L'eros tra desiderio

    e alterità

    Carmine Di Sante


    Scrive E. Lévinas (il filosofo ebreo francese scomparso nel 1995 e ritenuto da molti il filosofo dell'alterità per eccellenza) che il volto - ogni volto - è, per l'io in cerca di felicità e di realizzazione, 'il desiderato indesiderabile' o 'l'indesiderabile desiderato'.
    Potente e suggestivo ossimoro (figura retorica che consiste nel collegare due termini di per sé incollegabili, come quando si parla di uno 'stupido intelligente' o di un 'dolce amaro') che, come ogni ossimoro, è e vuole essere una lettura diversa dell'umano.
    L'altro desiderato è il tema per eccellenza della letteratura e dello psichismo. Desiderato, perché, in sua assenza, l'io si scopre vuoto e carente, bisognoso del suo sorriso come l'assetato dell'acqua o il cieco di luce che ne squarci il buio. Il testo fondativo di questa concezione dell'altro come altro desiderato, divenuta la radice stessa dell'occidente, è il Simposio di Platone dove il filosofo spiega perché gli esseri umani vanno in cerca degli altri (siano questi il partner, l'amico, il figlio o il simile), perché ricercano la giustizia, la sapienza e la saggezza e perché amano ciò che è bello e buono, mentre fuggono cio che è brutto e cattivo. La risposta viene data attraverso il mito androgino, il racconto secondo il quale alle origini l'uomo era una unità o sfera risultante dall'insieme del maschile e del femminile. Come tale egli non aveva bisogno di nulla ed era autosufficiente e onnipotente, capace di fare concorrenza agli dèi e di ribellarvisi. Zeus allora per punizione divise in due l'essere umano, separandolo in maschio e femmina. Ma una volta separato, l'uno tende verso l'altro, alla ricerca della metà perduta. Oltre che nella formulazione dell'androgino, dell'unità originaria del maschile e del femminile, il mito presenta anche due varianti secondo cui all'origine esisteva pure contemporaneamente l'unità del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. A parte comunque queste diverse formulazioni o versioni, importante è capire come, con esso, il pensiero greco spiega la relazione tra l'alterità e l'io: come movimento, spinta, tendenza e nostalgia verso ciò di cui si ha bisogno e che è recupero o ritrovamento dell'identità o pienezza perduta e riconquistata. Ciò vale non solo per l'alterità umana ma anche per ogni altro tipo di alterità, come quella del bello e del buono. Tutto ciò che l'uomo ricerca, lo ricerca perché nelle sue profondità si iscrive questo insopprimibile bisogno o nostalgia per la pienezza perduta, totalità o uno.
    Desiderato, l'altro però è anche indesiderato: l'altro che, come lo 'straniero', il 'povero', 1' 'orfano', la 'vedova' e il 'nemico' (in termini attualizzati: 'barboni', 'vu-cumprà', 'lava-vetri', 'malati di Aids' e 'borseggiatori'), non ha nulla di desiderabile e non risponde all'io desiderante colmandolo ma lo mette in crisi frustrandolo e denunciandolo nella sua pretesa di principio ultimo dell'umano. Questa indesiderabilità dell'altro - dell'altro dove non resta alcuna traccia di desiderabilità - è l'impensabile e l'impensato del pensiero greco per il quale il non riconducibile al desiderio appartiene all'ambito del 'barbaro', di ciò che è pre-umano o non-umano. E questa la ragione per la quale Lévinas scrive che "la filosofia occidentale..., sin dalla sua infanzia, è affetta da un orrore verso l'Altro che rimane Altro, da un'inguaribile allergia" (La traccia dell'Altro, in Scoprire l'esistenza con Husserl e Heidegger, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p. 216).
    L'altro, quindi, desiderato o indesiderato, a seconda se riconducibile alla sfera del desiderabile o ad essa estraneo.
    Se questa ambivalenza attraversa tutti i rapporti umani (l'altro contemporaneamente desiderabile e indesiderabile, a seconda se risponde al desiderio dell'io o lo mette in crisi), essa raggiunge la sua espressione più conturbante nella coppia dove i partner mettono in scena la loro 'corporeità', svelandosi nella loro 'nudità', metafora della loro soggettività profonda e trama inestricabile di bisogni, sogni, attese, paure e speranze. Lo specifico della coppia è che il più desiderato - il partner di cui si è innamorati o ci si è innamorati - all'improvviso può divenire il più indesiderato, ogni qualvolta il suo 'volto' (modo di essere, di pensare, di reagire e di valutare) si sottrae ai poteri dell'io desiderante, mettendolo in crisi e in-quietandolo.
    La coppia è lo spazio dove all'io è dato di accedere ad un al di là dell'eros nel momento stesso in cui l'eros raggiunge il suo zenit 'possedendo l'altro' e ricongiungendosi con lui come con la sua parte mancante, come vuole Platone nel Simposio. Questo al di là del desiderio, che sfugge al desiderio e ne è la messa in discussione, è l'alterità dell'altro: l'altro nella sua nudità e povertà. L'altro non come oggetto, per l'io, da prendere e comprendere; non come forma che gli si offre da contemplare e ammirare; non come fine o meta che gli si propone come valore da raggiungere e conquistare. L'altro invece come limite intrascendibile che mette l'io in scacco nel suo movimento progettuale e autorealizzativo, ne svela l'insufficienza del desiderio e intro-duce nella sua soggettività una lacerazione e un'alterazione come una 'ferita' non ricomponibile.
    In una pagina del suo diario, il 2 aprile 1943, Anna Frank scrive:

