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    La fedeltà come dono

    e come impegno

    Bruno Forte   

    “Il fiore del primo amore appassisce se non supera la prova della fedeltà”: queste parole di Søren Kierkegaard evidenziano quanto è grande e preziosa la fedeltà agli impegni dell’amore. L’alleanza con Dio è un impegno d’amore; la risposta alla vocazione al sacerdozio è un’alleanza con Lui. La fedeltà è perciò la condizione con cui sta o cade la riuscita e la bellezza di una vita sacerdotale. A volte l’infedeltà sembra promettere piaceri o soddisfazioni, che però si rivelano inesorabilmente effimeri e vuoti. Solo la fedeltà paga e col tempo dona al cuore la vera pace, quella che è già anticipo di vita eterna e premessa per dare frutti belli, che vengono solo da un albero buono nelle sue radici. Diventa allora decisiva la domanda: chi e che cosa può aiutarci a essere fedeli sempre, per sempre, nella buona e nella cattiva sorte? Quali strumenti possono sostenere la quotidiana fatica della fedeltà e trasformarla in gioiosa abitudine al bene, virtù umile e fonte di pace? Provo a rispondere a queste domande alla luce della rivelazione biblica e dell’esperienza spirituale.

    Raccolgo le mie riflessioni intorno a tre cardini: il silenzio, la Parola e l’incontro.

     Il silenzio 

    “Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora” (Ap 8,1): l’avvento di Dio è preceduto e annunziato da un solenne silenzio. Così è nella tradizione profetica, fino al compimento escatologico descritto dall’Apocalisse: “Taccia, davanti a lui, tutta la terra!... Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paran” (Ab 2,20b e 3,3). “Silenzio, alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino” (Sal 1,7). “Taccia ogni mortale davanti al Signore, perché egli si è destato dalla sua santa dimora” (Zc 2,17). Il silenzio è il grembo fecondo dell’avvento, lo scenario in cui risuona la Parola, lo spazio dell’ultimo giorno. Il silenzio è tale perché eco di un altro Silenzio, quello nel quale il mistero è stato avvolto per secoli (cf. Rm 16,25), e dal quale procede la Parola nell’eternità e nel tempo. Al Silenzio divino corrisponde un silenzio umano: mentre però il primo è la Sorgente del Verbo, il silenzio creaturale è preparazione, destinatario, ascolto in attesa di essere fecondato dalla Parola. Eppure, nell’infinita distanza, il silenzio creaturale è impronta dell’altro: anch’esso grembo, sia pur se di ciò che non produce, ma che ad esso procede dall’Altro; anch’esso aperto, sia pur se non nella sorgività feconda, ma nella recettività umile e casta; anch’esso dimora, fatta per essere abitata dall’Altro, che è il Figlio eterno, procedente dal Silenzio.

    La Parola venuta nella carne, “inscritta” nell’eterno Silenzio, rimanda alle profondità silenziose, che costituiscono la provenienza della sua venuta, nel tempo e nell’eternità. Ecco perché accoglie veramente la Parola fatta carne solo chi ascolta il Silenzio, che in essa ci raggiunge. L’autentico “ascolto” del Verbo è udire il Silenzio al di là della Parola, il Padre di cui il Figlio è rivelazione nel mistero della sua incondizionata obbedienza: “Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,44). “Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (Gv 13,20).

    “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,24). Il termine ultimo dell’accoglienza della fede è il Dio nascosto nel silenzio, resosi accessibile nell’incarnazione del Figlio. La Parola di rivelazione richiede, allora, di essere trascesa, non nel senso che possa essere eliminata o messa in parentesi, ma nel senso che essa è verità e vita proprio in quanto è via (cf. Gv 14,6), soglia che schiude sul Mistero eterno, porta per la quale è necessario passare per entrare nell’ovile delle pecore (cf. Gv 10,7), luce venuta nelle tenebre per essere la luce, in cui vedremo la luce (cf. Gv 1,9 e Sal 36,10).

