“Dio a modo mio”
Giovani e fede in Italia
Renato Mion
L’Autore [1] analizza e commenta alcuni passaggi del rapporto “Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia”. L’interesse per lo studio sulla religiosità giovanile e sulla vicinanza/lontananza dei giovani ai temi della fede è sempre stato uno degli argomenti più approfonditi dalla sociologia della religione, oltre che dalla catechetica, nonché dalla sociologia della gioventù.
Non è possibile nel giro di poche pagine dare conto della ricchezza delle stimolazioni che nascono dalla lettura di questo Rapporto sulla fede dei giovani del nostro tempo [2]. In ogni caso la nostra presentazione ha lo scopo di suscitare nel lettore curiosità e interesse, per accostare questa indagine. Si tratta di una ricerca sociologica sul campo, più che apprezzabile, sia per la sua ampiezza geografica (a campionamento nazionale), sia soprattutto per la qualità della sua metodologia (interviste in profondità a singoli giovani). Essa infatti riprende i nuovi approcci, già ampiamente collaudati dall’équipe di ricercatori della Fondazione Toniolo nell’indagine sulla condizione giovanile (“Rapporto Giovani”), finalizzato a dare una visione globale e un’analisi scientificamente corretta sui giovani in Italia. Nel nostro caso si tratta infatti di una ricerca qualitativa, su un campione nazionale rigorosamente prescelto, di 150 interviste a faccia a faccia, di cui un terzo riprese e poi approfondite, ciascuna della durata di oltre un’ora, attorno ai temi della fede, interrogando i giovani di due specifiche fasce di età (19-21 e 27-29 anni). Questi due tempi sono stati ritenuti i più adatti, perché si è ipotizzato che in esse “più frequenti sono il distacco - o la latenza - e il riavvicinamento – o il risveglio alla fede e alla religione” [3]. Sono giovani battezzati, residenti nel nostro Paese, ridisegnato sulle tre Regioni statistiche Nord, Centro e Sud.
L’interesse per lo studio sulla religiosità giovanile e sulla vicinanza/lontananza dei giovani ai temi della fede, (Dio, Gesù Cristo, e Chiesa: credenze, pratica, appartenenza, trasmissione intergenerazionale, educazione religiosa, ecc.) è sempre stato uno degli argomenti più approfonditi dalla sociologia della religione, oltre che dalla catechetica, nonché dalla sociologia della gioventù [4]. È un argomento di studio molto fecondo con diretti risvolti operativi nei diversi settori di analisi e della vita sociale. Lo documentano le numerose indagini di tipo quantitativo che in questi ultimi anni, anche solo in Italia, ne hanno arricchito il panorama scientifico [5].
L’originalità della presente indagine consiste precisamente nella sua specificità di essere qualitativa, orientata cioè allo studio del vissuto religioso e dell’esperienza di fede dei giovani. L’essere stata realizzata su una traccia precostituita, ha permesso di darle un orizzonte comune, ma ha anche favorito l’ascolto diretto delle loro problematiche, approfondendo i processi dell’iniziazione cristiana, dell’interiorizzazione/distacco del loro vissuto anche a confronto col mondo digitale, con il contesto sociale più allargato, con le persone di Chiesa e l’attuale forza d’impatto di Papa Francesco. Suo obiettivo non è la ricerca di percentuali statistiche, ma quello di cogliere l’intima, spontanea e libera percezione dei giovani nei confronti di questi grandi temi esistenziali e spesso decisivi, che attraversano momenti delicati della propria crescita umana e spirituale, nelle sue luci e nelle sue ombre. Già altri simili tentativi sono stati fatti con il medesimo scopo, però sono rimasti a livello cittadino, o diocesano come quella di Roma [6], o regionale (Oret-Triveneto).
Che idea hanno i giovani della fede? Come si rappresentano quell’esperienza cristiana nella quale sono stati introdotti da bambini? Come la vivono? Come la giudicano? Quali ricordi hanno del “catechismo”? Molti di loro dopo la Cresima, si allontanano dalla Chiesa: per quale motivo? Quali esperienze possono portarli ad un riavvicinamento? Quali sono gli elementi di criticità nella loro vita di fede? Che cosa c’è di bello nel credere in Dio? Chi crede, perché crede, come crede?
