Rilettura dell'amore

    alla luce

    dell'evangelo

    Carmine Di Sante

    Risponderò a questa domanda: qual è l'atteggiamento e il giudizio biblico sulla realtà delle convivenze coniugali o delle coppie di fatto, ai quali il pastore d'anime può e deve ispirarsi nella sua prassi pastorale?

    La risposta ufficiale del magistero cattolico, che si vuole fondata e legittimata sulla tradizione, è nota: esiste un solo modello di coppia, duello celebrato sacramentalmente all'interno della comunità cristiana, riconosciuto e formalmente assunto come indissolubile e monogamico. Al di fuori di questo modello, ogni altra relazione d'amore è vista con sospetto e ritenuta segnata dal peccato, in quanto contraria al piano di Dio e del suo amore per l'uomo.

    Ma è questa, per la Bibbia, la sola possibile risposta, oppure, letta ermeneuticamente e interpretata con il principio della 'con-discendenza di Dio' - del Dio che scende dall'alto in basso e si cala nella 'carne' dell'uomo, cioè nelle sue situazioni fragili e ambigue, per farsene compagno di viaggio - la Bibbia rende possibile un altro atteggiamento e una diversa prassi pastorale che non sia il giudizio di condanna che discrimina ed emargina e a sofferenza aggiunge nuova sofferenza?

    Di per sé la Bibbia non legittima il giudizio di condanna nei confronti delle relazioni d'amore che si istituiscono al di fuori del modello sacramentale; al contrario lo contesta perché istituisce al suo posto - al posto del giudizio e della condanna - l'anteriorità e la priorità del principio 'con-di-scendenza' o compassione, capace di fondare una prassi pastorale che, senza appiattirsi sull'esistente e senza rinnegare la sua vocazione ad evangelizzare, sappia pronunciare parole di salvezza al di là del giudizio e della condanna e più importanti del giudizio e della condanna.

    Cercherò di abbozzare alcune linee di una prassi pastorale ispirata biblicamente, con la speranza che ciò aiuti i pastori d'anime e in genere i responsabili della pastorale familiare a porsi evangelicamente di fronte alle realtà delle convivenze coniugali: nelle loro valutazioni, nelle loro scelte e nei loro linguaggi.

    La proposta si articolerà in tre momenti riflessivi organizzati intorno a tre lemmi verbali (accettare l'eros, evangelizzare l'eros e risignificare l'eros) da assumere come categorie o 'finestre' attraverso le quali elaborare e riformulare una pastorale ecclesiale che abbia a cuore e sia in grado di parlare a tutte le coppie, non solo a quelle celebrate in chiesa, ma anche a quelle che convivono di fatto o che per ragioni diverse, come nel caso di separati, divorziati e risposati, si trovano a vivere il loro amore al di fuori del modello sacramentale ritenuto dalla chiesa cattolica come l'unico biblicamente valido.

     

    Accettare l'eros

    Si impongono innanzitutto due chiarificazioni.

    La prima riguarda il termine eros che qui viene assunto in senso generale, come sinonimo dell'amore e delle relazioni coniugali di fatto che un uomo e una donna istituiscono perché convinti di amarsi, ma senza sentire il bisogno di tradurre questo loro amore sacramentalmente, sposandosi in chiesa, o istituzionalmente, sposandosi in comune.

    La seconda riguarda il termine accettare che non vuol dire legittimare o giustificare ma istituire una relazione che è al di là della legittimazione e al di là della giustificazione e che permane indipendentemente dalla legittimazione e dalla giustificazione. Spesso si tende ad omologare accettazione e legittimazione come pure, al contrario, discriminazione e giudizio di valore. Ciò è illegittimo e fuorviante. Bisogna invece disarticolare accettazione e giudizio di valore e capire che l'accettazione è - e deve essere - indipendente dal giudizio

    di valore. 'Ti accetto, indipendentemente dal fatto che tu la pensi come me o io come te'. Ad imitazione di Dio che accetta l'uomo peccatore, anteriormente al suo giudizio di valore.

    Accettare l'eros, per il pastore d'anime, deve quindi voler dire: a) porsi in un atteggiamento di accoglienza indipendente dal giudizio di valore e più importante dello stesso giudizio di valore: lo stesso atteggiamento di Dio, come vedremo nel secondo momento riflessivo; l)) lasciarsi ispirare dallo stesso principio della 'incarnazione' o della 'condiscendenza di I )io': partendo da dove l'altro si trova e non da dove io vorrei che l'altro si trovasse.

    Esplicito ora alcuni aspetti che diano contenuto a questo primo punto.

