Elia, il profeta del fuoco,
testimone del Dio unico
Bruno Forte
1. L’immagine ideale di Elia. Elia è il profeta del fuoco, ardente di amore per il Dio unico, testimone di Dio anche nel tempo dell’apparente sconfitta di Dio: proprio così ha una grande importanza tanto nella tradizione d’Israele, quanto nel Nuovo Testamento, dove con Abramo, Mosé e Davide è uno dei quattro personaggi della storia ebraica più richiamati. È così presentato in Siracide 48,1: “Allora sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola...”. È il profeta che dice pochissime parole, arde come il fuoco, perché con la parola della sua fede fa scendere dal cielo il fuoco che divorerà il sacrificio preparato per il Signore sul monte Carmelo, e in un carro di fuoco è assunto in cielo. È ricordato con nostalgia e atteso con amore: “Fosti assunto in un turbine di fuoco su un carro di cavalli di fuoco, designato a rimproverare i tempi futuri per placare l'ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe” (Sir 49,9s). In quanto esperto di comunicazione rapida con il cielo - data la sua assunzione in un carro di fuoco (secondo i Maestri d’Israele percorre l’intera distanza in quattro balzi, quattro come sono i punti cardinali) - nella tradizione mistica della Kabbala è colui cui il Signore affida il compito di portare ai mistici la rivelazione dei segreti divini. È inoltre inviato per essere invisibilmente presente alla circoncisione di ogni figlio d’Israele e renderne poi testimonianza in cielo. Perciò quando si circoncide un bambino si dispone una sedia vuota per lui: è la sedia di Elia. E nel banchetto pasquale c’è sempre un posto preparato per Elia, per assicurare la comunicazione col cielo, essere interrogati sulla purezza della fede e avvisati per tempo dell’avvento del Messia.
2. Il personaggio storico. Elia proviene da Tisbe (villaggio della Transgiordania) e svolge il suo ministero profetico nel regno del Nord ai tempi dei re Acab, Acazia e Joram nel sec. IX (fra l’874 e l’841 a.C.). Acab aveva sposato Gezabele, figlia del re di Tiro, e aveva favorito il culto idolatrico del Baal di Tiro. Elia si presenta come il gigante della fede, il testimone del Dio unico: il suo nome esprime il suo messaggio - Eli = mio Dio + Ja: il mio Dio è Jhv. È colui che dimostra con la vita che a Dio solo è dovuta fiducia e obbedienza: vive alla presenza di Dio. “Per la vita del Signore Dio d’Israele, alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1; 18,15). L’intera opera di Elia fa comprendere come la vera tentazione dell’uomo non sia l’ateismo, ma l’idolatria. Elia è libero, coraggioso e indomabile davanti ai potenti (Acab), difensore dei deboli (Nabot, la vedova di Zarepta), né ha paura del giudizio della gente: ha zelo e vive la solitudine spirituale. Nel tempo della siccità, in cui la tentazione dell’idolo rassicurante è forte, Elia ricorda a proprio rischio che l’acqua della vita viene solo da Dio e che Israele è il popolo che dipende totalmente dall’alto, da Dio: è questa la grande differenza col popolo d’Egitto, simbolo di tutti gli idolatri che confidano nelle proprie capacità e non in Dio solo: “Perché il paese di cui stai per entrare in possesso non è come il paese d'Egitto da cui siete usciti e dove gettavi il tuo seme e poi lo irrigavi con il piede, come fosse un orto di erbaggi; ma il paese che andate a prendere in possesso è un paese di monti e di valli, beve l'acqua della pioggia che viene dal cielo: paese del quale il Signore tuo Dio ha cura e sul quale si posano sempre gli occhi del Signore tuo Dio dal principio dell'anno sino alla fine” (Dt 11,10-12). La stessa geografia d’Israele ha dunque un valore teologico e getta luce sul messaggio di Elia, il paladino del monoteismo radicale e della fiducia nell’unico Dio davanti alle prove della vita e della storia.
