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    L'arte di ritrovarsi

    Alessandro D’Avenia


     

    Beyhan Mutlu, 50 anni, passa un’allegra serata di festa nella cittadina di Inegöl in Turchia, quando torna in strada è ubriaco e si dilegua nel bosco vicino. Non vedendolo tornare i familiari avvertono la polizia che comincia a cercarlo. Si uniscono diversi volontari per battere la selva dove l’uomo s’è smarrito. Dopo averlo chiamato per ore, finalmente dalle tenebre una voce: «Sono qui!». Proviene dal gruppo di cercatori. Beyhan, in preda alla sbornia, s’era arruolato tra i volontari per cercare… se stesso.
    Questo recente fatto di cronaca rappresenta per me il percorso di ogni vita umana. Ci si smarrisce in una selva oscura, in preda a ciò che per Dante è un sonno, cioè la dimenticanza di sé in cui scivoliamo se, imprigionati da routine, infelicità o menzogna, viviamo «a nostra insaputa»: storditi, anestetizzati, spenti.
    Ma noi veniamo alla luce solo quando ci cerchiamo e siamo cercati: Dante, perso nelle tenebre, inseguendo la luce trova infatti Virgilio, che è già lì, mandato da Beatrice, per guidarlo in un cammino di rinascita (nell’ultimo canto del poema, alla fine del viaggio, si paragona a un bambino che beve il latte dalla mammella materna).
    Per ritrovarsi bisogna lasciarsi trovare, che non è rimanere inerti ma muoversi in profondità (verso sé) e ulteriorità (verso l’altro). E come si fa? L’essere umano non nasce una volta per tutte, come gli animali, autosufficienti, grazie all’istinto, già poco dopo il parto.
    Noi ci mettiamo tutta la vita a nascere, perché siamo esseri incompiuti: non abbiamo l’istinto ma il desiderio, non la necessità ma la libertà. Siamo per questo chiamati a «rinascere», che non è nascere di nuovo ma farlo sempre più intensamente (il ri- non indica qui l’iterazione dell’azione, come in ritentare, ma la sua intensità, come in risvegliarsi).
    Per rinascere non si deve quindi rientrare nel grembo, ma farsi grembo, cioè accettare la vita che ci è capitata e darla alla luce ogni giorno un po’ di più. Dante dice «mi ritrovai per una selva oscura»: mi piace interpretarlo non solo come l’esserci finito quasi senza saper come, ma anche come l’aver «ritrovato» se stesso grazie alla selva.
    Ma che cosa vuol dire «perdere» e «ritrovare» se stessi? Perché usiamo una metafora adatta soprattutto agli oggetti? Cerchiamo di descrivere l’indescrivibile, ciò di cui non abbiamo ricordi ma una memoria incisa nella carne: il parto. Quando abbiamo perso la protezione del grembo, ci siamo sentiti perduti. Perdersi è abbandonare una calda sicurezza che alla lunga ci soffocherebbe: infatti sentiamo di dover venire alla luce, una vita più vera spinge forte in noi, anche se il passaggio è angoscioso (aggettivo che viene appunto dal latino angustus, stretto).
    Chi deve venire alla luce deve «perdersi», uscendo dalla strettoia, e «ritrovarsi», nascendo un po’ di più: è «più nato», viene di nuovo al mondo, nel senso che va verso la realtà in modo nuovo e felice. Ma perché tutto questo accada, a differenza del primo parto, dobbiamo sceglierlo. Siamo tempo incarnato e ciò che decidiamo di fare nel tempo genera in e fuori di noi più o meno vita: ri-nascere o dis-nascere.
    L’uomo non è reattivo come gli altri animali, immersi in un continuo presente, ma attivo: scegliendo e agendo, modella il tempo e quindi se stesso, cioè si dà forma. Michelangelo levava il superfluo dal marmo per arrivare all’essenziale, e nell’arte di vivere siamo sia lo scultore sia il marmo: ri-nascere è andare verso l’opera d’arte di sé. Ma la pietra per ricevere una «forma» deve essere «fragile» (da frangibile, che si può spezzare) e lo scultore coraggioso, e questo ha un prezzo: fragilità e mancanza di forma provocano angoscia. Così a volte preferiamo restare informi, senza libertà, pur di non sentire la paura di non essere abbastanza: il conformismo si nutre di questa paura, ci toglie la sana inquietudine della nascita. Ma evitando i dolori di parto della scelta, rinunciamo a venire alla luce e al mondo, a una vita più vera, «più nata».
    Vedo ragazzi «nati poco», perché non scelgono, come se decidere significasse solo perdere marmo, e non liberarsi come cercano di fare i Prigioni michelangioleschi. Agostino scrive: «Chi ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te», per lui la libertà umana è limite persino per Dio. Chi non sceglie, come un bambino che non sa rinunciare a nulla, non si salva, non rinasce. Lo stallo della libertà è mancanza d’azione: alleniamo i ragazzi a «esercitare» la libertà o scegliamo per loro? Che cosa gli affidiamo perché ne siano creativamente responsabili? Solo facendoli scegliere provochiamo l’incontro con se stessi in cui, nonostante il dolore, provano gioia a partorirsi, scolpendo il blocco informe e nascendo un po’ più opera d’arte, come l’uomo ritrovato nel bosco, perché «cercato» e «cercante» al tempo stesso: «Sono qui» significa infatti «Sono vivo, sono rinato».

    (Corriere della Sera - 27 ottobre 2021)



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