    L 'ambiguità dell'eros

    Se tutta la realtà umana porta il tratto del1'ambiguità, questa riguarda soprattutto l'eros u mano: l'esperienza antropologica per eccelIenza della contraddizione dove l'io è teso e on teso tra pulsione e relazione, ricerca di sé e apertura all'altro, egoismo ed estasi, autoreferenzialità e trascendenza. Il modello estetico e ludico che si sta imponendo nelle società occidentali del benessere come egemone occulta questa fondamentale ambiguità e tende a fare dell'eros un'energia positiva, spontanea e innocente che, in forza di sé stessa, promuove la crescita dell'io e lo apre all'altro. Non era questa la lettura di Freud, il padre della psicoanalisi, che nel suo disincanto sapeva della complessità e della potenza ambigua della sessualità umana, come scrive, ad esempio, nell'Introduzione al Narcisismo, dove parla di un io che, nella sua sessualità, è come uno 'sdoppiato':

    l'individuo conduce effettivamente una doppia vita: come fine a se stesso e come anello di una catena di cui è strumento, contro o comunque indipendente dal suo volere. Egli considera la sessualità come uno dei suoi propri fini, ma da un altro punto di vista egli stesso non è che un'appendice del suo plasma germinale, a disposizione del quale pone le proprie forze, in cambio di un premio di piacere. Egli è il veicolo mortale di una sostanza virtualmente immortale! (citato da S.V. Finzi, L'obbedienza ritrovata, in Aa.Vv., L'obbedienza torna 'virtù', Editrice Esperienze - Italia Francescana, Fossano 2000, pp. 39-40).

    Da questo punto di vista accettare l'ambiguità dell'eros vuol dire, per il pastore d'anime, assumere e promuovere, nei confronti della sessualità umana, un atteggiamento antiidolatrico che né lo assolutizzi, facendone il luogo del senso, né lo demonizzi, facendone il luogo del non senso, potendo ogni volta essere sia l'uno che l'altro, a seconda della responsabilità dei soggetti chiamati in causa.

    La molteplicità interpretativa

    Le domande ovvie sono le più difficili. Per questo forse non le si fanno. E appunto perché difficili, si prestano ad una pluralità di interpretazioni. Tra queste domande quella sull'amore è tra le più intriganti e intrigate, per la quale vale forse ciò che Agostino diceva del tempo: se non me lo chiedi so che cos'è, ma se me lo chiedi cesso di saperlo. Quasi tutti a parole riteniamo l'amore la cosa più importante, salvo poi il fatto che quando ci chiediamo in che cosa esso consista, difficilmente troveremmo due persone che ne condividerebbero la stessa definizione o descrizione.

    Tra tutte le interpretazioni, si è imposta egemone nella cultura occidentale quella platonica, descritta nella pagina immortale del Simposio, dove l'amore è inteso come spinta irresistibile verso l'altro per riempire un vuoto e ricomporre l'unità originaria dalla quale l'io proviene, come suo arkè e alla quale è destinato come suo telos. Accanto a questa interpretazione è da ricordare quella antitetica offerta dalle Scritture ebraico-cristiane, per le quali l'amore non è il movimento con cui l'io si compie e si ritrova bensì il movimento con cui l'altro irrompe nell'io e ne infrange l'incatenamento da sé a sé per elevarlo alla responsabilità e alla bontà. Bontà o agape che è amore di alterità e non di identità e che non si istituisce intorno all'io ma intorno all'altro in quanto altro. Nella Bibbia lo straniero, il povero, l'orfano, la vedova e il nemico, categorie da intendere oltre che sociologicamente soprattutto simbolicamente, sono l'espressione dell'altro in quanto altro che di fronte all'io non è più oggetto desiderabile ma soggetto di bisogno che, nella nudità del suo bisogno, è, per l'io, invocazione di 'pane' e di 'perdono'.

    I cambiamenti storici

    Il 1900 è stato definito da alcuni il secolo breve per la sorprendente accelerazione dei cambiamenti radicali dai quali è stato caratterizzato; tra questi quella sessuale è sicuramente la più sconvolgente. Ne Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita (Il Mulino, Bologna 2000), Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, ha scritto:

    Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. È in atto una rivoluzione globale nel modo in cui pensiamo noi stessi e in cui formiamo legami e connessioni con gli altri, una rivoluzione che avanza in modo non omogeneo nelle differenti culture e regioni.

    Il nucleo di questa rivoluzione dalle conseguenze imprevedibili consiste nella disarticolazione, avvenuta per la prima volta nella storia umana in modo sistematico e scientificamente programmato, tra piacere, relazione, procreazione o riproduzione.