    All’esodo da sé del divino Silenzio viene, dunque, a corrispondere nell’asimmetria del rapporto che c’è fra la creatura e il Creatore e per dono puro della Grazia l’esodo da sé della creatura personale, la sua apertura al Mistero che si offre attraverso la Parola e in essa, lo stupore e la meraviglia dell’adorazione del Dio rivelato nel nascondimento e nascosto nella rivelazione. È perciò che ascoltare il Silenzio è permanere nel santuario dell’adorazione, lasciandosi amare dal Dio silenzioso e attrarre a Lui attraverso l’insostituibile e necessaria mediazione del Verbo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6b). “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). Più cresce la responsabilità di un’esistenza spesa al servizio della Parola, più cresce il bisogno del silenzio, perché la Parola vi dimori e da essa si irradi. Chi accoglie la Parola ascoltando il Silenzio, lungi dal cadere nell’idolatria, vive fino in fondo lo stupore dell’adorazione e il santo timore dinanzi al Nascosto della rivelazione: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è terra santa!” (Es 3,5). “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre” (Gv 20,17). Ascoltare il Silenzio, accogliendo la Parola, significa aprirsi radicalmente all’insondabile novità di Dio, alle profondità verso cui la rivelazione schiude e indirizza.

    L’esercizio dell’ascolto della Parola nel silenzio dell’adorazione in obbedienza al Dio che parla e che tace è allora scuola permanente di fede viva, nutrita alle sorgenti eterne e rinnovata dal dono sempre nuovo della Trinità divina. Le forme concrete di questo esercizio, che alimenta la gioia della fedeltà e custodisce il dono della perseveranza sono la preghiera personale, la celebrazione quotidiana della liturgia delle ore e dell’eucaristia, un tempo di adorazione, destinato ogni giorno a entrare nel Silenzio dell’amore eterno, lasciandosi amare e trasformare dai Tre. Provo a tradurre questi aiuti concreti in domande per il discernimento: dono fedelmente, ogni giorno al Signore un tempo congruo di preghiera personale? Sono fedele alla celebrazione quotidiana e completa della liturgia delle ore, secondo il compito affidatomi dalla Chiesa e da me liberamente assunto, per sempre? È l’eucaristia quotidiana culmine e fonte di tutta la mia vita, come di quella della Chiesa? Preparo la celebrazione o ne assimilo la ricchezza con un tempo quotidiano di adorazione eucaristica? Celebro con costanza il sacramento della riconciliazione, sì da vivere tutta la mia esistenza come cammino penitenziale, aperto alla continua riforma e all’incessante rinnovamento secondo il cuore del Padre celeste? Sto volentieri “sotto il sole di Dio” per lasciarmi toccare e plasmare dall’amore del Padre, in unione a Gesù Cristo e Signore, nella forza dello Spirito Santo? 

    La Parola 

    “Il Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi nei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto i secoli” (Eb 1,1 2). La concezione biblica della rivelazione è centrata su eventi e parole intimamente connessi: l’auto-comunicazione divina si serve, perciò, di mediazioni storico concrete e suppone nel destinatario la capacità di percepire attraverso di esse il mistero che gli viene proposto. È, insomma, lo stesso destinarsi agli uomini della parola del Dio vivo che suppone un’apertura trascendentale dell’uomo ad accoglierla, comprenderla e lasciarsene trasformare, anche se il “nuovo” della rivelazione è irriducibile a ciò che l’uomo potrebbe raggiungere con le sue sole forze. L’apertura alla misteriosità dell’essere costituisce la disposizione radicale della creatura ad accogliere l’avvento della Parola: “Hai fatto il nostro cuore per Te, ed è inquieto il nostro cuore fino a che non riposi in Te” (Agostino, Confessiones, I, 1). Dio è il mistero del mondo, verso la cui trascendenza orienta la parola dei profeti nella rivelazione biblica; Lui solo è l’oltre e il nuovo, il “totalmente Altro”, verso cui muove la nostalgia delle nostre esistenze finite.

