La coppia
e l'eucaristia
Carmine Di Sante
Dall'ottobre 2004 all'ottobre 2005 si è celebrato l'anno eucaristico indetto dal papa per lasciarsi illuminare dal "mistero che costituisce la radice e il segreto della vita spirituale dei fedeli come anche di ogni iniziativa della Chiesa locale" (Lettera apostolica Mane nobiscum Domine 7.10. 2004). In Italia questa celebrazione ha trovato la sua espressione ufficiale nel 24° Congresso Eucaristico Nazionale che si è svolto a Bari dal 21 al 29 maggio del 2005.
Questa iniziativa della chiesa universale e della chiesa italiana può dire qualcosa a quanti, sposati in chiesa, in comune o semplicemente conviventi, vivono il loro amore quotidianamente, abbandonandosi alla sua forza, lasciandosi ammaestrare dal suo enigma o - come vuole la mitologia per la quale Eros è dotato di frecce acuminate - facendosi colpire dai suoi strali? Il linguaggio ecclesiale e sacramentale, frutto di secoli di riflessioni bibliche e teologiche ed espressione di molteplici modelli e paradigmi spesso giustapposti e a volte, tra loro, contraddittori e quasi sempre lontani dalla sensibilità moderna e dallo spirito di aggiornamento del Vaticano II[1], ha valore solo per i credenti e per i credenti di stretta ortodossia, cioè per coloro per i quali la potenza liberatrice della fede si identifica con la correttezza dei suoi enunciati dogmatici e magisteriali? Oppure il linguaggio ecclesiale e sacramentale, opportunamente indagato e interpretato, al di là dei suoi condizionamenti, delle sue ambiguità e delle sue asprezze, lascia sprigionare un qualcosa che riguarda tutti e può illuminare sia i credenti che i non credenti, sia chi si sposa in chiesa e chi neppure si sposa in comune?
Le note che seguono si ispirano a questa seconda alternativa e propongono una pista riflessiva, sul legame uomo-donna alla luce dell'eucaristia, articolata in quattro tappe.
Il mistero dell'amore
Uno degli aforismi più noti di Eraclito riguarda l'anima della quale il filosofo presocratico efesino ha scritto: "I confini dell'anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos". Ciò che Eraclito scrive a proposito dell'anima a maggior ragione vale per l'amore, come sembra aver intuito Frarmis Lamy, grande filosofo e moralista del 1600, scrivendo:
Questo nostro cuore ha un'estensione così vasta, vi sono talmente tante terre e tanti mari da scoprire; in queste terre tanti sentieri secondari, tanti recessi, tante strade senza sbocco, tanti labirinti inestricati e inestricabili; in questi mari tanti temporali e tante tempeste, tanti scogli e tanti abissi... che sarebbe temerario proporsi di intraprenderne una carta topografica esatta.
L'affermazione di Lamy, per il quale è impossibile intraprendere la carta topografica del cuore, vuol dire che la mente umana è impotente a definire l'amore e che di fronte ad esso, più che interrogante, la ragione si scopre interrogata, più che logos dotato di potere, nel senso di prendere e di comprendere, cioè di afferrare, si ritrova logos aèscoltante, cioè riconoscente, accogliente e ricevente.
Il logos sprovvisto di potere è il logos alla presenza del mistero e il mistero per eccellenza è l'amore che da sempre inquieta la ragione, sconvolgendola perché si sottrae alle sue pretese di definizione e di classificazione. Nel libro dei Proverbi si legge:
Tre cose ci sono che mi superano
e una quarta che non comprendo:
il cammino dell'aquila nell'aria;
il cammino del serpente sulla pietra;
il cammino della nave per il mare;
il cammino dell'uomo nella fanciulla
(Pro 30, 18-19).
Secondo questo testo quattro sono 'i misteri' di fronte ai quali la mente umana è impotente e che, lungi dal riuscire a capire, può solo ascoltare, facendosene ammaestrare: la libertà ("il cammino dell'aquila nell'aria"), il male ("il cammino del serpente sulla pietra"), l'infinito ("il cammino della nave per il mare") e l'amore ("Il cammino dell'uomo nella fanciulla").