3. La vocazione di Elia è narrata in 1 Re 17,2-6 e mostra chi egli è ed è chiamato ad essere agli occhi di Dio: “A lui fu rivolta questa parola del Signore: ‘Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo’. Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente”. “Vattene di qui”: si tratta di lasciare le certezze. “Dirigiti verso oriente”: si deve andare verso Dio. “Nasconditi”: il profeta deve stare anzitutto nel nascondimento, nutrito da Dio, in un abbandono totale al Signore. Come il Cherit, che è quasi un’oasi al fondo di un burrone desertico, Dio è l’oasi del Profeta, la sua vita, il suo tutto (come è giusto che sia per ogni cuore umano: cf. Ignazio di Lodola, Esercizi spirituali, Principio e fondamento: “L'uomo è creato per lodare, rispettare e servire Dio, nostro Signore, e con ciò salvare la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per l'uomo, per aiutarlo a conseguire il fine per il quale è stato creato. Ne consegue che l'uomo deve servirsene nella misura in cui esse rappresentano un aiuto a conseguire il fine per cui è stato creato, distaccandosene quando esse gli sono di ostacolo”.).
4. La prova della fede. Fedele a questa vocazione, nell’ora drammatica dello scontro con i falsi profeti adoratori dei Baalim, gli idoli, e distributori di effimere sicurezze, Elia non teme di rischiare tutto per proclamare che solo Dio è Dio: è l’ora del giudizio sul monte Carmelo (1 Re 18), dove la vera posta in gioco è la fede monoteistica. È l’ora della fede provata. L’idolatria rassicura, perché l’idolo è manipolabile. Dio, invece, è il Dio vivo, alla cui presenza Elia sta (1 Re 17,1), e dunque il Dio imprevedibile, libero, sovversivo, che odia i prepotenti (Acab) e predilige i poveri (la vedova, Nabot), e opera in quelli che si dimenticano di sé e amano il nascondimento e la semplicità, abbandonandosi a Lui. Dove ogni sforzo dei falsi profeti per far scendere il fuoco dal cielo sarà vano e perfino ridicolo, Elia otterrà ciò che chiede per la forza umile della sua preghiera, in cui gioca tutto, mettendo a rischio la propria vita. La vittoria che ne segue non basta però a fermare la sete idolatrica, accende anzi nuovo odio verso il Profeta del Dio unico. Acaz e Gezabele, i potenti del tempo, danno la caccia a Elia per ucciderlo ed eliminare la sua voce scomoda e inquietante per il loro potere idolatrico.
5. La seconda chiamata. Comincia allora per Elia il tempo più decisivo della sua vita, il pellegrinaggio nella notte della fede verso la teofania dell’Oreb, il monte santo (1 Re 19,1-18): il cammino di Elia verso l’Oreb è metafora del pellegrinaggio verso l’esperienza di Dio. È la “via purificativa”, scandita da sette tappe, quasi sette luci di una “menorah” che si accende progressivamente nella notte del tempo e del cuore, lasciandosi raggiungere dalla luce misteriosa e imprevedibile dell’Eterno…
a) Il punto di partenza è la debolezza di Elia, che ce lo fa sentire molto vicino nella sua umanità. Dio interviene con delicatezza nel momento della massima umiliazione di Elia. Elia va verso il deserto mosso da domande vere: il dolore di un popolo che ha conosciuto Dio e lo ha abbandonato, nonostante i segni di misericordia e di potenza; la persecuzione dei potenti, cui dà fastidio il testimone delle esigenze di Dio. È impaurito, stanco, desidera la morte: la sua sofferenza nasce dal constatare quella che gli sembra la sconfitta di Dio nel cuore del Suo popolo. La domanda su Dio, che lo spinge verso il deserto, è per lui veramente questione di vita o di morte. La disperazione lo tenta, sembra addirittura afferralo: la via che sta per aprirsi è una vera via di purificazione e di ritorno a Dio...
b) Elia va a cercare Dio non in un posto qualunque, ma nel deserto: il deserto - midbar - è luogo carico di significato. Anzitutto, nella tradizione ebraica è il luogo del dabar - la parola: il gioco di termini – midbar/dabar – è caro ai Maestri ebrei. Nel deserto si ascolta la parola (cf. Os 2,16: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore»). Esso è il luogo della memoria dell'amore: “Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata” (Ger 2,2: il primo amore fra Dio e Gerusalemme). Il deserto è però anche il luogo della prova, in cui può esprimersi la libertà dell’uomo e si sperimenta la fedeltà di Dio: “Il Signore tuo Dio ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire” (Dt 8,15-16).
