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    «La missione avrà

    il volto della famiglia»

    Intervista a Vincenzo Paglia

    a cura di Luciano Moia

     

    «La Chiesa deve cambiare continuamente». Quale passaggio della relazione finale le sembra più coerente con l’invito che il Papa ha rivolto venerdì a santa Marta?

    Direi che la vera novità del testo sinodale – in concordanza con l’invito del Papa al cambiamento – è l’aver posto la missione come parte finale e prospettica. Qui, a mio avviso, è lo snodo più significativo. Del resto si doveva parlare di 'vocazione e missione' della famiglia e non rimanere fissati su qualche questione particolare, pur importante. La Familiaris Consortio del 1980 si concludeva con l’esame dei problemi e delle situazioni difficili. Non è solo un cambio di indice ma, appunto, di prospettiva più missionaria. In questo documento la conclusione è un incoraggiamento a non sclerotizzarsi e a non farsi fermare dai problemi: l’ultima parola deve averla il rilancio del disegno di Dio per l’uomo, la donna, il mondo. Perché è a questa altezza che, ora, bisogna nuovamente considerare il matrimonio: nella Chiesa e anche nella società.

    Ma questo cambio di prospettiva in senso missionario come potrebbe tradursi concretamente?

    Il testo sinodale delinea un nuovo paradigma del rapporto tra la Chiesa e la famiglia: l’una ha bisogno dell’altra. E assieme sono chiamate a vivere un nuovo slancio missionario. Ambedue sono 'in uscita'. Questo permette di superare l’attuale fossato che tanto spesso separa la famiglia dalla comunitàparrocchia: l’una 'poco ecclesiale' e l’altra 'troppo clericale'. Va superato sia il familismo che porta a rinchiudersi nel famoso 'due cuori e una capanna', sia il 'parrocchialismo', ossia un’impostazione burocratica e autoreferenziale della comunità. Bisogna riscrivere la carte di intenti fra Chiesa e a famiglia, sul registro di un nuovo annuncio del Vangelo.

    Tentiamo di indicare due frutti di questo Sinodo?

    Il primo è un frutto interno alla stessa assemblea sinodale: le centinaia di interventi e le quasi 1.500 proposte, hanno portato ad una sintesi condivisa da parte della stragrande maggioranza dei vescovi che è anche aperta a ulteriori sviluppi. La dialettica nel dibattito – il Papa ha esortato alla 'parresia' – ha fatto maturare un frutto di unità ecclesiale particolarmente importante in una Chiesa attraversata da tentazioni di divisione. Un secondo frutto riguarda il nuovo sguardo sulle situazioni problematiche delle famiglie. L’imperativo è quello di una 'misericordia' evangelica che deve sovrastare la 'condanna'. Per questo vanno visti e coltivati quei 'semi di famiglia' presenti anche nelle unioni imper-fette: invece di essere schiacciati sulla loro imperfezione debbono essere aiutati a crescere verso la loro maturazione. Il testo incoraggia con decisione l’integrazione nella vita della comunità cristiana anche di coloro che vivono in situazioni irregolari. Il buon samaritano ne è il paradigma: farsi carico delle famiglie ferite e portarle all’albergo ove, assieme alla fede, si trova la guarigione.

    È vero che il dono autentico di papa Francesco è stato quello di restituire potere ai vescovi. L’ha fatto con il Motu proprio. L’ha fatto sottolineando con forza il primato della sinodalità. Queste scelte si sono sentite all’interno del dibattito sinodale?

    Volentieri paragonerei il vescovo all’albergatore della parabola. Naturalmente l’albergo è l’intera comunità. Comunque, il verbo 'restituire' al vescovo la responsabilità è esatto. Nulla viene tolto al ministero del Papa e all’unità della Chiesa. Come pure nulla viene aggiunto al potere dei vescovi. Il Papa, potremmo dire, ha autorevolmente reintegrato il vescovo nella piena disponibilità del ministero pastorale anche sul tema del matrimonio e della famiglia. Il Sinodo sottolinea che questo tema è cruciale nella della Chiesa locale, anche per la complessità delle situazioni l’una diversa dall’altra. È ovvio che questo richiede un maggiore impegno da parte del vescovo e dell’intera comunità. Non è questione di rinnovare la pastorale familiare, ma rendere - e qui la sfida è alta - 'familiare' l’intera Chiesa diocesana.

    Le sembra che sui temi più delicati - preparazione al matrimonio, convivenze, divorziati risposati, accoglienza delle persone gay - siano emerse indicazioni opportune o c’era da attendersi di più?

    Nessun testo potrebbe esaurire la risposta a tali questioni, peraltro molto diverse tra loro. Per quel che concerne, ad esempio, la preparazione al matrimonio, non basta ripetere corsi di 'inglese di sopravvivenza'. Dobbiamo interrogarci – e seriamente – se non ci siano anche responsabilità nostre perché molti giovani preferiscono la convivenza al matrimonio. Anche la società dovrebbe chiederselo. In ogni caso, il testo sinodale, volendo usare una immagine automobilistica, non solo ha rimesso la macchina sulla carreggiata. Ora già cammina e può anche accelerare la corsa.

    È stato più volte ribadito che la relazione è stata consegnata al Papa - e non 'al mondo' - in modo tale che ora sia lui a decidere come utilizzare queste indicazioni. Qualche potrebbe essere la decisione di Francesco?

    Il Sinodo lavora per consegnare al Papa le conclusioni. Tra l’altro i vescovi chiedono al Papa un suo futuro testo. Papa Francesco ha deciso di rendere pubblico l’attuale: è come un atto di franchezza del Papa che, in certo modo, vuole rendere partecipe il popolo di Dio del lavoro svolto. Spetta al Papa decidere i passi successivi. Questo testo comunque può essere un valido aiuto a proseguire il lavoro sinodale perché sia scritto nelle pagine della vita reale. E le famiglie siano le prime a scriverle, come ha concluso ieri sera il Papa sollecitando tutti a camminare insieme, sparsi per le vie del mondo.

    (“Avvenire” - 25 ottobre 2015)



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