Sinodo dei vescovi:
il legame indissolubile
tra famiglia e Chiesa
Andrea Bozzolo

Si è conclusa da pochi giorni la XIV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, convocata da Papa Francesco per affrontare il tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. È stato un evento che ha avuto una grande risonanza non solo all'interno della comunità ecclesiale, ma anche sui mezzi di comunicazione, che ne hanno proposto diverse chiavi di lettura, fornendo utili approfondimenti e confronti, ma anche qualche interpretazione distorta o parziale.
È necessario ora passare dalla cronaca dei fatti a una valutazione più distesa e ponderata dell'evento, che consenta di andare in profondità nella sua interpretazione. Per poter maturare uno sguardo più approfondito, è necessario anzitutto non "isolare" l'esperienza di questo Sinodo, quasi con la pretesa di farne una "soglia" decisiva tra un prima e un dopo. In questo modo, infatti, si finisce per proiettare su tale presunta soglia le proprie attese e convinzioni, sperando di trovare nel documento dei vescovi elementi di conferma. L'approccio più corretto all'esperienza sinodale, invece, è quello di coglierla all'interno di un processo assai più ampio che la Chiesa sta vivendo da diversi decenni e che dovrà proseguire con decisione.
Tale processo riguarda la riscoperta del ruolo che l'alleanza coniugale tra l'uomo e la donna ha per nominare il Nome di Dio, incontrarlo nella fede, edificare la comunità ecclesiale e trasmettere di generazione in generazione l'esperienza cristiana. Rimettere la famiglia al centro dell'attenzione della Chiesa è operazione assai più impegnativa e complessa della sola ricerca di soluzioni per i casi di coscienza più difficili o le situazioni più delicate. Una rinnovata impostazione complessiva del modo in cui la Chiesa si rapporta alle famiglie è infatti la condizione fondamentale per poter leggere più in profondità le difficoltà e i problemi che gravano su di esse e trovare con paziente e serio discernimento le forme evangeliche e gli stili spirituali dell'accompagnamento. Il processo in cui il Sinodo si colloca, dunque, è più importante delle singole risposte che esso ha cercato di dare.
In tale cammino due elementi emergono con chiarezza. Il primo concerne la necessità di recuperare un cristianesimo "domestico", che abiti le nostre case e dia forma ai legami che vi si vivono: l'insistenza di papa Francesco sull'alleanza tra le generazioni, sul tesoro che i nonni possono trasmettere ai nipoti, sulla cura che bisogna avere per i più deboli e i più fragili va appunto in questa direzione. Egli afferma: "La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell'atmosfera di sapienza degli affetti. La loro 'grammatica' si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti" (Catechesi del 2 settembre 2015). 0 la fede prende nuovamente corpo in quella rete di relazioni che ha nel patto nuziale tra uomo e donna il suo snodo essenziale, oppure essa tende a declinarsi puramente come idea, ispirazione, messaggio, ma non come accoglienza della vita divina che si dona "circolando" in mezzo a noi.
Il secondo elemento, speculare al primo, consiste nell'esigenza che la comunità ecclesiale inviti in modo sempre più coraggioso e attraente le famiglie ad uscire dall'isolamento verso cui le spinge la cultura individualistica in cui siamo immersi, aiutandole ad aprirsi all'esperienza della condivisione, dell'accoglienza, della comunità. L'espressione ricorrente per cui la Chiesa è "famiglia di famiglie" deve diventare sempre più realtà, traducendosi in una rete reale di legami che sostengono i singoli nuclei familiari, li aiutano nell'educazione dei figli, nel custodire il senso cristiano del lavoro e della festa, nell'attraversare le difficoltà della vita e nel condividere la gioia della fede.
Quando dunque il documento finale del Sinodo afferma al n 52: "La Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene, per la Chiesa" non usa semplicemente una formula ad effetto, ma raccoglie in una sintesi pregnante il nucleo di questo duplice movimento. Comprenderne bene le articolazioni e tradurlo in chiare scelte pastorali è l'opera che ci attende. Le ricadute non mancano e sono decisive. Pensiamo ad esempio che cosa significhi il legame Chiesa-famiglia per i cammini di preparazione al matrimonio, che nell'immaginario collettivo continuano ad apparire come l'offerta che un'agenzia religiosa offre a delle coppie che per lo più vivono in modo assai "privato" l'itinerario che conduce al matrimonio. Perché la comunità cristiana sia realmente il "grembo" delle famiglie che nascono dal sacramento del matrimonio, e non solo il contesto entro cui si frequenta un corso di preparazione, è necessaria una conversione pastorale che implica non poca riflessione, creatività e sforzo generoso. Quanto più tale legame Chiesa-famiglia viene recuperato in modo effettivo, e non solo nominale, all'origine del patto coniugale, tanto più si apriranno gli spazi per venire incontro alle coppie che nel corso del cammino conoscono la fatica e il fallimento. Diverrà così possibile, come propone il documento, "discernere" le situazioni e "integrare" coloro che hanno sperimentato il fallimento del primo matrimonio e dato origine a una nuova unione civile, senza che questo generi confusione e scandalo, e senza chiudersi in posizioni rigide che non accettano di assumersi la fatica e la responsabilità di accompagnare.
Il nesso tra famiglia e Chiesa mi pare dunque la miglior chiave di lettura di questo Sinodo. In questa direzione esso ha dato nuovi impulsi e incoraggiato nuovi stili. Spetta al Papa, ora, offrire indicazioni per la sua attuazione e ciò avverrà, secondo le comunicazioni che sono state date, attraverso una esortazione apostolica post-sinodale. Il cammino di riflessione pastorale della Chiesa dunque continua. Perché il suo sviluppo vada alla radice delle questioni, probabilmente, è necessario arrivare a discutere alcune questioni, che un Sinodo può segnalare ma che implicano dei lavori che eccedono le sue possibilità. Il circolo minore di lingua tedesca ne ha formulato alcune con chiarezza, affermando che "nell'elaborazione teologica ci sono tensioni tra l'approccio dogmatico, teologico morale e canonistico, che nella pratica pastorale possono portare a difficoltà. Così l'assioma 'ogni contratto matrimoniale tra cristiani è di per sé un sacramento' deve essere rivisto. In società cristiane non più omogenee o in Paesi con impronte culturali e religiose differenti, non si può presupporre una comprensione cristiana del matrimonio nemmeno tra i cattolici. Un cattolico senza fede in Dio e nella sua manifestazione in Gesù Cristo non può contrarre automaticamente un matrimonio sacramentale contro, o addirittura senza, la sua consapevolezza e la sua volontà. Manca l'intenzione di volere, con questo atto, almeno ciò che la Chiesa intende con esso".
Su questo e altri temi il processo pastorale, che ha avuto nel Sinodo una sua tappa importante, dovrà dunque continuare, per offrire un sicuro orientamento ecclesiale di fronte alle sfide di una cultura affettiva in rapido cambiamento. Non si tratta solo di un percorso di ricerca teorica o di un insieme di iniziative da attuare; quello che ci attende è un vero itinerario di "conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno" (EG 25; Relatio Synodi 56).

