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    Ai giovani

    Enzo Bianchi 

    Fr. Enzo ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città di Nizza Monferrato (AT).
    In questa occasione, alla presenza di numerosissimi studenti e amici, ha rivolto ai giovani della città (e non solo) alcune parole che qui riportiamo:

    Quando diventiamo anziani, sentiamo dentro di noi il bisogno di riandare ai giorni della nostra adolescenza e della nostra giovinezza, perché – ce lo dicono le scienze mediche – ricordiamo più facilmente eventi e situazioni di allora piuttosto che quelli del passato recente. Questa operazione psichica e anche affettiva ci permette due risultati di cui vi vorrei brevemente parlare in questo simpatico incontro, in cui il sindaco e il consiglio comunale di Nizza Monferrato mi onorano donandomi la cittadinanza municipale.
    A questo dono ho risposto con gioia e gratitudine, perché ho delle ragioni precise e convinte per pensare che questo dono possa essere da me recepito. Dunque la prima parola è sul mio passato vissuto in questa terra che in qualche senso mi è madre, avendo anch’essa contribuito in modo determinante al mio “venire al mondo” in senso pieno. Sono nato in questa terra, a pochi chilometri da qui, tra queste colline, tra queste vigne, tra gente che appare con un carattere ben determinato: i monferrini. I miei erano monferrini, anche se da parte materna c’era una derivazione francese.
    Di questa terra ho assorbito la cultura, che è sempre un operare esteso “dalla cultura della vite alla cultura dell’intelletto”, la sua etica determinata, allora rigorista, e una postura tipica del monferrino: sta dritto, fa le cose senza indugio, piuttosto rapidamente, e soprattutto sa “tirare dritto”. Non posso non mettere in evidenza come a undici anni sono approdato qui, in questo edificio che sta davanti a noi, oggi uguale ad allora, per le scuole medie. In quegli anni 1954 e successivi, era un’avventura: al mattino alle 6,30 a piedi dal mio paese, Castel Boglione, alla Gianola; poi la corriera Acqui-Nizza; poi, in attesa dell’ora di scuola, nel bar Cirio sotto i portici nella via maestra, in modo da potersi scaldare nell’inverno e poter studiare ancora un po’. A scuola trovai professori, tra i quali alcuni straordinari, che mi hanno fatto da veri maestri, insegnanti che sapevano fare segno, indicare un orientamento (Ilio Marocchino, Piera Pareti…).
    Quella era una scuola in cui si imparava da veri in-segnanti, perché allora alcuni si prendevano cura personalmente di noi e ci accompagnavano nel venire al mondo, in modo anche da supplire alla povertà intellettuale della nostre famiglie, costituite spesso da contadini, uomini e donne semplici, senza studi. Eravamo infatti la prima generazione del dopoguerra, la prima che andava a studiare. E dalle aule in basso a quelle sopra dell’Istituto “Nicola Pellati”, fino a diciannove anni sono stato allievo, e di nuovo con insegnanti decisivi, come il prof. Giovanni Boano e il prof. Fausto Fiorini, grande teorico del PCI. {mospagebreak}
    Ma al di là di queste notizie necessarie perché mi possiate collocare in Nizza, dove non solo vivevo la scuola ma anche le altre ore del giorno e sovente della notte con gli amici, vorrei dirvi cosa ho imparato in quegli anni e che forse vi può essere d’aiuto. Innanzitutto ho imparato che nella vita forse la cosa più importante è porsi delle domande. Soprattutto nell’adolescenza e nella giovinezza occorre saper esprimere domande, porsele e quindi cercare una risposta. Non sempre c’è una risposta ma, come scriveva Rainer Maria Rilke a un giovane poeta, “è più importante fare domande che trovare una risposta”. Per saper fare domande occorre ascoltare se stessi, il proprio profondo, i propri desideri.
    C’è in ogni uomo quello che è stato chiamato “l’uomo interiore, l’uomo nascosto del cuore” (ho kryptòs tês kardías ánthropos: 1Pt 3,4), c’è quello spazio che è generativo della vita interiore, dell’interiorità dove ognuno di noi diventa consapevole, sapiens, elabora la conoscenza, accede alla coscienza: è il luogo per eccellenza del cammino di umanizzazione. Ecco quello che mi hanno insegnato qui nelle scuole, ma che insegnava anche la cultura della nostra terra. Dunque, permettetemi di darvi questo consiglio: fatevi delle domande, non lasciate spegnere la vostra dinamica interiore, resistete all’omologazione crescente e invasiva della società dei consumi, cercate di essere voi stessi e di costruirvi giorno dopo giorno, mai soddisfatti, sempre in ricerca; permettetemi l’espressione, sempre curiosi. Attraverso le domande cercate di darvi un orientamento, un fine, di dare senso alla vostra vita.
    La seconda cosa che ho imparato da questa terra è la convinzione. Attraverso la vita interiore si maturano convinzioni, e a quelle convinzioni bisogna cercare di aderire, di essere loro fedeli. Oggi siamo in una società con una cultura dominante che scoraggia le convinzioni. Di conseguenza regna un pensiero debole e a volte nichilista, una società – letta da Zygmunt Bauman con formule sempre intelligenti e sintetiche – depressa, liquida, frammentaria. Trovare uomini e donne con convinzioni salde è diventato difficile, ma senza convinzioni non c’è possibilità di cammino comune, non c’è possibilità di polis, di cittadinanza, non c’è possibilità di appartenenza sociale, non c’è possibilità di speranza per il futuro e per la nostra convivenza.