Il cumulo di dati e di risposte a queste domande costituisce una ricchissima documentazione originale, che è stato il materiale di analisi su cui si sono confrontati una quindicina di studiosi, ricercatori, sociologi, psicologi, teologi, educatori, che da diversi approcci ne presentano i risultati. Sono risultati che non possono non influenzare l’istituzione ecclesiale nei suoi processi formativi e specialmente nel suo compito di trasmissione della fede.
Lo studio di carattere multidisciplinare è suddiviso in due grandi sezioni: la prima ci presenta il “racconto della fede vissuta”, che costituisce il percorso più personalizzato di questo itinerario, il suo sviluppo nelle varie tappe dell’adolescenza, la specificità del credere delle donne, la differenziazione dei percorsi dei giovani che vivono al Nord e al Sud. La seconda parte, “Chiesa e appartenenze”, ne problematizza i diversi rapporti con le varie figure, incontrate lungo il percorso formativo, come il sacerdote, la famiglia, le esperienze di gruppo, associative, e l’impatto dei social media.
L’obiettivo del nostro intervento mira a presentare un quadro d’insieme di questo Rapporto, per approfondirne successivamente alcuni aspetti in particolare, accompagnati da qualche rilievo conclusivo.
1. Una visione generale
Innanzitutto i giovani intervistati fanno parte di quella generazione definita dei Millennials, che segna un discontinuità forte rispetto al passato [7]. Sono infatti considerati una “generazione di mezzo”, “interstiziale”, collocati tra un modello culturale tipico del passato, tradizionale-istituzionale a cui sono stati socializzati, e un modello culturale presente, emergente, de-istituzionalizzato, che si sta diffondendo in questi ultimi anni e che apre la strada a nuove modalità di vivere la fede, più personali, meno formali, fuori dagli schemi “convenzionali”, ma pur sempre considerate dagli intervistati autentiche e convinte.
1.1. Una tipologia di percorsi e di contenuti
Tra la fede e la vita, nelle sue diverse fasi di sviluppo, esiste un rapporto molto stretto, di influsso reciproco, dentro ad un preciso sistema socio-culturale, che dà luogo anche a specifiche “età-fasi della fede”. Passando da uno stadio formale ed eterodiretto ad uno informale autodiretto, sono stati ricavati dei percorsi autobiografici particolari di distacco/riavvicinamento alla fede, che sono stati tipicizzati nei seguenti profili [8]:
1. Cattolici in ricerca: profilo maggioritario, con un percorso definito standard, in cui si osserva un distacco fisiologico, ma anche un riavvicinamento ricercato, dalle implicazioni pratiche precarie o a fisarmonica;
2. Atei, non credenti: non sono molti, ma dichiarano un distacco traumatico e il riavvicinamento impossibile;
3. Critici-in ricerca e agnostici: presenta distacchi di tipo intellettuale, assenza di pratica religiosa, ma dal riavvicinamento possibile; l’impegno etico è critico, aperto, non esclusivo;
4. Atei de-socializzati: con debole iniziazione cristiana, disinteressati alla fede, conformisti al gruppo di amici;
5. Cattolici convinti: (così si definiscono), i distacchi sono assenti e/o irrilevanti, o sempre ricomposti, con impegno etico crescente e partecipazione costante alla vita della Chiesa. Sono una minoranza, rappresentano piuttosto lo standard del passato e meno quello del presente.
Le ragioni di una ricomposizione verso la vita di fede sono molteplici: un miracolo/evento inspiegabile, una malattia, le letture fatte, un viaggio missionario o di servizio di solidarietà in paesi poveri, l’incontro con un prete, una figura carismatica, il collegio, il partner, ecc. Fa la differenza non tanto il ruolo, ma l’autenticità della persona incontrata, di cui si apprezza la capacità di testimoniare la fede con esempi concreti. “Non sempre si tratta di una ricerca prioritaria, più spesso è latente, presente sullo sfondo, ma comunque presente” [9]. Definirsi “cattolico in ricerca”, e lo fa la maggior parte di questi giovani, segna una discontinuità col passato. È sempre però all’interno di una cornice i cui confini, benché sfumati e in via di definizione, sono presenti e l’avvicinamento viene spesso ricercato e auspicato.
All’interno di questa ragionata tipologia di percorsi, si intrecciano contenuti tradizionali e altri di una certa novità.
