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    La vita religiosa sia scuola di sinodalità


    La vita religiosa

    sia scuola di sinodalità

    Da sempre la dimensione sinodale è stata presente nella vita religiosa:
    una grande ricchezza per la Chiesa

    Enzo Bianchi


     

    La prima fase del Sinodo, che avrà la sua celebrazione finale nell’ottobre del 2023, è ormai avanzata: difficile dire che cosa realmente è stato realizzato nelle Chiese locali, anche se l’imperativo risuonato in modo ossessivo era “ascoltare”. Ascoltare tutti, i fedeli praticanti e quelli più lontani, ascoltare tutte le componenti della comunità cristiana fino a osare l’ascolto di “quelli di fuori”, che secondo papa Francesco sono capaci di una parola che può interrogare, sollecitare, aiutare la Chiesa nel discernimento. Vedremo nei prossimi mesi, con la raccolta dei dati e delle diverse voci, se questa fase previa del Sinodo è stata feconda o se, invece, mostra molte carenze dovute a un certo disinteresse del clero e del popolo cristiano.
    Certamente, con molta tristezza, ho dovuto prendere atto che a questo appuntamento la vita religiosa, e in essa quella monastica, si sono mostrate silenti. Più volte ho cercato interventi su “vita religiosa e Sinodo”, ma invano: qualche contributo del cardinale Mario Grech e – a mia conoscenza – pochissimi altri articoli. Perché? La vita religiosa non sente interesse per questo Sinodo? È davvero così astenica e umanamente povera da restare incapace di riflettere e partecipare a un cammino che deve essere di tutta la Chiesa? Questa assenza di voci della vita religiosa si osserva non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Eppure, se c’è un tema del quale la vita religiosa dovrebbe essere esperta è proprio la sinodalità.
    Per questo, con il presente contributo, non si inventa nulla, ma semplicemente si intende ricordare la grande ricchezza della dimensione sinodale che da sempre è stata presente nella vita religiosa.
    1. La vita religiosa è sempre stata soprattutto cenobitica, caratterizzata da una vita comunitaria nella quale fratelli e sorelle vivono come koinonoì, partecipi della comunione e della vocazione, condividendo la vita quotidiana, la preghiera, il lavoro, il servizio. Essendo una comunità stabile nel tempo e nello spazio, i fratelli e le sorelle sono syn-odoí, secondo l’espressione di Ignazio di Antiochia (cf Agli Efesini 9,1-2), cioè fanno insieme il cammino verso il Regno.
    Sempre nella vita religiosa cenobitica si è sentita la necessità di una presidenza da parte del proestós, priore, abate, ma sempre si è voluto che nella comunità ci fosse anche un’assemblea, un consiglio, un capitolo, cioè un organo in cui fratelli e sorelle potessero prendere la parola, discernere insieme la volontà del Signore e delineare il cammino della comunità. Questo organo, che in Occidente è detto “capitolo”, è stato sentito come lo strumento essenziale per edificare con responsabilità la comunità e crescere nell’amore fraterno.
    Sappiamo che le diverse famiglie religiose vivono in modo proprio e differente la dinamica sinodale, ma resta vero che per chi dà il primato alla vita comune lo strumento del capitolo è assolutamente necessario. Va ricordato che nella vita monastica è previsto che il capitolo sia addirittura quotidiano, anche se esiste un capitolo più solenne, dedicato a eventuali elezioni e a delineare progetti e riforme nella vita della comunità.
    2. Ma come viene vissuto il capitolo? Che sia quotidiano o solenne, il capitolo deve essere radunato frequentemente secondo le regole proprie. A esso devono partecipare tutti i professi, nessuno escluso, perché anche chi ha una posizione marginale sia accolto, ascoltato come tutti gli altri e come tutti possa intervenire prendendo la parola. Tutti devono potersi esprimere, dal più anziano al più giovane, dal più dotato di eloquenza a chi ha difficoltà di comunicazione. La comunità religiosa non dimentichi mai che Gesù ha posto al centro un bambino (cf Mt 18,1-2) come invito a tutti a decentrarsi e a mettere al centro lui, il Signore, e colui che della povertà del Signore è segno e narrazione.