    Caratteristica dell’avvento divino è la sua carica di sorpresa e d’improgrammabilità, che offre l’accesso al Mistero proprio perché non lo riconduce agli schemi del già visto e del già posseduto. Il segno di credibilità dell’avvento viene così a identificarsi per eccellenza nel “miracolo”, specialmente nel “miracolo dei miracoli”, che è la resurrezione di Cristo, irruzione del nuovo nell’antico del mondo, epifania dell’Eterno nella fragilità del tempo. Il miracolo non “produce” la fede, ma attesta la credibilità del dono che si compie nell’atto rivelativo: il miracolo è ciò che colma di meraviglia e di stupore con la sua novità, e come tale è il segnale dell’avvento, l’indicazione che ciò che la rivelazione offre nelle coordinate di questo mondo viene da altrove ed è infinitamente più grande dell’orizzonte mondano. Al tempo stesso il miracolo rinvia all’eccedenza del “non ancora” promesso, è anticipazione del futuro dischiusosi nella rivelazione, alba della nuova creazione.

    L’esercizio fedele dell’ascolto di Dio nelle parole della Sua auto-comunicazione apre pertanto il cuore di chi lo vive alla permanente novità di vita, al miracolo della fedeltà vissuta come esperienza sempre nuova e capace di rinnovarci in profondità nell’amore ricevuto e donato. Naturalmente, questo esige l’apertura della creatura al Mistero che viene a noi. Con l’audacia della libertà ci si affida al Dio vivo, per sperimentarne le meraviglie. È allora che manifestano la loro efficacia “la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente, e dona a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità” (Concilio Vaticano II, Costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum, 5). L’uditore della Parola che non l’accolga nella verità del dono di sé, resta prigioniero del proprio mondo. “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la felicità nel praticarla” (Gc 1,25). L’accoglienza operosa della Parola trasforma l’uomo nel profondo, lo libera nella forza della verità, lo fa vero discepolo del Signore: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31s.).

    L’ascolto del Dio vivo risulta così condizione fondamentale della nostra fedeltà a Lui: la familiarità amorosa con la Sua Parola è presupposto della perseveranza negli impegni assunti in risposta alla Sua chiamata. Meditare assiduamente la Parola di Dio, sia quella offerta dalla liturgia, sia quella scandagliata di volta in volta in progressivi approfondimenti della Sacra Scrittura, è scuola di amore fedele e generoso all’Eterno e a coloro cui Egli ci invia. In questo ascolto della Parola diventa prezioso il sussidio offerto dallo studio: l’applicazione seria, perseverante, attenta, intelligente alla conoscenza del Dio rivelato e delle conseguenze che essa ha sulla vita degli uomini, è vero nutrimento di fedeltà e di slancio generoso nella missione al servizio del Vangelo. Parimenti, il confronto assiduo con una guida, che ci aiuti a verificare la perseveranza dell’ascolto del Signore e la libertà di cuore per realizzarlo, è aiuto necessario. La direzione spirituale, congiunta alla confessione regolare e costante, crea il clima adatto per discernere la Parola di Dio per il nostro cuore e realizzarla nella nostra vita. Analogamente, un incontro periodico col Vescovo, padre e pastore voluto dal Signore per noi e la nostra gente, preparato nella preghiera, vissuto nella fede e nella piena e leale disponibilità del cuore, è strumento capace di ridare costantemente slancio ed entusiasmo alla nostra identità e missione. Importanti e arricchenti sono le relazioni di amicizia autentica e fedele, in modo speciale quelle con altri presbiteri, capaci di comprendere più di altri gioie e prove del ministero sacerdotale. Vivo questi rapporti con consapevolezza e decisione, perché la Parola di Dio abiti in me e ad essa affidi me e il mio ministero? 