Anzitutto l’ultima delle domande proposte: “È bello credere in Dio?” sembrava leggera, riferisce Stercal [10], ma spesso diveniva spiazzante, impegnativa, discriminante e sintetica. La maggior parte delle risposte si rifugiava nella “speranza”. La fede, però ci si è accorti che fa nascere e sostiene la speranza, fa star bene con se stessi e nelle difficoltà della vita quotidiana fa andare avanti. Essa offre conforto, protezione, sicurezza, forza, tranquillità, aiuto ad affrontare la vita. È una convinzione talmente forte, che viene condivisa anche da chi esplicitamente dichiara di non essere credente o dichiara di fare fatica a esserlo. Se ne sottolineano gli aspetti esistenziali e psicologici, oltre che l’apertura a cercare il senso della vita e dell’intera realtà. Essa viene non raramente caricata di “affettività”, specialmente quando nel male comune di oggi si avverte la solitudine: fede aiuta a “non sentirsi mai soli”. Questa dimensione personale della fede si esprime infine in espliciti riferimenti teologici a Dio, in cui sono privilegiati soprattutto i tre temi di Dio creatore, del Suo amore paterno che protegge e perdona, e del destino eterno dell’uomo. Non manca il riferimento a Gesù, nelle tre dimensioni del Suo amore, del Suo esempio e del Suo Vangelo: tre temi carichi sempre di una chiara personalizzazione del credere, che trova il fondamento nel proprio rapporto con Dio. Sebbene non manchino mai la dimensione comunitaria, l’attenzione agli altri e il desiderio di offrire generosamente il proprio aiuto, raramente il discorso cade sulla Chiesa, in quanto tale, e quando viene fatto, se ne privilegia la dimensione umana e sociale più che quella teologica e sacramentale.
In conclusione l’Autore avverte che “qualunque iniziativa, si voglia intraprendere con i giovani, essa deve sempre mettere al centro la dimensione personale” [11] e mai prescindere dal proprio coinvolgimento individuale. È probabile che le loro catechiste, impegnate in prima persona in quel servizio, abbiano ritrovato o approfondito il senso e il gusto della loro fede. Non così lo è stato per i ragazzi che hanno accompagnato. A sorpresa, ma, oggi, non più di tanto, emerge il ruolo spesso assai importante dei nonni, che in sostituzione dei genitori, hanno dedicato tempo e reso possibile l’ascolto e l’interesse per le verità di fede.
1.2. La fede cambia la vita?
Nel suo intervento di approfondimento Montanari evidenzia che, se “oggi nel nostro Paese la fede non è più avvertita come un dato strutturale, ma percepita come cosa passata e irrilevante in ordine alla vita” [12], per i giovani, lo è in misura maggiore, come indifferente e non pertinente. Dietro le loro risposte è facile percepire concetti non solo riduttivi, ma talvolta anche distorti di fede. “Alcuni infatti confondono la fede con l’etica del Cristianesimo e questa frettolosamente è identificata con i Dieci Comandamenti o con il vago concetto di valori”. A monte di questo modo di pensare è possibile scorgere una spiegazione solo teistica dell’universo, per cui fede è credere in “qualcosa più grande dell’uomo”, o che sfugge all’umana comprensione, un potere superiore, oppure una visione solo moralistica o politica della fede.
Più diffusa è oggi la tendenza a far coincidere la fede con i propri sentimenti ed emozioni, esibendo la propria emotività, come base della qualità stessa della vita, fondamento di verità, quasi l’attributo più prezioso della propria esistenza. È però il riflesso della cultura odierna, che riscopre il valore della dimensione emotiva e affettiva del vissuto personale. In questa operazione emerge il ricupero di alcune dimensioni della fede, che altre epoche avevano apprezzato (come nel Romanticismo), ma che sono state messe in ombra da un altrettanto eccessivo razionalismo della fede, dove il credere era inteso come puro assenso intellettuale. Tuttavia, sottolinea l’Autore, “non può non allarmare la tendenza contemporanea a interessarsi più delle emozioni che del carattere durevole della fedeltà, diventata ormai un valore molto raro” [13]. Se tutto ciò sembra oggi normale, non si può non avvertirvi l’espressione chiara di un individualismo e di un soggettivismo, che si riflette anche nel modo di vivere la fede e di credere in Dio. In modo speciale questo lo si percepisce, quando l’attenzione per il sacro si riduce ad una relazione intimistica, al di fuori anche della propria appartenenza religiosa, soprattutto quando il rapporto con la Chiesa si è fatto piuttosto critico. Tutta questa problematica può diventare però una risorsa come un punto di partenza per costruire quella più profonda personalizzazione della fede, che attraverso l’interiorizzazione si fa carne viva nella vita quotidiana.