    Ieri sera ero a letto aspettando che il babbo venisse a dire le preghiere con me e poi a darmi la buona notte, quando la mamma entrò in camera, si mise a sedere sul letto e mi domandò con molta semplicità: «Anna, il babbo non viene ancora, vuoi che preghi io con te?» No, mamma, risposi io. La mamma si alzò, stette un momento in piedi presso il letto, poi si avviò lentamente alla porta. A un tratto si volse e con un viso contratto disse: «Non mi offendo, l'affetto non si impone». Due lacrime brillavano sul suo viso quando essa uscì. Io rimasi coricata; sentivo che ero stata cattiva a respingerla così rudemente, ma sapevo pure che non avrei potuto risponderle in altro modo. Non so adulare e non potevo pregare con lei contro la mia volontà. Non andava. Ho pietà di mamma, moltissima pietà, perché per la prima volta nella mia vita ho notato che il mio contegno freddo non la lascia indifferente. Ho visto il dolore sul suo volto, quando diceva che l'affetto non si impone. È duro dire la verità, eppure la verità è questa, che è lei che mi ha respinto, è lei che mi ha resa insensibile a ogni sua espressione di affetto con le sue osservazioni inopportune... Io fremevo quando ella mi rivolgeva le sue dure parole; e ora era lei che fremeva, dicendo che non c'era più affetto fra noi due. Per metà della notte la mamma ha pianto, e per tutta la notte non ha quasi dormito. Papà non mi guarda e quando lo fa leggo nei suoi occhi le parole: «Come puoi essere così sciocca, come puoi dare tanto dolore alla mamma!».

    Questo testo stupendo di Anna Frank, più che confessione di una adolescente in crisi e in conflitto con la madre (esso è tutto questo ma anche immensamente più di questo), può e deve essere letto, ad un livello più profondo, come il disvelamento dell'alterità che si cela e splende al di là del desiderabile. Il desiderabile (e cosa può esserci di più 'desiderabile' di un figlio in cui 'rispecchiarsi' e 'perpetuarsi', come vogliono il linguaggio comune e lo psichismo? non come l'orizzonte ultimo dell'umano perché, al di là di esso, tras-pare una dimensione oltre e altra che lo trascende e ne costituisce il limite.
    Non il limite che, come il macigno, blocca il percorso del viandante; non il limite che, come la cinta, chiude la città nelle sue mura; non il limite che, come il padrone, contra-sta, con il suo volere, il volere dello schiavo; bensì il limite che, come la spada, libera il condannato dalla fune che lo incatena; il limite che, come il martello, apre sulla parete la fessura da cui entra aria e luce; il limite soprattutto che, come il maestro, innalza ed eleva ad un nuovo ordine il volere dell'alunno che si consegna al suo volere e ai suoi segni.
    Al di là della sua desiderabilità, l'altro - ogni altro - è portatore di questa alterità che interrompe il cammino dell'io desiderante e lo eleva alla bontà e alla fedeltà dove, non più essere di bisogno in cerca di autocompimento e di autosoddisfacimento, l'io vive per l'altro (cfr. il mio Responsabilità. Dall'io per sé all'io per l'altro, Roma 1996), all'altezza di un umano come responsabilità, come santità, come misericordia, come gratuità, come amore senza ritorno e come asimmetria, dispiegando un agire in cui si ritrascrive l'agire stesso del Padre celeste che 'fa piovere sui buoni e sui cattivi'.
    La coppia è lo spazio, forse privilegiato, dove, messo in crisi dall'alterità dell'altro, l'io accede all'al di là del desiderio che, nella sua fragilità e potenza, è elevazione dell'io all'altezza della bontà e della fedeltà come amore senza concupiscenza e senza ritorno. Altezza di un amore stra-ordinario che non nega l'eros ma lo rifonda e che, rifondandolo, lo sottrae all'egoismo e alla violenza che lo minacciano in ogni istante, per aprirlo all'amore incondizionato che in ogni eros si annuncia (chi, nel suo amore, non vuole essere amato e accolto incondizionatamente e per sempre?) e di cui ogni eros resta sempre invocazione e traccia anche nelle sue forme più brutali e degradanti.