    L’incontro 

    La fedeltà vive dell’incontro. È la totalità dell’uomo a essere coinvolta nell’incontro con Dio: “A Dio rivelante è dovuta l’obbedienza della fede (cf. Rm 16,26; rif. Rm 1,5; 2 Cor 10,5s.), con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla rivelazione data da lui. Perché si possa prestare questa fede è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità” (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum, 5). Nell’incontro con Dio siamo dunque chiamati a vivere il totale affidamento di noi stessi, intelletto e volontà, mente e cuore, fermezza e dolcezza del consenso. La fede non è solo accettazione della Parola (“fides quae creditur”) e affidamento senza riserve alla Parola e al Silenzio che in essa ci raggiunge (“fides qua creditur”), ma anche trasparenza della Parola nella vita, farsi presente del Cristo nella sua radicale obbedienza al Padre nel cuore del discepolo: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). La fede è il mistero dell’incontro operato dallo Spirito fra il Padre e il Figlio nel cuore dell’uomo che ha accolto il Verbo e si è lasciato conformare a Lui nell’umile e perseverante venire dal Silenzio.

    Nell’incontro con il Signore è anticipato il futuro promesso della gloria di Dio, tutto in tutti (cf. 1 Cor 15,28). Quest’esperienza si esprime nella virtù teologale della speranza: dono del Padre (cf. 2 Ts 2,16), fondata nel Vangelo (cf. Col 1,23), essa è nell’uomo “per la virtù dello Spirito Santo” (Rm 15,13), che costituisce in lui la primizia della nuova creazione già iniziata (cf. Rm 8,23). La speranza unisce il presente all’avvenire di Dio, aprendo perennemente il cuore del credente al veniente e al nuovo: essa è l’eternità anticipata nel tempo e il tempo proiettato verso l’eternità. Lo Spirito dell’incontro eterno vive così nel tempo, abitando nell’intimo di chi crede e spera, come pegno della gloria futura e anticipazione di quanto nella rivelazione è già promesso e non ancora compiuto: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Se questa speranza non delude è perché l’opera del Paraclito rende l’amore di Dio già presente ed efficace nel cuore dell’uomo: il fondamento della speranza, rivelata nell’evento pasquale, è trascendente ed eterno.

    Dio contagia, dunque, il cuore dell’uomo della forza del Consolatore, rendendolo partecipe della carità, frutto operoso e irradiante della fede che accoglie la Parola: l’incontro col Signore apre il discepolo alla pienezza di una vita da innamorato, da credente e da speranzoso. La “pericoresi” divina viene come a riflettersi nella vita teologale di chi ha accolto la rivelazione: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). Questa partecipazione alla vita dei Tre si manifesta in uno stile di vita in cui Dio è Tutto e tutto è relativo a Lui: “Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore” (Col 3,9s.). La Trinità vive nell’esistenza di chi all’auto destinazione divina risponde con la consegna totale del proprio essere: si comprende qui quanto siano importanti la custodia del cuore perché appartenga solamente all’Eterno e la sobrietà della vita, che dica di per sé come unico bene del discepolo sia il Signore. Sul piano pratico, il cuore totalmente consegnato a Dio nell’incontro sempre nuovo della vita teologale deve essere vigilante: custodirlo nella sua trasparenza attraverso l’opportuna custodia dei sensi, l’uso responsabile degli strumenti di conoscenza (ad esempio il “web”), la serena scioltezza e l’opportuna prudenza nelle relazioni che possano comportare coinvolgimenti affettivi impropri, sono altrettanti aspetti della fedeltà promessa e sempre nuovamente realizzata. Parimenti importante è il distacco dal denaro e dal possesso e la sobrietà dei costumi: gestire i beni della comunità implica non solo la netta separazione di essi dai propri, ma anche la disposizione più alta possibile a pagare di persona, a rinunciare anche al dovuto per il bene comune e il servizio ai poveri. L’incontro con la Trinità divina ci chiede, insomma, di realizzare il più pienamente possibile i consigli evangelici: la povertà, la castità e l’obbedienza sono esercizio e volto concreto della nostra appartenenza totale al Signore, alimentata dalla vita di fede, di speranza e di carità, nell’incontro sempre nuovo col Dio vivente. 