Il termine mistero riferito all'amore va qui inteso in un senso ben preciso: non nell'accezione soprannaturale, per la quale ci sono delle verità inaccessibili alla ragione umana e conoscibili solo per rivelazione, e neppure nell'accezione quotidiana, per la quale ciò che non si sa oggi, a causa di un deficit di sapere, lo si potrà conoscere domani, grazie all'avvento di nuove acquisizioni, né in quella popolare, per la quale molte cose sono deliberatamente tenute occulte, come nell'espressione 'i misteri' della politica, ma in quella del filosofo francese G. Marcel che nel suo saggio Il mistero dell'essere (1935) illustra la differenza tra la ricerca scientifica, che ha per oggetto la soluzione del problema e la ricerca filosofica il cui fine è appunto il riconoscimento del mistero:
L'espressione 'mistero dell'essere, mistero ontologico' in opposizione al 'problema dell'essere, problema ontologico', mi è venuta improvvisamente in mente in questi giorni. Essa mi ha illuminato. Il pensiero metafisico come riflessione orienta su un mistero. Il mistero, per la sua stessa natura, può essere riconosciuto.
La differenza irriducibile tra il mistero e il problema consiste in questo:
Il problema è qualcosa che si incontra, che ci ostruisce la strada, è davanti a me nella sua totalità. Il mistero, invece, è qualcosa in cui mi trovo impegnato, e quindi non viene a trovarsi a me nella sua totalità; è come se su questo piano la distinzione fra 'in- me' e 'davanti a me' perdesse tutto il suo significato.
Per Marcel tutto ciò che è naturale appartiene alla scienza ("la zona del naturale coincide con quella del problematico") e la tentazione del sapere scientifico consiste nel tentativo di "convertire il mistero in problema".
L'amore è 'mistero' - da notare - non tanto per l'interprete, sia il filosofo, il teologo, il socio- I ogo, lo psicologo o qualsiasi altro, che, osservando dal di fuori chi si ama e, interrogandosi sulle sue ragioni, è incapace di accedervi realmente se non a prezzo di ridurre l'amore a problema, ma soprattutto per chi lo vive dal di dentro, essendo l'amore quell'esperienza per eccellenza in cui l'io, come scrive Marcel è 'impegnato' profondamente e in prima persona ("il mistero, invece, è qualcosa in cui mi trovo impegnato") e all'interno di questa esperienza scopre l'impotenza della sua ragione come ragione di prensione e di comprensione, essendo l'altro, come vuole Lévinas, il volto che spodesta l'io di ogni suo potere, non un oggetto ma una presenza che può essere solo attesa o invocata:
Essendo la presenza al di là della comprensione, non avendo cioè presa su di essa l'atto intellettuale del comprendere, essa [la presenza dell'altro o l'altro come presenza] può soltanto essere invocata o evocata. L'essenza dell'invocazione è magica e se la magia a volte sembra aver di mira l'oggetto, è solo all'aspetto presenziale di questo che essa si rivolge, in quanto si sforza di rendere l'oggetto presente, di trasformarlo in presenza (G. Marcel, Il mistero dell'essere; corsivo mio).
La pluralità delle interpretazioni
Appunto perché mistero, l'esperienza dell'amore si presta ad una pluralità di interpretazioni dovute non solo alle diverse epoche storiche, non solo ai diversi modelli culturali, e neppure solo alle diverse sapienze, spiritualità, filosofie e teologie alle quali ciascuno attinge e si ispira ma soprattutto alla singolarità di ogni essere umano che esiste come realtà unica e originale, irriducibile ad ogni modello generale o universale. Secondo l'affermazione di Hannah Arendt la differenza tra i singoli esseri umani è superiore a quella che esiste tra le lingue, le culture, le religioni e le etnie e il senso della creazione biblica, per la pensatrice ebrea, consiste nell'affermazione della pluralità irriducibile di ogni uomo e di ogni donna di tutti i tempi:
È nell'assoluta diversità di ogni uomo dall'altro, che è più grande della diversità relativa tra popoli, nazioni e razze, è nella pluralità che è contenuta la creazione dell'uomo per mano di Dio (H. Arendt, Che cos'è la politica?, Edizioni Comunità, Torino 2001, p. 8).
