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    Adolescenti che

    vogliono scavalcare

    la propria ombra

    Mario Pollo

    (NPG 2000-04-03)

    Le cronache di questi giorni ci hanno consegnato alcune tragiche storie di adolescenti e di giovani che sono discesi agli inferi della distruttività.
    Sono storie di matricidi, di morti provocate, di autodistruttività attraverso l’abuso di droghe. Storie che hanno prodotto nella società una profonda inquietudine, in particolare tra i genitori degli adolescenti il cui sguardo verso i figli è, in alcuni casi, velato di domande non espresse e da angosce senza nome che l’amore materno e paterno non può e non vuole riconoscere.
    C’è poi nella maggior parte delle persone una sorta di stupore angosciato di fronte a questa follia distruttrice che è emersa all’interno di una soddisfatta normalità, che si riteneva al riparo da queste forme feroci di barbarie, di cui potevano essere ritenuti capaci, sulla scorta di consolidati stereotipi sociali, solo gli abitanti di quei margini sociali rappresentati dalle situazioni di devianza, di deprivazione e di povertà sociale, culturale ed economica.
    Stupore che è anche il prodotto dall’aver dovuto riconoscere di fronte a questi episodi l’esistenza di zone di mistero nella condizione umana, non violate dallo sguardo delle varie scienze che si occupano dell’uomo.
    Mistero che all’attuale coscienza sociale, profondamente condizionata dall’ideologia che tutto ciò che è umano può essere spiegato e compreso, essendo l’uomo nulla più di una sofisticata macchina emotiva e intelligente, appare illegittimo. Per questo motivo vi è nella società la disperata ricerca di interposizioni simboliche che spieghino l’inspiegabile e che nominino l’innominabile. Tutto questo per poter trasformare l’angoscia senza oggetto nella paura di un oggetto, in qualcosa cioè di affrontabile e di gestibile.
    I vari esperti, con maggiore o minore profondità e competenza, hanno offerto le loro analisi e interpretazioni, senza però riuscire a trasformare completamente l’angoscia e il mistero in una paura e in una spiegazione.
    Questo anche perché in sequenza si sono succeduti una serie di altri episodi di etero e auto distruttività che hanno ulteriormente complicato il quadro d’insieme e svelato l’inconsistenza e l’illusorietà di alcune interposizioni simboliche.
    È forse allora più utile abbandonare la ricerca di queste interposizioni simboliche e affrontare l’angoscia dello sguardo verso il mistero della condizione umana a cui questi episodi di cronaca nera rimandano, se si vuole trarre da essi un insegnamento che possa essere utilizzato nell’educazione delle nuove generazioni e per l’immissione di una maggior dose di autentico amore alla vita nell’attuale cultura sociale.
    Il primo insegnamento da trarre è che l’uomo è un mistero a se stesso, che egli non può definire da se stesso la propria natura non potendo egli, come ricordava Hanna Arendt, scavalcare la propria ombra.
    L’uomo si ritrova imprigionato in un paradosso perché da un lato possiede la capacità di sviluppare una conoscenza sempre più approfondita del suo organismo, della sua psiche e del suo agire sociale, ma questa stessa capacità gli impedisce di comprendere la sua natura.
    Paradosso da cui può uscire solo riconoscendo la sua creaturalità, e, quindi, che la sua natura può essere conosciuta e definita solo da un punto di vista trascendente e, perciò, solo da Dio che solo può rivelargliela.
    Il riconoscimento della creaturalità e della necessaria relazione con l’Altro appare come il fondamento dell’educazione, dimenticato da una concezione prometeica.
    Questa dimenticanza, o meglio rimozione, rende sia il desiderio, sia il limite che attraversano la vita dell’uomo privi di una intenzionalità che non sia quella dell’omeostasi circolare tra desiderio/bisogno e suo appagamento, e in cui i valori, le leggi e le norme sociali che li esprimono rischiano di essere vissuti solo come vincoli arbitrari e convenzionali, funzionali o disfunzionali a questo stesso appagamento.
    In questa rimozione va ricercata la prima e più profonda radice della distruttività, perché essa maschera la tentazione diabolica dell’uomo di separarsi dalla relazione trascendente con Dio e, quindi, di farsi egli stesso non immagine di Dio ma uguale a Dio.
    Senza il riconoscimento della propria creaturalità e della propria incompletezza l’uomo perde il senso della propria natura, della propria identità e unicità personale e, quindi, della propria vita che cerca di ritrovare attraverso l’atto terrifico e inutile della violenza distruttrice.
    Il secondo insegnamento che si può trarre da queste vicende riguarda un’altra dimenticanza o rimozione dell’educazione: l’accettazione del limite, della finitudine, della sconfitta e della sofferenza nella vita umana come via maestra per il raggiungimento di una compiuta realizzazione di sé.
    In altre parole questo significa che è necessario contrastare la tendenza presente nella attuale educazione delle nuove generazioni alla soddisfazione della quasi totalità dei desideri degli educandi, che si manifesta nell’assenza di un sistema di regole e di norme che ne limitino e selezionino l’espressione, nella fuga dalla propria debolezza e dalle proprie imperfezioni alla ricerca di una immagine soddisfacente di sé virtuale e perciò illusoria, nella non-accettazione della rinuncia, della sofferenza e della fatica come porta stretta attraverso cui conquistare una più evoluta condizione esistenziale e personale.
    Il terzo insegnamento che queste tragiche storie ci consegnano è quello dell’assenza di una educazione alla solitudine, ovvero di un’educazione a vivere la separazione dalla madre, intesa come simbolo dell’appartenenza felice e appagante ma castrante alla totalità del mondo e il cui archetipo è il grembo materno, attraverso la conquista della coscienza, dell’autonomia e della piena responsabilità delle proprie azioni e delle loro conseguenze. L’educazione cioè di un uomo che partendo dall’accettazione della propria solitudine va alla ricerca di una nuova e più evoluta unità solidale con gli altri e con il mondo.
    In questa educazione dovrebbe essere recuperato il ruolo del padre, che tradizionalmente è colui che accompagna il giovane nell’uccisione del drago della dipendenza che consente sia la conquista della coscienza sia la liberazione della dimensione spirituale dell’essere umano.
    Il quarto e ultimo insegnamento è semplicemente la sottolineatura della necessità che l’educazione si fondi sulla dialogicità, ovvero sulla capacità di far scoprire all’educando l’altro da sé come condizione indispensabile ad un’autentica costruzione di sé.
    In altre parole l’educazione deve essere il luogo in cui le relazioni Io-Tu tessono il Noi in cui la persona trova il sostegno alla ricerca della propria originale autenticità individuale.
    Questi quattro insegnamenti, come già detto all’inizio, non debbono essere letti come una rassicurazione, ma solo come il fondamento della sfida educativa che chi accetta il mistero della vita umana, ispirato dalla luce della fede in un mondo redento da sacrificio di Gesù, lancia alla presenza del male nel mondo, che trova nell’abolizione del mistero della creaturalità la via larga attraverso cui manifestare la propria presenza.
    Educare all’amore alla vita si può, anche nel mistero.



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