    * * *

    Provo a riassumere le indicazioni emerse di strumenti e aiuti al nostro impegno di fedeltà a Dio e alla Sua chiamata, in un decalogo della “fedeltà presbiterale”, su cui verificarsi e sempre di nuovo rilanciarsi: 1. Entra nel silenzio di Dio perché l’amore dei Tre Ti custodisca: prega, medita, adora il Signore ogni giorno, dando a Lui una congrua parte del Tuo tempo, a cominciare dalla celebrazione fedele della liturgia delle ore, dall’adorazione eucaristica quotidiana e dalla preghiera mariana.

    2. Celebra l’eucaristia di ogni giorno come vero culmine e fonte della Tua vita e di quella della comunità a Te affidata, e fa’ dell’eucaristia festiva la tappa fondamentale del cammino Tuo e del popolo di Dio che sei chiamato a servire.

    3. Celebra di frequente il sacramento della riconciliazione, perché tutta la Tua vita sia spesa in continua conversione e costante rinnovamento nella forza del perdono ricevuto da Dio.

    4. Vivi nell’ascolto fedele della Parola di Dio, scrutandone assiduamente le profondità con la “lectio divina”, lo studio, l’annuncio convinto ed entusiasta di ogni giorno.

    5. Cerca il dialogo necessario con il direttore spirituale, scelto in docile ascolto dello Spirito e costantemente incontrato per la revisione della Tua vita alla luce dell’Eterno.

    6. Ama il tuo Vescovo, prega per Lui assiduamente e incontralo spesso per rinnovargli l’apertura del Tuo cuore e la docilità della Tua obbedienza.

    7. Ama la Chiesa, il Papa, il collegio dei Vescovi, la comunione dei battezzati ovunque diffusa, facendo sempre più Tua la causa di Dio in questo mondo e il servizio missionario universale al Vangelo.

    8. Nutri la vita teologale, non solo alimentando la fede e la speranza alla vita liturgica e spirituale, ma anche irradiando il dono di Dio nella carità verso chiunque possa aver bisogno di Te e coltivando relazioni di amicizia vere e fedeli nel tempo.

    9. Custodisci il Tuo cuore perché sia santuario dell’Altissimo, e vigila perciò sui sensi, sulle conoscenze, sulle informazioni, sull’uso dei “media” e della “rete”, sui rapporti interpersonali, per vivere tutto e sempre sotto lo sguardo di Dio.

    10. Vivi uno stile di vita sobrio, compiendo scelte di distacco e di povertà, avendo cura che i beni della comunità a Te affidata siano utilizzati con saggezza e attenzione ai più poveri, pronto a rinunciare anche a ciò che è Tuo per amore di Dio e dei bisognosi.

    Non aver paura a mettere in pratica questo decalogo: la Tua vita sacerdotale ne sarà sempre più arricchita, crescerà la gioia del cuore e sentirai che Colui che segui è in Te e con Te per portare insieme a Te la Croce dell’amore che salva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà” (Mt 17,24s).

    PS Potrebbe essere utile una condivisione di esperienze fra i sacerdoti: soprattutto i più “anziani” potrebbero comunicare agli altri quello che in qualche modo hanno avvertito come “salvifico” nella loro vita presbiterale, cioè quelle esperienze che, magari in momenti di difficoltà, li hanno aiutati a venir fuori da una prova, da una tentazione, da un tempo di aridità... Spesso, il magistero della vita vale più di molte parole e argomenti…  

    (Ai Preti giovani, 24 Giugno 2011)  



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