Se ogni essere umano esiste come realtà unica e originale, "si dovrebbe allora", scrive Roberto Mancini, "rovesciare la concezione della singolarità come vivente imperfezione rispetto a un modello ideale universale" (R. Macini, "Riconoscimento e creaturalità", in «Servitium» n.152/2004, p. 174) e, contrariamente a quanto voleva Kant per il quale "nessuna singola creatura, sotto le condizioni singolari della sua esistenza, è adeguata all'idea di ciò che è massimamente perfetto nella sua specie (allo stesso modo che l'uomo non è adeguato a quell'idea dell'umanità, che nondimeno egli stesso porta, come archetipo delle sue azioni, nella propria anima)", per Mancini "si può dire che proprio la singolare unicità di ciascuno costituisca già una forma di perfezione, che certo deve poi rinnovarsi, trovando libera espressione e inveramento (ivi)".
Incontro di unicità irripetibili, l'amore è evento personale, inedito e singolare, che, per questo, e non solo quindi per l'insufficienza del logos riflettente, esige ed istituisce una pluralità di interpretazioni.
Pluralità di interpretazioni vuol dire innanzitutto molteplicità di linguaggi - metafore, concetti, teorie, filosofie o teologie - con le quali gli individui, i gruppi e le culture 'traducono' e ritraducono linguisticamente l'esperienza dell'amore, attingendone il senso, interrogandola, comprendendola e tematizzandola. Come si è già osservato, prima che alla molteplicità e al peso delle filosofie o delle ideologie dalle quali si è necessariamente guidati nell'autocomprensione delle esperienze fondamentali, la pluralità è dovuta soprattutto all'unicità di ogni essere umano che, mentre non può non esprimersi all'interno di determinati modelli linguistici e culturali interni alla propria tradizione, in forza della sua unicità però li trascende sempre inevitabilmente.
In secondo luogo pluralità di interpretazioni vuol dire conflittualità e anche inconciliabilità tra i diversi modi di rappresentarsi l'esperienza dell'amore: chi la vive come l'unica realtà consistente e chi, come Natalia Aspesi, la nota giornalista responsabile della rubrica "Posta del cuore" del «Venerdì di Repubblica», rispondendo alla domanda su che cosa avesse appreso dalle migliaia di lettere che riceve quotidianamente, afferma che si è convinta "che l'amore non esiste"; chi la celebra come apertura verso l'altro e chi, come Jóns, lo scudiero del Cavaliere che gioca a scacchi con la Morte, ne Il Settimo Sigillo di Bergman, afferma che
l'amore non è che un altro nome per lussuria, più lussuria, più lussuria, più un dannato mucchio di inganni, di falsità, di menzogne, e ogni sorta d'imbrogli... L'amore è quel che c'è di più imperfetto nella sua perfetta imperfezione;
chi la canta come disponibilità e altruismo e chi, come Panurge, già citato, ne coglie il fondo oscuro ipocrita e interessato:
Quando ne va della propria pelle e del proprio ventre non c'è morale che tenga. Fate scegliere ad un affamato tra un atto di bontà e un coscio di manzo ben arrostito e ben annaffiato e capirete subito da che parte tira il vento;
chi la vuole come il sentimento più nobile e universale e chi, come Amos Oz, uno dei massimi scrittori viventi israeliani, ne intravede il potere distruttivo:
L'amore è il pretesto. La scusa per tutto. Dire che si ama il Terzo mondo o l'Africa, il mondo arabo o l'America, cosa significa? Nulla. Non significa nulla amare mille persone. L'amore è un sentimento intimo, non universale... [che] può diventare una forza distruttiva. Chi ama può esser capace di atti terribili. Persino l'amore dei genitori per i loro figli è spesso un amore possessivo, che domina e che dice: 'Concedimi di cambiarti per il tuo stesso bene' (intervista all'«Espresso» il 17 marzo 2005, p. 119);
chi la inneggia come accettazione dell'altro e chi, sempre come Oz, la vede connivente con il fanatismo stesso:
L'amore può diventare una forma di fanatismo, due elementi che hanno una relazione stretta tra di loro... Il fanatico, quello che io chiamo uomo a binario unico, non odia la persona che gli sta accanto. Anzi, la ama a tal punto che vuole cambiarla completamente, vuole convertirla perché possa essere felice. Per raggiungere questo scopo vuole cambiare il suo modo di vestire, lo stile di vita, il modo di mangiare, le idee. Il fanatico è convinto di amare il prossimo. Ecco perché l'amore ha una componente egoistica forte (ivi);
chi la vive come traccia della trascendenza e chi, come Cioran nel brano già citato, la riduce semplicemente alla dimensione biochimica:
L'amore - un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole. Non vi è nobiltà se non nella negazione dell'esistenza, in un sorriso che sovrasta paesaggi annientati (Sommario di decomposizione, Adelphi Edizioni, Milano 1996, p. 18).
