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    Il silenzio

    degli adolescenti

    Luciana Sica

    (NPG 1999-03-61)


    Lasciatemi in pace: un lamento, una preghiera, un grido di rabbia molto frequente nell’età dell’adolescenza. Quante volte un ragazzo chiede, implora, urla di essere lasciato in pace... ed è anche abbastanza normale, se lo fa solo con mamma e papà.
    Attenzione, comunque, a non cogliere l’ambivalenza della sua richiesta: quel ragazzo che ha voglia di star solo, che si rintana nella sua stanza con la musica a palla nelle orecchie, sta chiedendo attenzione. A modo suo: un modo provocatorio. Ma quel suo bisogno d’isolamento è anche qualcos’altro, forse un disperato bisogno di aiuto: di calore, di rispetto, di fiducia, di amore generoso.

    Il paradiso perduto dell’infanzia

    «L’adolescente vorrebbe idealmente che i suoi genitori fossero presenti... senza essere presenti». In questa frase che racchiude un paradosso e tutta la contraddittorietà di un’età integrata, sempre pericolosamente in bilico tra onnipotenza e naufragio, tra il paradiso perduto dell’infanzia e il grigiore dell’età adulta, sta forse il senso del bel libro firmato da uno psichiatra francese, Xavier Pommereau, che esce da noi con il titolo Quando un adolescente soffre (Pratiche editrice, pagg. 188, lire 25.000).
    Sembrerà pure una notazione irrilevante, ma non lo è: questo signore che dirige un singolare centro di Bordeaux non è il solito esperto, un tecnico dell’età evolutiva, un professionista algido e noiosetto. È un medico non solo bravo e competente, ma anche appassionato che sa comprendere il tormento indicibile dei ragazzi, sa essere vicino ai suoi giovanissimi pazienti che soffrono. E con grande dedizione, non solo nelle forme e nei modi liturgici delle psicoterapie più o meno tradizionali.
    Xavier Pommereau non ha – è ovvio – l’ingenuità di credere che da bambini sia stato tutto rose e fiori e da grandi l’esistenza sia necessariamente un inferno. Quel che conta nell’adolescenza è piuttosto la rappresentazione interna che si ha del proprio passato, in genere protetto da qualche figura tenera o almeno rassicurante, contrapposto all’esigenza di affermare desideri giovanissimi e quindi confusi, in conflitto con quelli adulti, insieme con la grande paura dell’ignoto che è il futuro.
    Ma – sembra volerci dire questo psichiatra – attenti a non cadere nella trappola mediatica del titolo ad effetto, nella generalizzazione enfatica di cui ci innamoriamo per pigrizia semplificatrice. Non ci sono soltanto orde di ragazzini ubriachi, drogati, vagabondi e promiscui, tiratori di sassi dai cavalcavia, piccoli criminali, se non proprio assassini a cuor leggero di mamma e papà.
    Nonostante tutto, scrive Pommereau, «la maggioranza degli adolescenti sta bene, dato a priori sorprendente, tenuto conto dei problemi familiari e sociali che molti di loro si trovano ad affrontare: separazione dei genitori, crisi delle credenze religiose e dei valori, autonomia ritardata, disoccupazione, Aids...». C’è differenza spesso trascurata tra crisi d’adolescenza, «fatta di alti e bassi normali della metamorfosi puberale», e adolescenza in crisi, «che, molto spesso, non si risolve da sola e porta ad atti patologici che possono giungere fino al suicidio».
    La difficoltà degli adulti significativi vicini ai più giovani – genitori e insegnanti, innanzitutto – è allora quella di saper distinguere. Ci sono campanelli d’allarme che non andrebbero mai sottovalutati, e spesso invece lo sono, consapevolmente.
    Pommerau analizza gli atteggiamenti dei ragazzi che implicano tendenze suicide.
    Con una premessa importante: nell’adolescenza i sentimenti, le emozioni, sono irrapresentabili, cioè non verbalizzati ma agiti. Le parole si traducono in «gesti di rottura declinati in tutti i modi, dalla chiusura in se stessi alla droga, passando per la fuga e la violenza contro sé e gli altri».

    Spavaldi o depressi dicono di sentirsi una nullità

    Mettiamo un adolescente che ripete di non amarsi e di non amare la vita, al punto di infierire, in varie forme autoaggressive, anche sul suo stesso corpo: in quel caso il dolore morale è interamente trasformato, alla lettera, nel dolore fisico. Un ragazzo insopportabilmente spavaldo o anche del tutto depresso e angosciato che dice di sentirsi una nullità, di odiarsi e si fa del male – con un uso dissennato del cibo («Devo abbuffarmi», «Una nuvola, ecco cosa vorrei essere»...) o con il consumo di droghe («L’eroina parla al mio posto»...) o con comportamenti a rischio («In moto mi prendo dei begli spaventi») – quel ragazzo «in realtà detesta lo sguardo che gli altri rivolgono verso di lui... quando ha la convinzione di essere rifiutato, abbandonato o respinto».
    L’odio contro di sé è l’esatto rovesciamento dell’ostilità presunta o reale dei familiari, rappresentata indifferentemente dall’intrusione come dall’assenza o, peggio, dal rifiuto.
    Come già avvertiva Erikson, uno psicoanalista non a caso attento ai metodi d’insegnamento della Montessori, il problema nell’adolescenza è principalmente quello dell’identità, dove il senso di sé non è però più costruito sul giudizio dei genitori ma piuttosto su quello dei coetanei, dei compagni di classe.
    E allora, deve senz’altro allarmare la tendenza di un ragazzino all’isolamento relazionale, anche al di fuori dell’ambiente familiare, che diventa sinonimo di grande smarrimento psichico.
    L’écouter, le comprendre, l’aimer. «Ascoltarlo, comprenderlo, amarlo», è il sottotitolo del libro di Xavier Pommereau, e il suo suggerimento di fondo che andrebbe seriamente raccolto: «Bisogna conquistare la fiducia dell’adolescente, cercar di guarire il suo mal de vivre, convincendolo che ci interessiamo a lui e comprendiamo i suoi problemi. Se fossero capaci di farlo i genitori, il numero dei suicidi si ridurrebbe nettamente».
    «Lasciatemi in pace»... Lasciamoli in pace, ma sempre con attenzione seppure discreta, con premura per quanto delicata, senza che prevalga la sciatteria, il disincanto o l’indifferenza. Non è facile, è vero, non ne abbiamo il tempo e neppure la voglia, presi come siamo da noi stessi, ma forse bisognerebbe coltivare la sensibilità, ricordare come eravamo per ascoltare il silenzio degli adolescenti. E per non lasciare mai – da adulti narcisi e stolidi – che il dramma si consumi.

    (Repubblica, 20 gennaio 1998)



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