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    Adolescenza e malinconia

    Alain De Botton


    Se c'è un periodo della vita in cui la malinconia è giustificata, è quello compreso all'incirca tra i tredici e i vent'anni.
    È difficile immaginare che qualcuno possa avere successo, o per lo meno essere in qualche modo soddisfatto nei successivi sessant'anni senza aver beneficiato in quella fase di una buona dose di agonia, sconsolata introspezione e intenso smarrimento.
    Alle origini della rabbia e della sofferenza adolescenziali c'è la consapevolezza che la vita è infinitamente più dura, più assurda e meno appagante di quanto potessimo immaginare fino a quel momento, o di quanto ci avessero lasciato credere certi benevoli rappresentanti del mondo adulto. Con il venire meno della protezione sentimentale dell'infanzia, ci imbattiamo in una serie di rivelazioni dolorose e lancinanti ma di fondamentale importanza.
    Tanto per cominciare, ci rendiamo conto che nessuno ci capisce.
    Il che non è del tutto vero ma, naturalmente, più un essere umano è complicato, meno è probabile che venga compreso subito e con facilità. Ragion per cui, man mano che un bambino diventa adulto, le possibilità che chi gli sta intorno empatizzi con lui e afferri con precisione i suoi stati d'animo diminuiscono bruscamente.
    La prima reazione di un teenager è pensare di avere una maledizione personale, mentre l'intuizione successiva è che una vera connessione con un'altra persona è possibile, ma incredibilmente rara. Il che conduce a una serie di mosse importanti: in primo luogo, a una maggiore – e più appropriata – gratitudine verso chiunque lo capisca davvero, e in secondo luogo a un più deciso sforzo per farsi comprendere. I grugniti scontrosi della prima pubertà possono cedere il passo alla smisurata eloquenza della poesia, dei diari e delle canzoni della tarda adolescenza. I migliori esempi di comunicazione mai prodotti dall'umanità sono quasi sempre opera di individui che non trovavano nessuno, nelle vicinanze, con cui parlare.
    Infine, la sensazione di essere diversi dagli altri, per quanto possa risultare altamente problematica sul momento, rappresenta una fase critica, in cui una nuova generazione inizia a sondare e a introdurre selettivamente alcune migliorie nell'ordine esistente. Avere sedici anni e pensare che tutto sia perfetto così com'è sarebbe una conclusione spaventosamente sterile: il rifiuto di accettare la follia, gli errori e il male del mondo è un presupposto necessario per qualsiasi raggiungimento successivo. Se vogliamo avere qualche possibilità di cavarcela nel resto della vita, non sembra proprio che sussista un'alternativa all'infelicità adolescenziale.
    Un'altra consapevolezza che matura con l'adolescenza è l'odio per i propri genitori. Eppure, il fatto che un figlio in età puberale si volti verso i genitori urlando a squarciagola che li detesta rappresenta un gigantesco tributo all'amore e alle cure parentali. Non è un segno che qualcosa sia andato storto, bensì la prova che il ragazzo sa di essere amato. I teenager davvero preoccupanti non sono quelli che si comportano male con i genitori scaricando loro addosso tutta la propria disperazione, ma quelli talmente ansiosi di non essere amati da non potersi permettere nemmeno un passo falso.
    Per sviluppare la giusta fiducia negli altri esseri umani, può essere fondamentale avere a disposizione qualcuno con cui sperimentare, a cui dire le cose peggiori che ci vengono in mente, per poi constatare che queste persone restano e ci perdonano. Qualche volta, bisogna provare a demolire l'amore per poter credere nella sua solidità.
    E poi, naturalmente, tutti i genitori sono piuttosto fastidiosi da molti punti di vista, ma anche questa è una consapevolezza importante da raggiungere. Non ce ne andremmo mai di casa e non avremmo mai figli a nostra volta se, a un certo livello, non tentassimo di compensare problemi, errori e vizi riscontrati nei nostri genitori quando avevamo quattordici anni e mezzo.
    Un'altra fonte di sofferenza adolescenziale è la quantità smisurata di grandi interrogativi che improvvisamente ti affollano la mente, come ad esempio: che senso ha tutto questo? Gli adolescenti tendono a porre domande fondamentali, ma la cattiva reputazione che spesso li circonda è dovuta non tanto alle domande in sé quanto al tipo di risposte che i ragazzi si danno. Qual è il senso della vita? Perché esiste il dolore? Perché il capitalismo non distribuisce più equamente le ricchezze? Gli adolescenti sono filosofi nati. La vera fine dell'età puberale non arriva, come suggerisce qualcuno, nel momento in cui smettiamo di porre enormi interrogativi per andare avanti con la vita quotidiana, bensì quando abbiamo acquisito le risorse e l'intelligenza necessarie per costruire una vita intera intorno a quelle grandi domande che ci ossessionavano a diciassette anni.
    Infine, l'elemento più struggente: i teenager tendono a odiare se stessi. Odiano il proprio aspetto, come parlano, l'impressione che lasciano e, per quanto sembri tutto il contrario, in realtà questi momenti isolati di odio per se stessi rappresentano l'inizio dell'amore. Sono questi sentimenti che, un giorno, costituiranno le fondamenta dell'estasi che proveremo in presenza di quel raro partner in grado di accettarci e di ricambiare il nostro desiderio. La tenerezza non avrà alcun significato se prima non avremo passato un bel po' di notti ad addormentarci piangendo.
    La natura sembra aver organizzato tutto affinché sia impossibile arrivare a determinate intuizioni senza prima soffrire. La vera differenza è quella che corre tra soffrire con uno scopo e soffrire inutilmente. Malgrado tutti gli orrori dell'adolescenza, una delle sue glorie è questa: il dolore che infligge è in gran parte saldamente radicato in alcuni degli sviluppi e delle prese di coscienza più essenziali dell'età adulta. Questa manciata di anni terribili e affascinanti andrebbe celebrata per averci regalato la malinconia nella sua versione più alta.

    (Varietà della malinconia, Guanda 2022, pp. 109-113)



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