Ma per quanto conflittuali e contrastanti, le molteplici interpretazioni dell'amore -appunto perché interpretazioni e non definizioni - non si oppongono come il vero al falso o il reale all'illusorio ma come modalità rappresentative dell'unica verità e dell'unica realtà che è l'esperienza che ognuno ha dell'amare. Per questo parlare di pluralità di interpretazioni vuol dire anche, in terzo luogo, affermare la loro relatività, nel senso che esse rimandano tutte a quell"oltre' - l'oltre dell'esperienza singolare e irriducibile dell'amore - che è prima di tutte le interpretazioni e permane al di là di tutte le interpretazioni, per quanto queste si presentino tra di loro contraddittorie. Affermare la relatività delle interpretazioni vuol dire che in ogni esperienza d'amore c'è una 'eccedenza', cioè un 'oltre' o 'un di più', che nessun linguaggio può contenere e nessuna teoria può esaurire: né il linguaggio simbolico, poetico o letterario né le teorie antropologiche, psicologiche, sociologiche, filosofiche, teologiche o scientifiche, né i testi mitici o religiosi. I linguaggi sull'amore, per quanto espressivi ed efficaci, come pure le spiegazioni, per quanto convincenti e motivate, rimandano sempre a un 'oltre' e a un 'di più' che è 1' 'oltre' e il 'di più' dell'esperienza. È da questo 'oltre' e da questo 'di più' che tutte le interpretazioni dell'amore attingono ed è a questo 'oltre' e a questo 'di più' che tutte rinviano, anche quelle tra loro contraddittorie o conflittuali.
Appunto perché rinvio alla stessa esperienza, pluralità di interpretazioni vuol dire infine, soprattutto, dialogo delle interpretazioni, possibilità cioè di reale rispetto, ascolto e confronto tra di loro. Dell'amore è possibile parlare solo attraverso la molteplicità delle interpretazioni: ma nessuna può arrogarsi il diritto di escludere l'altra quanto piuttosto ciascuna ha il dovere di lasciarsi arricchire e provocare dall'altra, non dimenticando che l'importante non è chi ha ragione sul piano delle interpretazioni ma chi, nell'esperienza, si avvicina il più possibilmente a quel mistero che è l'amore.
L'interpretazione cristiana
La tradizione cristiana - cristiana perché riconosce nel crocifisso di Nazaret il cristo, cioè il messia, colui in forza del quale le potenze negative del mondo sono state detronizzate e sconfitte definitivamente - si fonda su un gesto compiuto da Gesù poco prima di essere inchiodato sulla croce e che Luca così ricorda:
Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: 'Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio'. E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio». Poi preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 14-20).
Al centro della tradizione cristiana c'è un 'corpo che si dona': "Questo è il mio corpo che è dato per voi": to soma mou to yper ymon didomenon. Non un corpo qualsiasi ma quello (to) che si è dato, si è donato, si è esposto e si è offerto e si è offerto fino all'estremo, fino a dare la propria vita con il sangue: "il mio sangue versato per voi". Questo "corpo che si dona" è ciò che, per Gesù, deve essere ricordato di generazione in generazione ("fate questo in memoria di me") perché chi crede in lui conformi il proprio corpo al suo corpo.
È in questo 'corpo che si dona' il legame profondo e paradossale tra la coppia e l'eucaristia, intendendo per eucaristia il memoriale del corpo di Gesù che, oggi come ieri, continua a donarsi perché quanti credono in lui donino il loro corpo come lui.