Infine non corrisponderebbe al vero trascurare tutti quei giovani che vivono e praticano la loro fede con convinzione, assiduità e impegno, perché anche se la scelta di essere cristiani, oggi più di ieri, esige un supplemento di coraggio, tale presenza si fa consistente, soprattutto in coloro che vivono la loro fede all’interno di movimenti o associazioni.
1.3. Il rapporto con Dio e la preghiera
Quello con Dio appare un rapporto piuttosto complesso. Ha messo in moto un vero e proprio processo di auto-interrogazione e auto-analisi, come è stato rilevato dal particolare studio di F. Introini [14], che in un intervento molto originale, servendosi di particolari software, ha ricostruito interessanti mappe semantiche di concetti tra loro correlati e interdipendenti, così da evidenziare particolari nuclei religiosi di notevole interesse.
I giovani intervistati dicono di vivere in maniera prevalentemente intima, personale, a tu per tu con Dio, o con ciò che, per loro, è comunque il divino. Enfatizzare questo aspetto, soprattutto in coloro che ammettono di avere una fede poco “ortodossa” o fortemente “personalizzata”, è un modo per esprimere la propria distanza dalla Chiesa. Essa viene considerata come inutile mediatrice di una relazione, che deve e vuole esistere specialmente sul piano interiore e non mediato. Dio lo “senti”, e proprio come la fede che può essere a corrente alternata, a volte lo puoi sentire di più, altre di meno. Se credere in Dio è ciò che sostanzia ogni religione, anche se ciascuna a modo suo, per questo motivo non si accettano i conflitti tra di esse, come oggi spesso viene pubblicizzato dai media.
La preghiera è particolarmente apprezzata per la sua “flessibilità”, sia rispetto al suo contenuto, che alle sue occasioni e alle sue modalità. Essa ha i suoi momenti (sera, mattino, durante la giornata) costituiti da pensieri rapidi e fugaci, senza riferirsi a meccanici esercizi di pietà, in cui si ripetono formule a memoria. La persona si esprime liberamente davanti a Dio, in un momento fortemente individuale, di riflessione, o anche di meditazione (per cui si apprezza il Buddismo). Essa è così comunicazione con il divino, ma anche autoriflessione, che coglie il senso narrativo della propria vita.
Una delle pratiche più ricordate è la S.Messa, che rappresenta anche per gli intervistati il culmine dell’espressione della propria fede e richiama luoghi ed esperienze molto profonde, come l’oratorio, il gruppo, gli amici, le feste, la domenica, i genitori, e quel senso di dovere che inizia ad associarsi a questa pratica fin da subito. Esso dura poi fino a quando o si abbandona la dimensione della pratica o si riesce ad integrarla in una dimensione di fede più matura, di cui diventa momento essenziale. Essa continua così ad essere una sorta di spartiacque dell’autenticità del vero cristiano. Per chi crede maggiormente, lì avviene l’incontro più intenso e personale con Gesù. Per chi tende ad anteporre l’etica e il servizio, ad una fede praticata e segnata dal dogma o dai discorsi ufficiali e stereotipati, andare a Messa non è molto rilevante.
Da questa pratica ci si allarga automaticamente ad un altro tipo di rapporto, che è quello con la Chiesa. Esso introduce alla seconda parte dell’indagine sul campo, dove l’attenzione si centra sui contesti di sviluppo della fede, sul rapporto dei giovani con la Chiesa e con i sacerdoti, sull’esperienza di fede maturata e vissuta in famiglia e nelle varie comunità associative, sulla comunicazione della Chiesa verso l’esterno, sul nuovo e originale linguaggio del Papa, che è diventato “capace di avvicinare la Chiesa alla gente”.
