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    La scuola in terapia intensiva


    La scuola in terapia intensiva

    Massimo Recalcati

    L’emergenza sanitaria ha sequestrato le parole e i pensieri. Il trauma del Covid 19 ha colonizzato pesantemente la vita collettiva. Una calamita mortifera ha bloccato le nostre energie e le nostre risorse.
    Ne è un esempio emblematico e drammatico quello della scuola. Tutto il dibattito attuale sul suo presente e sul suo futuro appare integralmente assorbito dal problema della sicurezza. Non è illegittimo considerata la gravità della bufera che ci ha investiti. Il problema della sicurezza in un contenitore istituzionale ampissimo com’è quello della scuola deve essere giustamente affrontato e risolto. Tuttavia limitarsi a ragionare sulle distanze necessarie da preservare, sul rischio degli assembramenti e sulle mascherine, sulla presenza o meno delle pareti di plexiglass spoglia fatalmente la riflessione della scuola schiacciandola sulla necessità della gestione della crisi sanitaria.
    Ma la scuola italiana è da tempo in terapia intensiva. Ben prima del Covid. Essa resiste solo grazie alla tenacia di molti dei suoi protagonisti, in primis quella degli insegnanti che preservano con il loro impegno e la loro passione il respiro vivo del corpo della scuola.
    A settembre si ricomincia. Si discute solo di sicurezza. Ma il paziente-scuola resterà di fatto ancora in terapia intensiva? Il problema vero è che la drammatica vicenda del virus ha indebolito e fiaccato ulteriormente la sua resistenza. Per risollevare la scuola italiana dalla sua condizione di malattia non sarebbe necessario allora prevedere una terapia d’urto? Alcune raccomandazioni per il suo prossimo futuro sono talmente ovvie che potrebbe sembrare inutile ricordarle ma esse si impongono dopo la vicenda del Covid. Ricordiamo almeno la principale: la relazione non è qualcosa che si aggiunge alla didattica come una sua appendice esterna, ma è la condizione di ogni didattica. Dunque non esiste didattica a distanza. La tecnologia non può supplire alla vita comunitaria della scuola. Ma ribadita questa raccomandazione il problema non è affatto risolto ma, al contrario, inizia a porsi. Cosa fare per il paziente-scuola? Avrebbe meno dignità di essere curato con attenzione rispetto ad altri? Se i nostri governanti riuscissero a non lasciarsi irretire dall’emergenza sanitaria dovrebbero indicare le linee guida per una cura che non deve coincidere con la gestione dell’emergenza Covid.
    Il problema è più generale e radicale insieme: quale centralità la scuola sarà in grado di affermare nel tempo della ricostruzione? Il suo futuro sarà ancora una volta sbarrato, senza risorse, relegato ai margini di una rappresentazione del Paese che può fare a meno dell’istruzione, della formazione e della ricerca? Perché anziché battere insistentemente il chiodo della riapertura in sicurezza non si riapre davvero un dibattito intorno all’emergenza-scuola in quanto tale?
    Bisogna ricordarlo: la scuola non ha come obiettivo la difesa della sicurezza dei suoi protagonisti, ma la difesa della condizione di civiltà di un Paese. Per questo la sua competenza non è settoriale ma investe la nostra comunità, la sua stessa identità.
    Il dibattito sulla scuola non può restare ostaggio del virus e del problema della sicurezza. Non sarebbe allora il caso di ripensare alla ripartenza innanzitutto attraverso una rimodulazione profonda dell’attività didattica?
    Il campo è ampio: favorire l’interdisciplinarietà, rendere possibile una diversa circolazione degli allievi attraverso la composizione di piani di studio più adeguati alla loro attitudine come già accade in molti Paesi, portare la scuola verso la città, nei quartieri, nei territori, nei luoghi culturali, reinserirla come protagonista attiva della nostra vita sociale; insomma aprire e rinnovare gli spazi didattici della scuola tenendo anche conto delle nuove esigenze imposte dal virus; abolire definitivamente un uso solo sadicamente numerologico della valutazione ancora oggi tristemente diffusa anche nei licei più rinomati del nostro Paese; riqualificare seriamente la formazione e il lavoro degli insegnanti per favorire la permanenza nella scuola dei migliori.
    Ma per fare questo occorrerebbe lo studio nel dettaglio di una ricomposizione inedita della didattica e del rapporto della scuola con la città. Chi vi si sta dedicando? È necessario uno sforzo politico e culturale di immaginazione e di pensiero. Meglio se collettivo, meglio se capace di coinvolgere gli insegnanti e le loro associazioni. In ogni caso libero, laico, vivo, insomma non pietrificato dallo sguardo di Medusa del virus.

    (La Repubblica - venerdì 19 giugno 2020)



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