spiegazione, e la festa viene allestita senza che il figlio abbia dimostrato nulla.
    Il secondo snodo è il più trascurato, ed è forse il più istruttivo per chi educa: il padre esce due volte. Esce incontro al figlio che ritorna, ed esce di nuovo, a festa iniziata, per supplicare il maggiore che si rifiuta di entrare. Questo secondo gesto racconta che l'accoglienza non è un privilegio riservato ai figli perduti: richiede la stessa pazienza anche con chi è rimasto in casa e non riesce a gioire.
    Il fratello maggiore, infatti, è il vero specchio di molti lettori. Ha obbedito per anni, e proprio per questo ha finito per credere di servire un padrone e non di vivere con un padre. La sua protesta ha il linguaggio della contabilità, e un dettaglio del testo lo mostra con finezza: parlando al padre, egli dice «questo tuo figlio», quasi a prendere le distanze, mentre il padre, rispondendogli, lo corregge con «questo tuo fratello». Il padre gli ricorda poi l'unica cosa che conta: egli è sempre stato con lui, e tutto ciò che è suo gli appartiene già. Il figlio maggiore aveva ricevuto tutto senza accorgersene, perché si era convinto di doverlo guadagnare.
    Per chi educa, tutto questo suggerisce che il primo gesto di cura è l'attesa sulla soglia: lasciare libero il giovane senza smettere di guardare, correre solo quando l'altro è già in cammino. E suggerisce una distinzione che raramente si fa: esistono i giovani che si perdono e quelli che si logorano restando, e questi ultimi, gli studenti irreprensibili, sono i più difficili da raggiungere, perché nessuno pensa che abbiano bisogno di essere accolti.
    Chi, nel mio gruppo o nella mia classe, sta ancora preparando un discorso da salariato? E in quale dei due fratelli riconosco, più spesso, me stesso?

    5. Il ritorno alla soglia
    Il ragazzo, la mattina dopo, entra in classe alla stessa ora e con lo stesso zaino appeso a una spalla. Ma questa volta, prima che lui sollevi gli occhi, la voce dell'insegnante pronuncia il suo nome. Non è un richiamo, né un rimprovero mascherato da saluto: è un nome detto con la naturalezza di chi constata una presenza. Il ragazzo si ferma un istante, quasi sorpreso, poi si siede. Nessuno, nell'aula, ha assistito a qualcosa. Eppure la marea che il giorno prima si era ritirata ha fatto, per un attimo, un piccolo movimento verso la riva.
    Gli adulti che lavorano con i giovani sanno che gesti di questo genere sembrano troppo piccoli per contare, e proprio per questo vengono trascurati. Chiamare un ragazzo per nome prima di correggerlo significa dirgli, senza spiegazioni, che la correzione che segue non è un verdetto sulla sua persona. Far sapere che un'assenza è stata notata, con una frase semplice come «ieri non ti ho visto», comunica che il suo posto non si riempie da solo quando lui non c'è. Tenere distinti il voto di un compito e il valore di chi lo ha svolto vuol dire non lasciare che la prestazione diventi la misura dell'esistenza. E concedere tempo e silenzio, soprattutto a chi non sa ancora raccontarsi, è il modo con cui l'educatore imita il padre sulla soglia: non forza il passo di chi ritorna, ma non smette di guardare la strada.
    Ciascuno di questi gesti, osservato da vicino, contiene le due cose che queste pagine hanno cercato di distinguere. Dice tu ci sei, e non per merito, e dice insieme io ti vedo, proprio te. La prima frase è la radice, la seconda è la fioritura: la prima custodisce il giovane da ogni logica di salario, la seconda lo sottrae all'anonimato di chi viene accolto soltanto come membro di una categoria. Un'accoglienza senza sguardo resterebbe generica, e uno sguardo senza accoglienza si trasformerebbe in un esame.
    Resta, per chi educa, la parte meno comoda. L'educatore non è il padre della parabola: è, più modestamente, uno fra i molti che stanno accanto a lui, e che a volte, stanco e distratto, si ritrova a contare gli anni di servizio come il fratello maggiore. La soglia non si presidia con la sola buona volontà: richiede a sua volta di essere stati accolti, e di ricordarsene.
    Il ragazzo, intanto, ha aperto il quaderno. La sua domanda, quella che non ha parole, è stata ascoltata senza essere stata pronunciata. Uscendo dall'aula insieme a lui, il lettore può chiedersi che cosa farebbe se fosse l'adulto dietro la cattedra: il giovane che ho davanti sa di essere accolto prima di essere valutato, e si sente guardato come persona e non come prestazione? La porta, in ogni caso, è rimasta socchiusa.