2. I diversi contesti di sviluppo della fede
2.1. Il rapporto con la Chiesa
È sempre stata una relazione cruciale, ma oggi sembra esserlo in misura più accentuata
Ci aiuta in questa lettura il prezioso e articolato approfondimento di P. Triani. [15]
Dopo avere passato in rassegna gli esiti delle indagini di questi ultimi anni, l’Autore osserva che sebbene la Chiesa abbia raggiunto un minor tasso di sfiducia rispetto a molte altre istituzioni, un terzo di giovani afferma piuttosto di averne una sufficiente fiducia, pur parlandoci di distacco, di indifferenza, di delusione, di rapporti interrotti. Nella presente ricerca se ne analizzano le ragioni e il significato. Innanzitutto non sono emerse particolari differenze fra i due gruppi di età considerati (19-21 e 27-29 anni), sebbene nella fascia più adulta, prevalgano giudizi più sfumati e talora anche processi di riavvicinamento alla vita ecclesiale. Neppure si avverte quella tradizionale differenza nel senso di una maggior vicinanza alla Chiesa Cattolica delle donne rispetto agli uomini. Ciò sembra confermare la tendenza di questi ultimi anni di un loro specifico allontanamento progressivo soprattutto nelle giovani donne. Neppure è così significativa la diversità tra chi vive al Sud o al Nord del Paese.
L’elemento discriminante sta invece nel senso di appartenenza, di legame, di vita all’interno della Chiesa, di cui si hanno immagini molto diverse. Vi sono invece molti aspetti comuni con chi se ne dichiara estraneo. I ricordi più positivi però sono legati al riconoscimento di un suo maggior influsso e sono riconducibili a contesti ricchi di una buona qualità relazionale, di vivacità e creatività, sperimentati in questo periodo. L’eredità dell’infanzia porta con sé il senso della costrizione e dell’obbligo, un senso di ripetitività e di poco entusiasmo nella prassi catechistica. Nell’adolescenza emergono i tempi del ripensamento: nascono nuovi interessi, si incontrano nuovi mondi e idee, si leggono nuovi libri e si accostano pensatori critici. Non per tutti è così. La testimonianza della famiglia, la forza dell’oratorio, dell’associazionismo e dei movimenti maturano scelte diverse. Ne derivano così due distinti gruppi di immagini di Chiesa: uno più “caldo”, che richiama la forza e il valore dei legami: la Chiesa come casa, grande famiglia, comunità operosa; uno più “freddo”, dove prevalgono le categorie di potere, business, formalismo.
Accanto a queste polarità, Triani delinea 5 tipi di letture, riscontrabili nei giovani:
1. Un doppio registro: uno legato alla propria esperienza personale (dai toni positivi/critici), il secondo riferito alla struttura gerarchica della Chiesa, dove prevale il distacco e le perplessità.
2. L’immagine di Chiesa veicolata dai mass-media: qui, maggiore è il peso dei giudizi espressi dall’opinione pubblica, non sempre filtrati da una rielaborazione personale, ostacolata anche da un generalizzato clima di agnosticismo, che non facilita il compito di vivere la fede nel quotidiano.
3. La centralità del ruolo di mediatore del sacerdote: dai suoi comportamenti e dalla sua capacità di costruire relazioni è condizionata la storia delle persone all’interno della comunità ecclesiale.
4. La tendenza a separare la dimensione della fede dall’appartenenza alla Chiesa: come ricorda questa testimonianza: “un conto è avere fede in Dio, e un conto è il rapporto con la Chiesa”.
5. La non percezione della dimensione comunitaria della “Chiesa-comunità”, quale elemento portante del Cattolicesimo.
Quali sono in definitiva le ragioni del distacco dalla dimensione istituzionale e comunitaria della Chiesa? Per molti giovani quest’allontanamento viene raccontato come naturale, perché “si comincia a pensare con la propria testa”. Vi contribuiscono anche altri fattori, come l’idea che la Chiesa è pensata come una realtà inutile per chi voglia vivere un’autentica esperienza religiosa. Spesso è rafforzata dalla contro testimonianza dei cattolici. In alcuni casi è lo studio della storia della Chiesa fatto alle scuole superiori. Talora sono esperienze personali traumatiche, talaltra è un dato culturale di pregiudiziale opposizione al Vaticano e alla struttura esterna.
Molto più familiari e vicine sono piuttosto le parrocchie, e molto più degne di fiducia sono quelle realtà e figure (i missionari), la cui logica appare animata dalla gratuità tradotta in opere nella concretezza della vita quotidiana. Trasversale a tutti i gruppi rimane tuttavia la disponibilità di molti giovani a rivedere la propria posizione, insieme tuttavia alla domanda che dalla Chiesa vengano assunti nuovi atteggiamenti pastorali, orientati all’umiltà, alla semplicità, alla povertà, alla coerenza, alla vicinanza con la gente, al cambiamento del linguaggio, in una parola, allo stile di papa Francesco.
E proprio la sua persona attira e rafforza questa disponibilità.