    La pluralità dei modelli nel vivere le relazioni d'amore

    Se in una società omogenea e complessivamente religiosa, l'unico modello matrimoniale era quello religioso, la società secolarizzata nella quale ci troviamo conosce altri modelli, come quello del matrimonio civile e delle libere convivenze. Accettare la pluralità dei modelli vuol dire, per il pastore d'anime, non opporre matrimonio religioso, matrimonio civile e convivenze, ritenendo vero il primo e falsi gli altri, ma ritenerli modi diversi di vivere e incarnare la relazione d'amore dove la vera differenza non è né può essere individuata nei suoi diversi livelli di istituzionalizzazione (i livelli di istituzionalizzazione sono importanti ma non determinanti) ma nella sua reale capacità di 'creare' la felicità e il 'ben-essere'. Tra i vari modelli entro i quali vivere la relazione d'amore, il più 'autentico' e 'convincente' non è quello dove più alto e riconoscibile è il grado di formalizzazione istituzionale, bensì quello dove essa - la relazione d'amore - fa fiorire di più, realmente e non retoricamente, il rispetto e la gioia. Da questo punto di vista il pastore d'anime e le comunità parrocchiali non dovrebbero avere nulla da temere dalla fattualità dei matrimoni civili e delle convivenze coniugali: lungi dal minacciare il matrimonio religioso, essi lo sfidano e lo provocano ad essere all'altezza della sua bontà e rivendicata superiorità. È come se essi così provocassero i credenti: "Se, come voi dite, il matrimonio indissolubile e monogamico è la pienezza dell'amore e della felicità, allora mostrateci cori il vostro matrimonio che realmente è così. Se oggettivamente farete fiorire in esso più tenerezza e gioia, noi non potremmo non riconoscerlo e lasciarci da esso contagiare e ispirare".

     

    Evangelizzare l'eros

    Evangelizzare l'eros vuol dire annunciarvi e introdurvi dentro l'euaggelion: la buona parola o notizia dell'amore dì Dio. La ragione per la quale l'eros non va giudicato ma accettato - accettato nella sua ambiguità e complessità - è per pronunciare al suo interno una parola inedita ed altra che viene dall'alto e, per questo, è parola rivelata: che Dio ama l'uomo di un amore straordinario e che nel mistero di questo Amore l'utopia dell'amore umano - che tutte le letterature cantano come la forza motrice della storia e del reale - non è sogno, conato o illusione ma realtà che da non luogo può farsi veramente luogo. La ragione dell'accettazione pregiudiziale dell'eros non è quindi di ordine tattico: per non schierarsi e non assumersi la responsabilità delle proprie scelte; né di ordine ideologico: per sottomissione al relativismo e all'assenza di un'antropologia forte con cui leggere e interpretare la sessualità umana; ma di ordine teologico: per fedeltà alla legge dell'incarnazione e dello scambio (il mirabile 'commercium' di cui parlano i padri della chiesa!), secondo cui Dio si cala e chiama a calarsi nel profondo delle situazioni umane e degli stessi inferi assumendosene il negativo per portarvi, in cambio, il positivo.

    L'amore gratuito

    Evangelizzare l'eros vuol dire calarvi dentro l'amore straordinario di Dio come amore gratuito. Quando si parla dell'amore di Dio bisogna avere l'avvertenza di non intenderlo secondo le accezioni che fioriscono nell'ambito dello psichismo, delle filosofie o delle ideologie, ma nel senso biblico di amore che è evento ed irruzione che scende dall'alto e trascende l'ordine del vissuto e delle tematizzazioni che ne sono l'interpretazione. Per il racconto biblico l'amore di Dio è il rivelarsi di un amore altro dall'amore umano, che dell'amore umano è messa in discussione e crisi, ma se accolto, per l'amore umano, è stupore, meraviglia e compito. I tratti di questo amore divino altro dall'amore umano - che per questo la Bibbia chiama con il termine di agape e non di eros - sono due: la sua incondizionatezza e il suo essere senza ritorno.

    Incondizionato è quell'amore che, nel suo andare all'altro, abolisce il 'sé' e il 'perché'; amore pertanto 'irrazionale', 'immorale' o 'pregiudiziale' nel senso che la ragione che lo sottende e lo motiva non è il valore che nell'altro si cela e traspare (simpatia, intelligenza bellezza, bontà, santità o altro) e dal quale l'io è attratto e al quale tende irresistibilmente, secondo la linea interpretativa dell'amore divenuta egemone in Occidente con la pagina immortale del Simposio di Platone, ma la libertà dell'io che, in quanto libertà buona e volontà di bene, istituisce un amore di alterità e non più di identità.