    E le convinzioni sono sempre legate a valori, a ragioni per le quali noi uomini sappiamo a volte fare sacrifici, a volte lottare, a volte spendere e addirittura dare la vita. Non possiamo dimenticarlo: se oggi godiamo della libertà, se oggi vediamo riconosciuti diritti della persona fino a ieri conculcati o non riconosciuti, se oggi viviamo in una debole, sì, ma ancora reale e democrazia, lo dobbiamo a uomini che per dei valori hanno lottato e dato la vita. Avevano convinzioni che davano loro una postura! Ecco perché vi dico: maturate convinzioni, nella vostra vita personale, nelle vostre storie d’amore, nella vostra vita di cittadini appartenenti alla polis. E infine ho imparato qui da uomini e donne, ma anche dall’etica di questa terra, la risolutezza, che significa perseveranza, che significa anche fedeltà a se stessi e alla parola data.
    Una volta maturate delle convinzioni, occorre restare loro fedeli, non abbandonarle a ogni soffio di vento, non abbandonarle o tradirle per interesse. È questione di essere affidabili per gli altri, altrimenti non c’è possibilità di relazione, di vero incontro, di fare strada insieme. Occorre coraggio e a volte anche sacrificio per essere perseveranti, ma questa è la condizione per essere nella verità delle convinzioni maturate, per essere conformi alla parola data, per poter perseguire quei fini che ci eravamo prefissi. Alla vostra età il cammino di umanizzazione si fa soprattutto con queste acquisizioni, e così la vostra vita può essere progettata come un’opera d’arte in cui conoscete la libertà e l’amore, le due realtà senza le quali non c’è vita umana. L’altro risultato proveniente dal ricordo che mi abita di questa città e di questa terra riguarda il futuro.
    Occorre essere lucidi e intelligenti. Io e gli altri che condividono la mia condizione anagrafica sappiamo che ci attendono ancora forse dieci anni di vita, fino a qualche anno in più o in meno degli ottanta, poi arriverà l’ora in cui “lasceremo la presa”. Dunque, perché pensare al futuro? Per voi! Perché l’uomo deve avere sempre coscienza di appartenere all’umanità attraverso “le generazioni”, le passate e le future. È in questa appartenenza che nasce una responsabilità vera anche per la terra nostra madre che resta e che ci vede viventi e protagonisti su di essa per un certo numero di anni: il ciclo della vita umana. Hans Jonas aveva percepito questa responsabilità con molta lucidità e ci ha avvertiti.
    Eppure oggi sembra che non abbiamo mai preso seriamente in considerazione questa responsabilità. Mio padre era un povero lattoniere e stagnino, ma mi diceva: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato!”. E io mi domando se ho onorato questo consiglio. La nostra generazione, voi lo sapete, ha responsabilità economiche gravi verso la vostra: vi lasciamo più poveri perché, in una vertigine di consumi e di sprechi, non abbiamo tenuto conto delle future generazioni, e così vi lasciamo una terra più brutta, più cementificata. Basta che voi guardiate le cose brutte che abbiamo costruito, i capannoni oggi vuoti e abbandonati con cui abbiamo reso desolate le terre alle porte delle città, il cibo meno sano e più avvelenato che abbiamo sovente prodotto.
    E ormai ci sono varie forme di ribellione da parte della terra stessa. Ecco allora la preghiera che vi faccio: lasciate più bella questa terra di colline e di vigne, rispettatela, imparate ad amarla, perché il comandamento è anche “ama la terra come te stesso”! Quando da giovane passavo le ore qui a Nizza, queste erano le speranze che abitavano me e i miei compagni. In questa terra sono cresciuto vivendo l’amicizia, i primi amori, ma anche le prime battaglie per dei valori. Qui, allora impegnato in politica a livello provinciale, ho iniziato ad avere il senso della polis, e qui fin dagli anni ’60 ho conosciuto come occorreva resistere per vivere la libertà, la parresía, la franchezza nel dire le cose.
    Non so se devo ricordarlo, ma per me è stato significativo: quando, con responsabilità, nel partito in cui militavo osai fare un’interrogazione riguardo a un onorevole che appariva non coerente e praticava quelle che trent’anni più tardi sarebbero state chiamate tangenti, e osai denunciarlo non alla magistratura ma ai probiviri, fui sospeso dal partito e così abbandonai la vita politica. Ma io non sono cambiato, le mie convinzioni sono restate e a esse ho cercato di essere fedele. Ecco, per tutte queste ragioni accetto con gioia la cittadinanza, non come un onore alla mia persona ma come una chiamata, espressa dal sindaco, a una responsabilità verso la città di Nizza Monferrato e verso questa terra.



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