    Sappiamo per esperienza che alcuni in capitolo non vorranno esprimersi, ma chi presiede deve fare di tutto perché ci sia e cresca la soggettività dei membri capitolari, perché non si abdichi dalla responsabilità ma si intervenga con franchezza e libertà, cioè con parresía cristiana. Ascolto, pazienza e macrotymía devono essere realtà, non parole, anche se questo itinerario di convergenza è faticoso. E se ci sono conflitti non bisogna avere paura: i conflitti devono emergere chiaramente, essere manifestati con le parole appropriate e con franchezza, e se vengono attraversati – non rimossi o negati – portano a una visione comune più ampia, più approfondita.
    Ciò che riguarda tutti deve essere discusso e deciso da tutti. Questo è l’antico principio che dà il regime evangelico al capitolo. L’unico rischio è che dopo aver lasciato parlare tutti, decida poi solo l’autorità, senza tener conto di come il capitolo si è espresso. Purtroppo, questo succede soprattutto in quelle comunità nelle quali il superiore esercita in modo autoritario il suo esercizio, oppure costituisce una ristretta oligarchia di alcuni accanto a sé che decidono per tutti!
    Non sarà facile instaurare questa sinodalità in comunità che non praticano da molto tempo il capitolo o lo vivono in modo formale. Molto dipende da chi presiede la comunità, che può essere tentato di parlare di sinodalità, ma in realtà non ascolta mai i fratelli e le sorelle, mai risponde alle loro domande. Per secoli la vita religiosa ha praticato, più o meno fedelmente, la sinodalità in questi termini, certamente ha maturato un’esperienza nel bene e nella fragilità delle dinamiche sinodali e potrebbe offrire una parola alla Chiesa. Perché non lo fa? Proprio la vita religiosa, casa di comunione e scuola di comunione, perché tace e non accompagna la fatica di papa Francesco nell’aprire questo cammino sinodale per tutta la Chiesa?
    Mi sembra importante, infine, ricordare in sintesi la prassi della vita religiosa comunitaria, che resta essenziale nel vivere l’elementare sinodalità: a) il capitolo sia frequentemente radunato da chi presiede e tutti siano chiamati a parteciparvi; b) venga esposto alcuni giorni prima un ordine del giorno perché ognuno possa pensare, ricercare ed eventualmente presentare obiezioni; c) chi presiede illustri il tema da discutere, ma non dica il suo parere preventivamente: ascolti e faccia parlare tutti, non accettando mutismi, silenzio... Tutti devono esprimersi con libertà e si abbia pazienza con chi fa fatica a parlare e a farsi capire, chi non sempre ha stile e modi convenienti. Non si abbia paura. Il capitolo è una riunione di fratelli/sorelle che devono riconoscersi tali, senza lasciar spazio a ira, collera, intolleranza, pregiudizio; d) avvenga il dialogo, il confronto e ognuno ascolti l’altro cercando di comprendere quello che gli brucia nel cuore, al di là di quel che riesce a esprimere. In capitolo si deve sentir regnare la libertà, la mancanza di timore; e) chi presiede raccolga tutti gli interventi, ne faccia una sintesi e metta in rilievo le posizioni diverse. Poi lasci passare del tempo per pregare, meditare, fare discernimento, e proponga il cammino da fare, la decisione da prendere, e lavori perché si arrivi a una convergenza. Non si tratta di avere la maggioranza, ma neanche di prendere decisioni contro la maggioranza. La prudenza porterà a decisioni che edificano la comunione, non che la distruggano.
    Certo occorre sempre ribadirlo: è lo Spirito santo che deve reggere il capitolo e guidare la sinodalità.

    (Vita Pastorale maggio 2022)



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