    Senza ritorno invece è quell'amore in cui l'altro è amato per sé e in sé e non come momento interno alla propria realizzazione. Amore senza ritorno perché l'io, amando l'altro, lungi dal realizzarsi attraverso l'altro, è chiamato a fargli spazio mettendosi da parte, ritirandosi, autolimitandosi e svuotandosi. Amore, questo, 'kenotico', secondo la terminologia paolina che non nega la realizzazione dell'io e della sua felicità ma la fa passare attraverso la sua morte, secondo la logica paradossale per la quale "chi vuole la propria anima la perderà mentre chi accetta di perderla la troverà" (cf. Mt 16,25) e "chi ama la propria anima la disperderà mentre chi decide di odiarla la salverà" (cf. Gv 12,25ss).

    L'amore recettivo

    Annunciare l'amore di Dio vuol dire innanzitutto annunciare l'amore di Dio recettivo. La prima parola di Dio all'uomo - e delle Scritture in cui essa prende corpo narrativamente - non riguarda ciò che l'uomo deve fare ma ciò che all'uomo è fatto. E ciò che all'uomo è fatto è un fatto di 'grazia': l'essere introdotto in uno spazio che è evento e relazione di amore come 'grazia', dove tutto è dato all'io gratis, anteriormente e indipendentemente dalla sua risposta, dalla sua morale, dai suoi meriti e dalla sua stessa bontà o santità. La 'gratia Dei' - che la 'gratia Christi' richiama e reinstaura - è questo spazio dove l'uomo è accolto ed amato dall'Alterità divina - il suo Tu unico e singolare - che se ne prende cura incondizionatamente e teneramente.

    Evangelizzare l'eros è dischiudere all'amore umano - a qualsiasi forma di amore umano - la possibilità di questo spazio della gratuità o della grazia, dove l'io si sa accolto e amato incondizionatamente. E annunciare ad un uomo e ad una donna che si amano - o che cercano di amarsi provando e riprovando sinceramente e umilmente - lo stupore e lo scandalo di una differenza - questa sì la vera Differenza! - che consiste nell'irruzione di un Amore che, come afferma Lutero, non ama l'uomo perché amabile ma lo rende amabile perché lo ama.

    L'amore attivo

    Evangelizzare l'eros vuol dire però soprattutto annunciarvi dentro l'amore di Dio come amore attivo: un amore che non lascia l'uomo oggetto del suo amore ma lo rende soggetto capace di amare come lui ama. La ragione per la quale Dio ama l'uomo gratuitamente, non perché amabile ma per renderlo amabile, non è perché quest'ultimo ne goda, nella passività della contemplazione e della fruizione, ma perché lo riproduca, amando con lo stesso amore con cui è amato. Questo paradosso di un Amore che si dà non per essere fruito ma imitato e dove la fruizione coincide con la sua imitazione, è così espresso da Gesù nel discorso della Montagna:

    Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti... Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,45ss).

    Se, per Gesù, il Padre celeste è Amore che ama gratuitamente e asimmetricamente ("fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti") la ragione di questo amore è perché l'uomo ami dello stesso amore: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste". La 'perfezione' alla quale Dio chiama l'uomo - il fine per il quale l'ha voluto e l'ha creato - è la perfezione dell'amore, e la perfezione dell'amore non è l'essere amati gratuitamente ma ama re gratuitamente, convertendo il desiderio del primo nella responsabilità del secondo, come vuole la regola aurea del "tutto quanto volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro' (Mt 7,12).

    Evangelizzare l'eros vuol dire che l'altro, oggetto del proprio amore, non è mai esauribile nella sua dimensione dí desiderabile e che il suo vero volto - amico, figlio o partner - splende al di là della sua desiderabilità e che, alterità assoluta, inoggettivabile e inassumibile, si erge di fronte all'io come 'enigma' sfuggendo alla sua presa e invocando da lui amore, compassione e perdono. Evangelizzare l'eros vuol dire annunciare un al di là dell'eros che dell'eros non è la negazione ma la linfa e la radice: l'al di là della tenerezza e dell'amore incondizionato e senza ritorno, capace di amare l'altro nella sua alterità e al di là della sua stessa amabilità. In ogni eros si cela e si annuncia l'amore come amore incondizionato e senza ritorno: l'appello all'io ad uscire da se stesso e di mettere da parte 'i suoi diritti' per amare l'altro disinteressatamente e gratuitamente come Dio. L'aldilà dell'eros è questo sguardo di alterità con cui l'io ama l'altro come Dio, gratuitamente e senza fare della reciprocità e dello scambio il principio della relazione e dell'amore. Evangelizzare l'eros è annunciare che esso fiorisce sull'asimmetria che dell'amore non è la negazione ma la radice.