Conclude Triani: “I giovani che attendono ed auspicano un deciso rinnovamento nel mondo ecclesiale vedono nelle azioni e nelle parole di papa Francesco una grande opportunità. Essi gli confermano un generale atteggiamento di stima” [16], che altrove viene costantemente documentato anche da una recente e copiosa letteratura. Alcuni esprimono sorpresa, altri perplessità circa gli esiti dei nuovi processi da lui attivati, quasi tutti però ne apprezzano lo stile, come il rifiuto di certi segni di privilegio, l’attenzione ai poveri e ai sofferenti, le parole di misericordia in un mondo aggressivo e arrogante, la vicinanza alle persone.
Su questo sfondo la figura del prete risulta tuttora importante, benché lo si faccia “con riserva” [17]. Nessuno ne mette in dubbio il ruolo e la funzione, anzi una Chiesa senza preti sembra impensabile, anche se in un clima culturale individualistico alcuni non ne vedono la necessità. Di loro si ha un’immagine che rimane sullo sfondo, piuttosto lontana, scoraggiata dall’indifferenza del mondo, triste. Risulta tuttavia difficile non confrontarsi con la loro vita e le loro scelte. Tutti ne hanno ancora avuto un’esperienza, generalmente felice, nella loro infanzia. Il sacerdote viene ora apprezzato, nella sua coerenza, nella fedeltà alla sua vocazione, specialmente se missionario o “prete di frontiera”, nella sobrietà di vita, soprattutto nell’uso dei beni, nella vicinanza alle sofferenze della gente. Più controverso è il suo celibato tra “scelta eroica” e “peso inaccettabile”. Nessuno tuttavia lascerebbe la facoltà di scegliere la castità, come opzione personale. In conclusione il prete, che essi vorrebbero, è uno che si fa vicino, compagno di viaggio, che sa ascoltare i problemi della gente, una guida che accompagna il cammino, un consigliere sapiente, che sa spiegare la Parola di Dio, che sa comprendere senza giudicare, un pastore con l’odore delle pecore.
2.2. Il rapporto tra famiglia e percorso di fede
Non manca indagine, nella letteratura scientifica e non, che trascuri di considerare la famiglia come culla della socializzazione di ogni persona. Essa da tutti è riconosciuta per la forza dell’inevitabile trasmissione intergenerazionale, per il suo profondo influsso nell’avvicinare o allontanare i giovani ai valori, al senso della vita, alla fede, nel sostenere continuamente processi di negoziazione e ridefinizione delle situazioni, nel valorizzare rinforzi e ostacoli durante il processo formativo.
Tutto ciò viene documentato dall’accurata presentazione, che è fatta nel Rapporto, da chi ne ha studiato la dinamica dei processi, dove i figli acquisiscono gli strumenti necessari ad orientarsi e ad impegnarsi in un percorso di crescita nella fede. [18]
Il primo comportamento modeling, che viene segnalato, è l’esempio, la testimonianza (= esempio convincente che ne comunica l’importanza e il senso di soddisfazione); il secondo è il dialogo, la discussione, pregare insieme la Bibbia; il terzo è costituito dal comportamento di progressiva promozione dell’autonomia del figlio, di cui i genitori stimolano la fiducia nelle proprie capacità, offrendogli la libertà di poter cercare risposte attorno a sé. Cruciali in questo percorso sono gli incontri, che diventano importanti occasioni di confronto con amici, educatori, gruppi, associazioni, comunità di vita. Tutto questo capitale, sostengono le ricercatrici, viene a costituire quella “bussola interiore” che permette loro le scelte della vita.
In questo orizzonte sono stati individuati due possibili percorsi di fede, realizzati in famiglia, fondati sulla presenza/assenza della testimonianza viva della fede dei genitori.
1. “La presenza di testimonianza di fede autentica dei genitori”.
Sono quelle famiglie in cui i giovani affermano di essere cresciuti, respirando una testimonianza di fede cristiana autentica, vissuta in profondità, riconosciuta importante per la vita, sia dai genitori che in seguito anche da loro stessi. In questo gruppo i genitori non impongono, ma suggeriscono, prospettano senza forzature. Riconoscono che è basilare il fatto di consentire ai figli di scegliere liberamente se seguire il loro esempio o meno. E questi a loro volta ne apprezzano lo stile di vita, il clima della famiglia, l’orientamento, l’“accompagnamento”, la guida. Spesso la chiedono. Talvolta li ringraziano delle scelte fatte, come anche dei Sacramenti che hanno ricevuto.