c) Nel deserto Elia impara la grammatica di Dio, che gli parla in segni umilissimi: un pane per nutrire le forze nel cammino, un orcio d’acqua per dissetarsi. Sono il pane e l’acqua indicatigli dall’Angelo, segno profetico del pane di vita e dell’acqua che zampilla per la vita eterna. Sono per noi il richiamo a servirci nella ricerca dell’esperienza di Dio dei segni umilissimi dei sacramenti, in cui ci sono dati il perdono (il battesimo, la riconciliazione) e la grazia della vita sempre più piena (l’eucaristia).
d) Nel deserto Elia accetta il tempo di Dio, rinunciando ai suoi tempi: «Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb» (v. 8). Elia persevera nel cammino delle notti e dei giorni, secondo quel tempo misterioso, significato dal numero 40 (gli anni dell’esodo, i giorni del deserto di Gesù, il tempo che prepara la sua ascensione al cielo…), tempo che non sta nelle nostre mani, ma unicamente nelle mani di Dio. Gli abitatori del tempo devono affidarsi al Signore del tempo, che dall’eterno lo governa e lo guida: gli appuntamenti di Dio non sono i nostri...
e) Giunto al monte santo – che nella Bibbia è sempre luogo di rivelazione, dal Sinai, al Tabor, al Calvario - fa l’esperienza di Dio: non in segni eclatanti, ma nell’intimità con Dio, nell’ascolto profondo, di cui la caverna è antichissima metafora. La presenza di Dio è anzitutto un passaggio: «Il Signore passò» (v. 11). È il Dio vivente, non un morto oggetto, un idolo.
f) Il Signore non passa nel vento, nel terremoto, nel fuoco, simboli di forza e di violenza. Il Signore è nella «voce di un silenzio sottile» - «qol demamah daqqah». Il silenzio si ascolta coprendosi il volto in segno di adorazione e di umiltà e rispondendo alla voce che chiama, che invia. L’esistenza di Dio è provata dal Suo silenzio, dalla Sua parola, lì dove si fa esperienza di Lui: gli argomenti contrari non sono che lo spazio della “difficile libertà”, che rende degno l’assenso. Il silenzio di Dio ci purifica dalle troppe parole, ci invita alla resa perdutamente abbandonata, ci fa superare il dominio della ragione assoluta, per aprirci all’umiltà dell’ascolto, alla modestia dell’adorazione…
g) Il racconto non finisce qui: il ritorno a Dio è inizio di nuovi cammini. Elia è nuovamente inviato dal Signore, che gli garantisce un resto (v. 18) fedele nel Suo popolo, testimone della fedeltà delle promesse divine: lo sottolineerà Paolo nella Lettera ai Romani ricordando l’episodio di Elia: “Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. O non sapete forse ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari e io sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita. Cosa gli risponde però la voce divina? Mi sono riservato settemila uomini, quelli che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. Così anche al presente c'è un resto, conforme a un'elezione per grazia” (Rm 11, 2-5). Quando avrai camminato lungamente nei sentieri del silenzio e avrai ascoltato la voce dell’Amato nel Suo insondabile silenzio, Lui Ti donerà agli altri: l’incontro con Dio è la sorgente della missione.
Le domande che ci pone la storia di Elia sono decisive per intraprendere coraggiosamente il cammino della fede, della vocazione, del servizio cui siamo chiamati:
Guardo a Dio solo? Sono libero dai giudizi della gente? Libero verso i potenti? Dalla parte degli umili? Servo il Dio vivo e lui solo? Cerco di essere con l’ aiuto di Dio il testimone di Dio anche nel tempo della sconfitta di Dio? Quali sono gli idoli che mi / ci impediscono la conoscenza del Dio vivo e vero?
Cerco Dio a partire da domande vere o voglio solo servirmene? Lo cerco nel deserto o nel chiasso delle mie pretese, dei miei gusti e delle mie attese? Lo cerco negli umili segni che Lui sceglie o voglio segni volgari, risposte tranquille e sicure? Lo cerco secondo i Suoi tempi o voglio imporgli i miei? Lo riconosco al passaggio o voglio trattenerlo, catturarlo per me? Riconosco la voce del silenzio o cerco i linguaggi della forza e dell’apparenza del mondo? Toccato da Dio sono pronto a partire di nuovo per annunciarlo a tutti, dove Lui vorrà, come Lui vorrà?
(Ritiro del Clero, Chieti, 11 Maggio 2013)















