     

    Risignificare l'eros

    ie 'evangelizzare' è leggere l'umano alla luce dell'amore gratuito di Dio, ne consegue che l'evangelizzazione dell'eros coincide con la sua ri-significazione. Che significa: il suo rivestirsi di un nuovo significato e, contemporaneamente, di un nuovo linguaggio - cioè di nuovi significanti - per veicolarne il nuovo significato. Il termine privilegiato con il quale la letteratura neo- testamentaria ha espresso la potenza di questa risignificazione è agape: termine dalle altezze vertiginose, perché annuncia un amore elevato ad un amore come quello divino; ma termine paradossalmente privato della sua potenza semantica originaria, perché la tradizione cristiana - soprattutto cattolica - l'ha 'de-nucleizzata', svuotandola della sua sovversiva novità per ricondurla all'eros, anche se ad un eros più sublime e spirituale. Risignificare l'eros, oggi soprattutto, deve significare ritrovare la potenza del linguaggio dell'agape di cui Paolo nella lettera ai Corinzi tesse la lode incommensurabile e mostrare come, dalla sua prospettiva, può essere riletto e vissuto l'amore umano e realizzata l'utopia che esso custodisce.

    In concreto risignificare l'eros alla luce dell'agape significa soprattutto tre cose.

    Viviamo in un contesto culturale che tende ad identificare l'umano con lo spontaneo e a fare dell'eros o desiderio il luogo per eccellenza dell'umano dove, al di là della durezza del reale - il principio realtà come lo chiamava Freud - l'io trova il suo vero spazio

    di felicità per realizzarsi. È stato soprattutto H. Marcuse che, con il suo libro Eros e civiltà (Einaudi, Torino 1964) ha dato voce a questa istanza, capovolgendo la tesi freudiana, per la quale la 'civiltà' è negazione della felicità dell'io perché ne limita la forza istintuale e le pretese narcisistiche e ipotizzando l'esistenza di una nuova società o civiltà la quale, invece che limitazione e repressione dell'io, ne fosse l'espressione piena. Se relativizzare l'eros e non assolutizzarlo né demonizzarlo, come si è già detto, più propriamente ciò vuol dire essere consapevoli che non è ad esso che si può attingere il senso, essendo esso stesso bisognoso li senso. Ha scritto Tom Wright, uno dei più grandi esegeti viventi della lettera ai Romani:

    'La chiesa ha tentato fin troppe volte di parlare di sessualità ma lo ha fatto in due modi fuorvianti. C'era un antico dualismo che vedeva la sessualità non come uno dei grandi doni di Dio all'umanità e di conseguenza doveva essere ignorata, denigrata o repressa. Talvolta Paolo è accusato di simpatizzare con questo punto di vista, ma questa è una deplorevole calunnia. La maggior parte dei cristiani che pensa è ben consapevole del problema del dualismo e del danno che procura. Sfortunatamente questa consapevolezza ha portato un gran numero di essi a capitolare senza condizioni ad Afrodite, sotto l'impressione che qualsiasi altra cosa sarebbe negazione o repressione di questo istinto dato da Dio. La paura del dualismo conduce a un semi- o cripto paganesimo nel quale qualsiasi cosa Afrodite domandi, o anche solo suggerisca, dev'essere immediatamente eseguita e sicuramente la si deve porre come una questione di diritti umani fondamentali (Tom Wright, Che cosa ha veramente detto Paolo, Claudiana, Torino 1999, pp. 184-85; corsivo mio).

    Relativizzare l'eros - cioè evangelizzarlo - è portarvi dentro la coscienza che, se esso si assolutizza, si perverte in 'idolo' e, come ogni idolo, non dona ciò che promette, ma si erge a potere dispotico che asservisce:

    Se Gesù è il Signore del mondo, non lo è Afrodite, la dea pagana dell'amore erotico. Paolo si è confrontato con questa dea sulle strade di ogni città pagana che ha visitato, proprio come avverrebbe se egli potesse venire nel mondo di oggi. II potere di Afrodite, che stringe tra i suoi artigli di ferro milioni di persone, che promette il piacere e dona confusione e miseria, dev'essere sfidato nel nome di Gesù (ivi, p. 184).