Legame profondo si è detto: perché se c'è un luogo dove i corpi si donano questo è quello della coppia, dove un lui e una lei, desiderandosi e attraendosi, si consegnano e si espongono nudi e disarmati nella gioia, nella fiducia e nell' abbandono. L'esperienza dell'amore - dell'amore di un uomo per la sua donna e di una donna per il suo uomo - è così profonda, originaria e universale che ad essa l'esperienza biblica ha attinto per comprendere lo stesso mistero di Dio. È quanto ha fatto il profeta Osea che, attraverso la vicenda di un uomo innamorato perdutamente della sua donna infedele e adultera, ha riletto la storia della relazione tra Dio e il suo popolo come storia di amore ed è quanto soprattutto ha fatto la tradizione ebraica - e con la tradizione ebraica la tradizione cristiana - con il Cantico dei Cantici assumendo i due amanti, di cui esso parla e che si rincorrono senza mai possedersi, a paradigma dell'amore tra Dio e Israele e, su un piano più universale, tra Dio e l'umanità intera. Con questa metafora, con cui si è trasferito - è questo i I significato del termine metafora - l'amore di coppia all'amore divino si è dischiuso un di più d i senso sia all'esperienza di Dio, vissuto non più solo come un padre, come un sovrano o come un signore ma come uno sposo perdutamente innamorato della sua creatura, e sia all' esperienza di coppia che, illuminando l'amore divino, ne è stato a sua volta illuminato:
Pertanto, se è sacro l'amore che unisce Dio a Israele, deve essere altrettanto sacro l'amore che unisce, fra gli esseri umani, l'amato all'amata. Non ci può essere dunque alcuna sottovalutazione dell'amore fra un uomo e una donna, nessuna condanna moralistica dell'amore carnale, che, al contrario, si presenta come un atto talmente squisito da diventare addirittura degno di essere elevato a modello di un amore più spirituale: nella sua qualità di esperienza concreta di vita, esso può permettere una comprensione più ampia e più elevata dell'amore in genere (A. Luzzatto, Una lettura ebraica del Cantico dei Cantici, Giuntina editrice, Firenze 1997, p. 42).
Legame profondo, si è detto, tra la coppia e l'eucaristia, perché sia l'una che l'altra rimandano al 'corpo che si dona', ma legame paradossale, si è aggiunto, perché il corpo che si dona nell'eucaristia - il corpo di Gesù - non si dona in un contesto erotico, come il corpo degli amanti, ma in un contesto il più anti-erotico che si possa immaginare, il contesto dell'odio, della negazione, del rifiuto e dell'abbandono:
È difficile immaginare una celebrazione dell'amore più realista dell'Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all'estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell'amore, con i suoi successi e la sua vittoria finale (Th. Radcliffe, "Sessualità ed eucaristia", in «Adista» 25.12.2004, p. 6).
Non cogliere il senso di questo paradosso che 'dà a pensare' - perché, per ricorrere alla celebre formula dei filosofo francese Paul Ricoeur, il paradosso 'dà a pensare' come il simbolo e più ancora del simbolo - è sottrarsi a quella potenza di luce - la potenza dell'amore - che illumina e si riverbera nell'esperienza della coppia ma esplode in tutta la sua pienezza nel corpo di Gesù che si dona non a chi lo ama ma a chi si rifiuta di amarlo:
Gesù all'Ultima Cena non è andato via, fuggendo dalla crisi, ma ha preso il toro per le corna. Ha preso il tradimento, il fallimento dell'amore e l'ha trasformato in un momento di donazione: `Mi consegno a voi. Voi mi avete consegnato ai romani perché mi uccidano. Mi consegnerete alla morte, ma io faccio di questo momento un momento di dono, ora e sempre (Th. Radcliffe, cit.).
Essere cristiani vuol dire - e può solo voler dire - rileggere tutte le situazioni e tutte le esperienze umane alla luce di questa potenza d'amore che esplode con Gesù e in Gesù e che, esplodendo, là dove l'amore non esiste lo fa esistere, dove esiste frammentariamente o ambiguamente lo fa rifiorire, mentre dove esiste pienamente ne rivela il segreto abissale a cui esso attinge e che è la bontà del soggetto capace di donarsi liberamente e gratuitamente, indipendentemente dalla stessa logica della reciprocità e della risposta.
