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    Clausura:

    spazio di libertà

    clausura
    Ci sono argomenti che talvolta si escludono a priori perché considerati ormai superati, fuori luogo. Tra questi ad esempio la clausura! Non mancano, a tal proposito, perplessità anche tra quanti condividono la stessa vita consacrata. Bisogna riconoscere che il dibattito rimane aperto, cosa buona se serve a ritrovare la motivazione di una tale forma di vita che da secoli caratterizza ormai la vita contemplativa.
    Noi stesse riscontriamo quotidianamente fra le persone e anche fra i sacerdoti che ci frequentano o vengono a contatto con noi occasionalmente un misto di ammirazione e di perplessità, di stupore e di paura, di curiosità e di scetticismo. Percepiamo spesso una domanda, il più delle volte inespressa: ha senso parlare di clausura e fare una scelta di vita in tale direzione?
    Nella nostra epoca di dominio scientifico, di scoperte di spazi infinitamente piccoli o infinitamente grandi, l'uomo è diventato prigioniero di se stesso, delle sue frenetiche conquiste, alla ricerca del mistero che c'è nella realtà e in cui in ultima istanza rimane catturato.
    Ma che è cosa può offrire la realtà senza Dio? Cosa rende libero il cuore dell'uomo nella relazione con il reale? Può la "clausura" in questo contesto storico, culturale, scientifico diventare spazio di libertà?
    Domande che io stessa mi sono posta e a cui ho potuto rispondere dopo essere entrata nello "spazio" che Dio aveva preparato per me. Ormai ho vissuto vent'anni al Carmelo, spazio della mia libertà!
    Avevo tutto - come ho raccontato fin dalle prime pagine - tanti cari amici, la possibilità di esprimere la mia giovinezza, ma mi mancava il Tutto che scavava continuamente nel mio cuore il bisogno di felicità vera, eterna. Ho trovato il Carmelo; anzi, sono stata attirata! Pian piano ho scoperto che nel progetto di santa Teresa í suoi Carmeli dovevano essere un "angolino di Dio", giardino chiuso in cui Creatore e creatura possono tornare a passeggiare insieme e godere della Amistad (Amicizia) che fin da principio ha visto Dio amico dell'uomo. Che meraviglia!
    Quando si è chiamate per entrare al Carmelo (che in ebraico vuol dire «giardino»), le grate non si vedono, non fanno paura, e non segnano una separazione. La clausura non è chiusura!
    Anzi, è il segno di qualcosa di più profondo, è il rimando ad un luogo, la propria interiorità, in cui si è convocati per essere protagonisti di un Incontro straordinario, l'Incontro vero della vita che libera da se stessi e lancia il cuore nell'avventura sconfinata che è la relazione d'Amore con l'umanità di Cristo, autore della nostra liberazione. Siamo chiamati ad uscire dal non senso per entrare nella pienezza della vita.
    Il cammino di perfezione o di liberazione che ognuna di noi intraprende è il servizio reso alla Chiesa, dando importanza alle piccole cose della vita quotidiana. In questo lavoro personale c'è anche tanta fatica, impegno, solitudine, dedizione assoluta per arrivare «nel più profondo centro» dove zampilla come acqua sorgiva la Verità che dà senso alla realtà intera e a me stessa. Il vuoto viene riempito di luce!
    Libertà, Verità non possono avere che una conseguenza: la Carità.
    Santa Teresa di Gesù Bambino lo scoprì pienamente quando si pose alla ricerca della propria vocazione più autentica, arrivando a scrivere nel Manoscritto B: «...io sarò l'Amore; così sarò tutto». Si tratta di un'affermazione coraggiosa e forte che lei stessa maturò attraverso esperienze molto dolorose e penetrando dentro tutti i fatti che viveva o che sentiva accadere in quel mondo francese di fine '800 ricco di scoperte interessanti.
    In quell'affermazione ha espresso il valore più profondo della missione, che non consiste tanto nel fare quanto nell'essere riflesso dell'Amore che Gesù ha portato all'estremo con il dono di sé sulla Croce.
    Dallo spazio limitato ma non limitante del monastero di Lisieux la piccola Teresa è stata riconosciuta patrona delle missioni e Dottore della Chiesa per la sua dottrina universale.
    Anche per me è stato sorprendente scoprire che, dopo tanto fare fine a se stesso, è solo l'Amore che ci rende missionari ovunque siamo. Ogni giorno vissuto nel monastero è una sfida perché offre la possibilità di essere riflesso della Carità di Cristo nell'incontro con i volti delle sorelle, nello spazio che insieme si condivide per vocazione.
    Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono ad ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero. Anche questo modo di vivere permette di esercitare la propria libertà e di lasciar esprimere quella della sorella.
    La preghiera, che è il centro della nostra vita contemplativa, tanto nella sua espressione liturgica quanto in quella personale (sole con il Solo), diventa tempo che si consuma per Dio nello spazio consacrato a Lui, non la monotonia di formule imparate a memoria, ma canto in rendimento di grazie, effuso da cuori liberi che hanno sperimentato come nella propria vita «solo Dio basta».
    Sappiamo che questo genere di vita porta al nascondimento, così come le radici di un albero che affondano nel terreno oscuro; più esse sono profonde, più l'albero è forte e sicuro, generoso nel produrre i suoi frutti.
    Per molti (a volte anche per me stessa) è difficile accettare che sia così: delle donne scelgono liberamente e responsabilmente di vivere in un modo inutile, non produttivo dal punto vista sociale, lontano e fuori dal mondo. Non credo che servano molte spiegazioni verbali, ma la testimonianza di un volto pacificato da ciò che contempla può dar ragione della nostra vita che invece per i semplici è tanto desiderabile come "spazio" in cui davvero ci si sente amati con totalità, accolti ognuno nella propria situazione di vita. Tutto si riconcilia perché trova il termine di paragone nel cuore di Dio Padre.
    Quasi ogni giorno, quando rientro nella solitudine della mia celletta, ripenso a un'icona biblica che trovo bellissima: la casa di Betania. Gesù, alle mormorazioni di Marta riguardo la sorella che si era posta ai piedi del singolare ospite invece di aiutarla a servire, dice: «di una cosa sola c'è bisogno; Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42).
    Sono cosciente che questa scelta per l'Unico necessario deve essere totale e radicale, rinnovata ogni giorno, nella libertà, dentro le piccole o grandi scelte del quotidiano.
    Il segno della clausura, come mezzo e non come fine, mi educa a custodire nel cuore le cose più vere della vita e anche quanto viene consegnato nei nostri parlatori, perché nella preghiera sia presentato al Signore.
    E, tra alti e bassi, tra cadute e risalite, continuamente proiettata a nuove scoperte inaspettate, mi sento ogni giorno più felice e ribadisco a me stessa e agli uomini e alle donne del mio tempo che parlare di vita contemplativa ha senso, perché «quanti sono consacrati alla vita contemplativa della clausura occupano un posto eminente nel Corpo mistico di Cristo, offrono a Dio un eccelso sacrificio di lode, arricchiscono il popolo di Dio con frutti preziosi di santità, lo incoraggiano con l'esempio, lo estendono con una misteriosa fecondità apostolica» (Costituzioni delle Carmelitane Scalze, n. 106).

    Una carmelitana, Il povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Ed. OCD, pp. 87-90)



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