    La rifondazione

    'Relativizzare' l'eros non vuol dire negarne la bellezza, dichiararne l'inconsistenza o ridurne l'importanza ma situarlo in quella prospettiva - la prospettiva dell'amore creatore he è amore gratuito che eleva l'uomo all'altezza del suo stesso amore - dove, mostrandosi nella sua verità, può davvero offrire ciò che promette: l'incontro con l'altro, la comunione e la felicità. A proposito della visione paolina della sessualità, sempre Tom Wright ha scritto:

    L'evangelo di Paolo rinuncia sia al dualismo sia al paganesimo. Invita con forza le persone ad obbedire al vero re [il 'Signore Gesù morto e risorto'] e a riscoprire attraverso il processo, sovente doloroso, della morte e della resurrezione, quello che è l'amore autentico, che si dona spontaneamente (ivi, p. 185, corsivo mio).

    Autentico (parola magica della modernità e soprattutto della postmodernità) è quell'amore che veramente conduce l'io fuori da sé e lo porta all'altro non per impossessarsene e colmarsene, come ci si impossessa di un oggetto e si colma un vuoto o un bisogno, bensì per accoglierlo e ospitarlo, lasciandosi sorprendere dalla sua presenza e invitandolo alla propria mensa come fa Abramo con gli stranieri misteriosi che passano accanto alla sua tenda (cf. Gen 18).

    Questa forma di amore, se all'apparenza nega l'io, sottraendogli la pretesa di fare dell'eros la parola ultima dell'umano, in realtà ne costituisce la realizzazione autentica in quanto lo eleva dall'ordine della soddisfazione, dove l'io è per-sé, all'ordine della bontà o responsabilità, dove l'io è per-l'altro (cf. il mio Responsabilità. L'io-per-l'altro, Ed. Lavoro - Ed. Esperienze, Roma 1999). La bontà - amore di alterità, responsabilità o agape e che, a seconda delle situazioni assume il volto della tenerezza, della misericordia o del perdono - decreta la morte dell'io non per proclamarne la fine ma per denunciarne l'egoismo in cui è rinchiuso come il carcerato nella prigione e annunciargli una risurrezione come liberazione. La bontà o amore di alterità, lungi dal contraddire l'amore di desiderio ne costituisce l'inveramento. Se è infatti vero che nella logica del desiderio si vuole essere amati per sempre e definitivamente e che in ogni innamoramento si iscrive una promessa che ha il sapore dell'eterno che dice implicitamente 'solo per te' e 'ti amerò per sempre', è ancora più vero che tale pienezza di desiderio non è realizzata dal desiderio ma dalla bontà.

    Risignificare l'eros vuol dire tornare a coniugare, come fa la Bibbia, la potenza dell'eros con la onnipotenza della bontà o agape, radicando la prima sulla seconda e lasciando intravedere, al fondo dell'eros - anche dell'eros più ambiguo o pervertito - l'appello alla bontà che cela e custodisce e che in ogni istante può essere (ri)udito e acconsentito. In una società secolarizzata, qui dovrebbe essere individuata la funzione specifica del matrimonio cristiano: 'modello' mostrativo o paradigma che, come 'lucerna sopra il moggio', illumina o, come il sale nella pasta, dà sapore; modello `mostrativo' che non vuole dimostrare ma mostrare che in ogni amore si cela l'appello all'incondizionatezza e all'assolutezza e che la fedeltà coniugale e l'indissolubilità matrimoniale lungi dall'essere la tomba dell'amore, come vuole il detto popolare, possono e devono esserne la suprema realizzazione. Il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto:

    L'amore che l'uomo riversa sulla propria donna, sui figli, sugli amici, su tutto il suo prossimo acquista senso e valore definitivi se la donna, i figli, gli amici e il prossimo sono amati in Dio. Il legame affettivo anziché sminuirsi è riscattato da ogni egoismo e dilatato fino a comprendere anch'esso 'e cielo e terra' (”Paradiso. Se l'uomo guarda il volto di Dio", in «La Repubblica» 9.9.2000, p. 51).

    Nell'epoca della secolarizzazione e del divenire della chiesa minoranza, compito del pastore d'anime e delle comunità cristiane non è quello di proclamare anatemi o innalzare steccati bensì di mostrare, con la testimonianza e con la parola, che 'amarsi in Dio' e sposarsi nel suo nome non sono una diminuzione dell'amore ma, come vuole Martini, una sua dilatazione.