È qui che si coglie il legame più profondo e fecondo tra l'esperienza di coppia e l'eucaristia, tra il corpo dell'uomo e della donna che si donano e il corpo di Gesù che si dona. Ed è qui che attinge l'interpretazione cristiana dell'amore, di quell'amore che, perché mistero, si presta ad una molteplicità di interpretazioni che nessuna esaurisce e che, alla luce di Gesù che dona il suo corpo a chi non lo ama, si svela in tutta la sua potenza come potenza - la potenza dell'amore gratuito che la bibbia chiama agape - capace di trionfare dappertutto e sempre. Lo stupore di Paolo - e con Paolo di tutto il Nuovo Testamento e di tutte le comunità cristiane! - di fronte alla risurrezione di Gesù che lo porta ad esplodere nel grido: "La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?" (I Cor 15, 54-55) non sorge d i fronte al fatto che Gesù, con il suo corpo - il corpo materiale - è passato dalla sfera della mortalità a quella dell'immortalità, quanto dal fatto che Gesù, amando chi non lo amava, ha fatto esplodere nel suo corpo - il suo corpo come soggettività o io - un amore assoluto, l'amore divino, per cui non esiste più nulla - né rifiuto, né odio, né violenza - in grado di contrastarlo!
L'interpretazione cristiana come buona notizia
Quale il contributo dell'interpretazione cristiana nella pluralità delle interpretazioni dell'amore umano? Cosa può significare, per l'uomo di oggi secolarizzato e pluralista - e secolarizzato e pluralista non è solo il non credente ma lo stesso credente! - 'sposarsi' in Cristo? In un mondo sempre più 'nichilista', dove per nichilismo si intende l'io che si fonda e fonda i suoi valori solamente su se stesso,
cosa possono significare termini quali fedeltà e indissolubilità che, da sempre, costituiscono il lessico fondamentale dell'amore cristiano?
In La forza della ragione Oriana Fallaci ha scritto:
Io sono un'atea cristiana... E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e col mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa cattolica ed anche dalle Chiese Protestanti... Spogliato delle belle fiabe sui miracoli e sulle fisiche risurrezioni, lavato delle sovrastrutture cattoliche, liberato dei ceppi dottrinari cioè ricondotto all'idea geniale dello splendido nazareno, il Cristianesimo è davvero una irresistibile provocazione. Una clamorosa scommessa che l'uomo fa con se stesso (Rizzoli, 2004, pp. 189, 190.194).
In cosa consistono questa 'irresistibile provocazione' portata dallo 'splendido nazareno' e 'la clamorosa scommessa che l'uomo fa con se stesso' se non nella capacità di amare disinteressatamente e gratuitamente fino all'estremo ('estremo' che se fosse stato colto e indagato dalla Fallaci ne avrebbe forse ridimensionato la virulenza delle tesi contro le chiese storiche e soprattutto contro l'Islam aprendola ad un di più di dialogo e di pietas piuttosto che di critica senza appello), non curandosi di sé ma dell'altro e istituendo un umano dove la parola prima ed ultima è l'amore incondizionato da far esplodere in tutte le situazioni in cui accade di trovarsi? E tra tutte le situazioni, la più comune e universale non è quella dove un uomo e una donna si amano e, nel loro amore e del loro amore, sperimentano la fragilità e il fascino?
La rilettura dell'amore umano alla luce dello 'splendido nazareno' che ha dato il suo corpo fino all'estremo non entra - né deve entrare - in conflitto con le altre interpretazioni dell'amore umano ma si offre ad esse come 'bella notizia' o e-vangelo.
'Bella notizia' innanzitutto che annuncia che l'amore tra l'uomo e la donna è possibile: non inganno, non illusione, non egoismo, non proiezione ma incontro, dialogo, relazione e apertura. Parlando della pluralità delle interpretazioni si è ricordato che ce ne sono di quelle che, cinicamente o con disincanto, ne sostengono l'inesistenza o l'inconsistenza. Esiste davvero l'amore o esso è più semplicemente una parola vuota che rimanda ad un'attesa che è vano sperare di colmare? Una voce come questa non risuona all'esterno dell'esperienza dell'amore ma da quei primi e unici interpreti che sono l'uomo e la donna che si amano. Non è mai esistita al mondo un'esperienza di amore che non sia stata attraversata da un dubbio come questo e quanti, sul piano tematico o teorico, vogliono che l'amore non esiste, più che su delle prove di argomentazione, fondano la loro affermazione su quella interpretazione pretematica e originaria che fa tutt'uno con la loro esperienza. Leggere l'amore umano dal punto di vista del nazareno che ha dato il suo corpo e versato il suo sangue per amore è uscire dal dilemma dell'esistenza o meno dell'amore e custodire - per sé e per gli altri - la certezza che esso esiste ed è la cosa più importante - l'unica vera - per la quale valga la pena vivere.