    La 'de-ideologizzazione'

    H è già accennato al fatto che, come ogni altra realtà umana, anche l'eros è segnato da una fondamentale ambiguità e che evangelizzare eros, leggendolo alla luce del racconto biblico dell'amore di Dio che ama gratuitamente e chiama ad amare gratuitamente, è sottrarlo a questa fondamentale ambiguità per riconsegnarlo alla sua finitezza e alla sua verità. 'De-ideologizzare' l'eros vuol dire esercitare nei suoi confronti una funzione critica che lo sottragga alla tentazione di farsi logica totalizzante. Se oggi c'è qualcosa che minaccia le nuove generazioni e il futuro della convivenza umana, questo è da individuare, come da più parti viene denunciato, proprio nell'imperialismo del desiderio.

    Alcuni anni fa uscito in Francia il libro di Michel Houellebecq (in italiano: Le particelle elementari, Bompiani) che racconta la storia di due fratelli alle prese con i misteri e le miserie della sessualità, sullo sfondo di un secolo dominato dall'incomunicabilità, dalla solitudine e dall'infelicità, e che ha suscitato in Francia una valanga di polemiche per aver messo a nudo il vero volto di ciò che con troppa disinvoltura viene sbandierato come liberalizzazione sessuale. Rimproverato dai critici per la presenza, nei romanzo, di troppe scene erotiche, in una intervista rilasciata a Fabio Gambaro in «La Repubblica», l'autore ha affermato:

    È un'accusa fuori luogo, perché nel mio romanzo vi è molto meno sesso che in tanti libri in circolazione che non fanno assolutamente scandalo. Il mio peccato, invece, è quello di aver descritto scene sessuali poco soddisfacenti per i partner, e questo ha prodotto reazioni molto violente nel pubblico perché di solito le scene erotiche sono sempre positive, tutti godono e sono contenti: nel mio libro invece c'è spesso un malessere evidente legato alla sessualità, che per altro io descrivo freddamente, senza partecipazione e senza passione. Tutto ciò ha sconcertato i lettori, dimostrando che nell'ambito della sessualità il realismo non è permesso. Mi trovo dunque in una situazione paradossale, perché da un lato vengo accusato di essere un pornografo, mentre dall'altro - siccome mostro in luce negativa la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta - sono considerato un puritano moralista. Personalmente non sono né a favore né contro la sessualità, volevo solo essere realista, volevo che il sesso occupasse nel romanzo la stessa posizione che occupa nella vita, né più né meno, mostrando che a volte funziona e a volte no («La Repubblica 17.6.1999, p. 39).

    II romanzo di Michel Houellebecq ha avuto il merito di avere 'smascherato' l'eros, introducendo nelle sue stanze segrete e descrivendo ciò che in esse accade, quando esso depone le sue maschere:

    Il libro - sempre secondo le parole dell'autore nell'intervista sopracitata - racconta soprattutto la crisi della coppia e della famiglia, mostra che le possibilità d'intesa tra i due sessi si stanno riducendo sempre di più. Ciò dipende in gran parte dalle condizioni socioeconomiche della nostra società, dall'individualismo dilagante e dal fatto che è sempre più difficile gestire i propri desideri (ivi).

    De-ideologizzare l'eros vuol dire soprattutto 'deinnocentizzarlo', abbandonando l'illusione che esso, per principio, sia in grado di promuovere la crescita dell'umano e recuperando la saggezza delle grandi tradizioni (si pensi ad esempio alla pedagogia cristiana, al realismo freudiano e al buddismo) che nel desiderio vedono in opera anche un principio di violenza. Sempre Michel Houellebecq, nella stessa intervista, ha precisato:

    Il desiderio esiste solo se inappagato, quindi per definizione è fonte di problemi e di sofferenze. Il desiderio però non è una forza naturale elementare, è un prodotto sociale. Senza il desiderio, la società liberale non funzionerebbe. Ma la società dei consumi alimenta di continuo il desiderio lasciandolo spesso inappagato: così più si desidera e più si è frustrati. Da qui anche l'aumento della crudeltà: l'incapacità di appagare i desideri produce infatti sovraeccitazione nervosa che si traduce in violenza e crudeltà. Ecco perché sono molto critico nei confronti della società liberale e della liberalizzazione dei desideri, perché in fin dei conti ha prodotto innumerevoli sofferenze (ivi).

    Appunto perché nel desiderio opera anche la violenza e il misconoscimento dell'altro, la sessualità umana', ha scritto il grande antropologo francese R. Girard, 'provoca innumerevoli liti, gelosie, rancori e lotte: è un'occasione permanente di disordine, anche nelle comunità più armoniose' (La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980, p. 58)1.