In secondo luogo la 'bella notizia' consiste nel disvelamento del senso dell'amore. Essa ci dice non solo che l'amore esiste ma in che cosa consiste: non nel possesso di un corpo, non nel riempimento di un vuoto, non in un piacere da carpire, non in una solitudine da colmare, non nella volontà di dominare ma nell'uscita da sé, nell'oblio di sé, nell'apertura all'altro, nell'accoglienza della sua estraneità, nell'ospitalità della sua diversità, nella condivisione di ciò che si è, nel dono di ciò che si ha - tempo, cuore, intelligenza cose e denaro - nella 'frazione' - che vuol dire 'spezzamento', come si spezza il pane - della propria vita. Alla luce dello splendido nazareno che ha dato e dà il suo corpo per amore è possibile vivere l'amore nella logica del dono, vivendo le crisi che l'attraversano non come l'interruzione dell'amore ma come sua elevazione all'altezza della gratuità, fino al raggiungimento di quella soglia dove si è custodi del mistero dell'altro e che, per l'io, resta inconoscibile e impossedibile. Per il poeta tedesco Rilke, il vero amore fiorisce nello spazio di questa solitudine che si lascia sorprendere dal mistero di questa alterità:
Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia, la più grande possibile... Una volta che si accetta che anche fra gli esseri umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo dell'altro stagliato contro un ampio cielo (in Th. Radcliffe, cit. p. 7).
Amare non vuol dire possedere l'altro ma sostare presso il suo mistero o enigma - 'distanza', secondo il linguaggio di Rilke - da cui promana una luce che disegna lo spazio dell 'impossedibile e del gratuito e in cui risuona una voce che eleva all'altezza di un agire caratterizzato dalla stessa logica dell'impossedibile e del gratuito.
Ma non è l'amore di coppia il luogo della reciprocità e del piacere, a partire da quello corporeo, sensuale e sessuale che dell'esperienza di coppia è una parte essenziale? Che senso può avere allora la proposta di un amore estremo come quello di Gesù che offre il suo corpo per amore? Non resta questa così stridente e inconciliabile da rendere improponibile, come vogliono i realisti e i benpensanti, qualsiasi analogia tra il corpo dell'uomo e della donna che si donano nell'eros e il corpo del messia crocifisso che si dona sulla croce? O se di analogia tra i due corpi si può parlare - il corpo degli amanti e il corpo del messia crocifisso - si tratta forse solo di retorica priva di ogni reale consistenza?
Ma non è il cuore umano, come vuole il Manzoni, un guazzabuglio e un caos? Non è l'eros, come vuole Freud, oltre che pulsione di vita anche pulsione di morte: la morte dell'altro, la morte di sé e la morte della relazione che lega l'io all'altro? Non è il desiderio, come ribadisce instancabilmente R. Girard, fonte anche di conflitti, di odi, di rivalità, di vendette, di gelosie, di chiusure e di ostilità? Non è vero che, se i paesi poveri soffrono per la carenza dei beni, gli abitatori del primo mondo soffrono per la fragilità e l'inconsistenza delle relazioni umane? Non è insomma vero che le relazioni d'amore - qualsiasi relazione d'amore - sono attraversate da quella radicale contraddizione dove una cosa nega l'altra? E questa contraddizione non esplode soprattutto nelle società cosiddette dell'individualismo e del benessere dove quanto più l'eros è liberalizzato tanto più instabili e insignificanti si fanno le relazioni umane?