    Evangelizzare l'eros, ponendo a suo fondamento l'amore gratuito di Dio che si offre all'uomo come paradigma, è liberare la sessualità e le relazioni umane dalla violenza che le minaccia e aprire in esse uno spazio dove, 'da occasione permanente di disordine', possono essere vissute realmente come vero incontro con l'altro e felicità per l'io.

     

    Conclusione

    Evangelizzare un uomo è dirgli: anche tu sei amato da Dio nel Signore Gesù. E non soltanto dirglielo, ma pensarlo realmente. E non soltanto pensarlo, ma comportarsi con quest'uomo in modo che senta e scopra che in lui c'è qualcosa di salvato, qualcosa di più grande e di più nobile di quello che pensava, e si risvegli così ad una nuova coscienza di sé. Questo vuol dire annunciargli la Buona Novella. E non lo puoi fare se non offrendogli la tua amicizia. Un'amicizia vera, disinteressata, senza riserve, fatta di fiducia e di stima profonda (E. Leclerc, Sagesse d'un pauvre, Editions franciscaines, Paris 1984, p. 150).

    In questo bellissimo testo di Éloi Leclerc è ridetto splendidamente, e più efficacemente di quanto si sia potuto fare in queste pagine, ciò che dovrebbe significare oggi, per il pastore d'anime, evangelizzare l'eros, sia a livello intraecclesiale che extraecclesiale.

    A livello intraecclesiale, per un uomo e per una donna sposarsi in chiesa e vivere il proprio amore nell'amore di Dio e del Crocifisso Risorto vuol dire impegnarsi a dire l'uno all'altro: 'anche tu sei amato da Dio nel Signore Gesù'. E non soltanto dirglielo, ma pensarlo realmente. E non soltanto pensarlo, ma comportarsi in modo che il partner senta e scopra nell'altro che in lui c'è qualcosa di salvato, qualcosa di più grande e di più nobile di quello che pensava, e si risvegli così ad una nuova coscienza di sé. Questo vuol dire annunciargli la Buona Novella. Una 'buona novella' il cui linguaggio primo non è la parola ma l'amore stesso: un amore incondizionato, senza ritorno, fedele e gratuito, che si ispira allo stesso amore di Dio che ogni mattina fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Evangelizzarsi, per i partners coniugali, vuol dire farsi dono, ogni giorno, di questo amore disinteressato, senza riserve, fedele e tenero, fatto di fiducia e di stima profonda.

    A livello extraecclesiale evangelizzare l'eros e la realtà delle convivenze coniugali di fatto, vuol dire far sentire, a quanti vivono il loro amore con modalità diverse da quelle ecclesiali, che anche loro sono amati da Dio. E non soltanto dirglielo, ma pensarlo realmente. E non soltanto pensarlo, ma comportarsi con essi in modo che ognuno di essi senta e scopra che in lui c'è qualcosa di salvato, qualcosa di più grande e di più nobile di quello che pensava, e si risvegli così ad una nuova coscienza d i sé. Questo vuol dire annunciargli la Buona Novella. Ma anche qui - o forse soprattutto qui - il linguaggio primo con cui annunciare cesta 'buona novella' non è né può essere la parola ma la testimonianza, intesa come offerta di una relazione d'amore e di "un'amicizia ? era, disinteressata, senza riserve, fatta di fiducia e di stima profonda".

    L'unico modo per evangelizzare l'eros e le realtà delle convivenze coniugali è di superare il clima di diffidenza, di esclusione e di emarginazione nei confronti di tutti coloro le, all'interno della comunità cristiana, si vivono o sono vissuti come 'rifiutati' e 'irregolari' e riscoprire lo scandalo di un evangelo che non conosce 'rifiutati' e 'irregolari' e che infrange ed abolisce tutti i codici della 'separatezza', annunciando la gratuità di un Dio che non esclude ed emargina e che chiama l'uomo - ogni uomo - a fare altrettanto.

    1 Nell'edizione italiana che raccoglie i suoi tre saggi apparsi separatamente alcuni anni fa, presentando lo scopo dei due primi dedicati a Lo straniero di Camus e all'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, l'autore precisa: 'Proprio come Lo straniero, l'Anti-Edipo perpetua in forma esagerata, caricaturale, la vecchia illusione romantica e libertaria di un desiderio necessariamente buono, pacifico, liberatorio, che procurerebbe infallibilmente agli esseri umani la felicità se non ci fosse, ad ostacolarlo, una cospirazione universale delle persone che contano, unicamente preoccupate di perpetuare la tradizione repressiva dell'Occidente ebraico-cristiano' (R. Guard, Il risentimento. Lo scacco del desiderio nell'uomo contemporaneo, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, p. VIII).