Nel suo recentissimo saggio intitolato Vite di scarto, il noto sociologo Zigmunt Bauman, sostiene che le attuali società dell'Occidente più che società di consumo sono diventate società di scarto e di rifiuti, e che a questa logica obbediscono le stesse esperienze affettive dove l'altro viene messo da parte, appunto 'scartato' e 'rifiutato' quando non risponde più alle proprie attese e pretese:
Siamo consumatori in una società dei consumi. La società dei consumi è una società di mercato, siamo tutti nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci. Non c'è da stupirsi se l'uso/consumo dei rapporti si adegua, e rapidamente, al modello dell'uso/ consumo di automobili, ripetendo il ciclo che comincia con l'acquisto e termina con lo smaltimento dei rifiuti. In Gran Bretagna, 'vivere insieme' dura in media fino a due anni. Il 40% dei matrimoni si conclude con un divorzio. Negli Stati Uniti siamo al 50% e il rapporto sta aumentando. Molto opportunamente, Hugh Wilson suggerisce che un tagliando ogni anno oppure ogni sei mesi sembra ragionevole a molti, viste le circostanze. Perché 'prendere un rapporto a rate semestrali... rientra in una tendenza a pensare sul breve periodo fra coppie apparentemente impegnate'. Negli Stati Uniti riscuote un consenso pubblico sempre più rumoroso e diffuso il progetto di istituzionalizzare un contratto di matrimonio rinnovabile ogni due anni (e in ogni caso ogni dieci). Wilson cita la dottoressa Elayne Savage, autrice di un libro dal titolo quanto mai eloquente Breathing Room: Creating Space to Be a Couple (Tirare il fiato: creare uno spazio per essere una coppia) secondo cui 'un rapporto rinnovabile potrebbe essere la risposta per quanti sono sempre meno inclini a prendere un impegno assoluto'. Si tratta di una soluzione approvata dall'autrice la quale suggerisce un tipo di accordo che automaticamente va rinegoziato ogni anno, un po' come i roiling contracts la cui popolarità sta attualmente aumentando sul mercato del lavoro (p. 153).
Rileggere l'amore alla luce dell'amore agapico del crocifisso non è negare, alla coppia, la sua dimensione di eros ma sottrarlo alle ambiguità che lo attraversano e minacciano di pervertirlo in 'luogo' dove l'altro è ridotto a mezzo, oggetto o cosa da scartare quando non serve più. Alla luce del corpo di Cristo che si è donato gratuitamente, i corpi degli amanti sanno - possono sapere - che il senso ultimo dell'amore è la donazione, oltre la tentazione del dominio e del possesso che dell'amore sono la negazione. L'amore agapico introdotto dallo splendido nazareno non mortifica l'amore di eros che unisce l'uomo e la donna ma svela 'l'oltre' da cui attinge: l'amore gratuito che dell'eros è la radice che lo alimenta e lo fa fiorire, mentre nei momenti di crisi lo fa rifiorire e, dove non più ricostituibile, impedisce che si trasformi in forza distruttiva.
Nella pluralità delle interpretazioni l'interpretazione cristiana fa dono di un senso che non esclude nessuno ma è ricchezza per tutti, ad una condizione: che chi crede nel 'corpo donato' del crocifisso risorto, ispirandosi al suo amore agapico, non entri in guerra con le altre interpretazioni giudicandole, condannandole o demonizzandole ma testimoni semplicemente con la propria vita che amare come Gesù, fino all'estremo e gratuitamente, è possibile. Si vivrà sempre meno in una 'società cristiana', dove, come una volta, l'essere cristiani e l'essere cittadini coincidevano, e sempre più in un contesto pluralistico dove ci saranno sposati e non sposati, sposati civilmente o semplicemente conviventi o neppure conviventi. All'interno di questo contesto pluralistico e a volte contraddittorio, le coppie cristiane - quelle che nell'amore agapico scoprono il loro amore non limitato ma illuminato e inverato - non devono rimpiangere il passato, quando l'amore di coppia era salvaguardato da leggi dello stato né invocare nuove normative illudendosi così di salvaguardare meglio i valori cristiani né pretendere di dimostrare che, tra le molteplici interpretazioni dell'amore, solo la loro è autentica ma mostrare con la loro testimonianza che amare fino all'estremo come Gesù non è illusione ma possibilità reale e che la gratuità, nell'amore di coppia, non è l'alternativa all'eros ma il segreto che lo mantiene vivo e lo sottrae alla tentazione dell'idolatria. Mostrarlo, non dimostrarlo. E mostrarlo, come si è detto, con la vita, con quella parola originaria che sottostà a tutte le altre parole e che di tutte le altre parole è la chiave di lettura. Un uomo e una donna che si amano, custodendo il mistero l'uno dell'altra e lasciandosene sorprendere, dicono, con la loro vita, che l'amore esiste e con questa loro vita 'evangelizzano', annunciando che l'amore al centro di tutte le poesie, le letterature, le filosofie e le teologie è realtà - l'unica vera realtà - per ogni essere umano.
[1] Cfr a proposito la lettura critica del teologo Pierre de Locht dell'enciclica Ecclesia de Eucaristia pubblicata dal papa nel giovedì santo (n. 19 della rivista Parvis settembre 2003).