2. “La mancanza di una testimonianza autentica di fede da parte dei genitori.”
Qui sono state individuate due differenti tipologie di genitori.
La prima è quella di genitori che non si dichiarano né credenti, né praticanti, e che non veicolano nessuna testimonianza di fede. È un gruppo molto eterogeneo, benché non numeroso. I genitori non sono interessati al tema della fede, oppure si dichiarano atei e agnostici, però coltivano e trasmettono i valori tipici della cristianità, come una forma di “buona” educazione (il rispetto verso gli altri, l’amore verso il prossimo, la lealtà). I figli ne apprezzano i valori e li interiorizzano, talora anche avvicinandosi in autonomia a percorsi di fede.
La seconda tipologia è quella di genitori definiti “non congruenti”. Sono comprese sia quelle famiglie in cui un solo genitore è portatore di una testimonianza di fede, mentre l’altro ne è disinteressato, apertamente ostile, o professa un credo diverso, oppure è assente fisicamente; sia quelle in cui la fede è solo “di facciata”, non sentita, né espressa visibilmente. I genitori la sollecitano nei figli, ma non ne forniscono l’esempio.
In conclusione, fattore importante e discriminante per lo sviluppo religioso dei giovani è innanzitutto la proposta di fede, in un clima di promozione dell’autonomia nella scelta religiosa, insieme all’incontro di figure significative in termini di fede: genitori, nonni, singoli amici, testimoni concreti e ammirati. Anche il gruppo di amici entro associazioni e movimenti ecclesiali di spiritualità o di solidarietà (caritativi, di servizio, ecc.), dove la fede si traduce in azione, possono sviluppare un forte senso di appartenenza, relazioni efficaci, esperienze emotivamente aperte e irradianti, capaci di autogenerarsi in un progressivo processo di crescita “a spirale”. Ciò viene confermato anche da una numerosa serie di studi che rafforza la validità di questa indagine: “All’inizio del ventunesimo secolo numerosi studi della transizione all’età adulta hanno riconosciuto l’importanza che la spiritualità e la fede rivestono nella costruzione dell’identità adulta, e in generale per gli esseri umani. Avere una fede, praticare una religione ha effetti positivi sullo stato di salute dei giovani e spesso è associato ad impegno civico” [19].
3. Riflessioni conclusive
Il percorso, da noi seguito, non fa giustizia della ricchezza di documentazione (“narrazioni di vita”, interviste in profondità, ecc.) di prima mano, raccolta e studiata dall’équipe dei ricercatori. Per esigenze comprensibili abbiamo tralasciato lo studio di diversi aspetti, molto interessanti, come le articolate analisi sulle esperienze associative (A.Ratti), o comunicative-virtuali (F.Introini), l’approfondimento del vissuto della fede nelle due regioni del Nord e del Sud del nostro Paese (M.Falabretti), o quello sul rapporto con la fede nelle giovani donne (M.P.Negri), di cui vengono offerti diversi profili originali, caratterizzati dai nuovi stili di vita e di approccio alla fede. A conclusione di tutto, però, il fecondo capitolo pedagogico di P. Bignardi, apre a preziose e concrete indicazioni di tipo educativo, pastorale e operativo.
“Dio a modo mio” è un titolo accattivante ed insieme emblematico. Oltretutto definisce in maniera molto immediata il tipo di religiosità giovanile che oggi si sta facendo strada e che scuote di colpo ogni educatore e la Chiesa stessa. Quattro parole, che definiscono una religiosità “soggettivistica”, fuori dei canoni istituzionali, e che è profondamente problematizzante il tipo di educazione religiosa ricevuta, e oggi vissuta. “Effetto disorientamento”, lo definisce L. Bressan [20], sull’istituzione ecclesiale: “disorientamento rispetto alle legittime proiezioni di un’istituzione che si è già fatta un’immagine di cosa sia la fede e la sua traditio”, e che oggi si trova ad affrontare le nuove sfide dei “cattolici anonimi”, nella costante fedeltà al compito della traditio fidei, in edizione totalmente rinnovata. Viene meno infatti lo stereotipo di una fede che cresce in modo lineare, seguendo l’età e lo sviluppo della persona. Emergono oggi forti momenti di socializzazione nell’infanzia, per vivere in seguito tempi di latenza, di distacco critico, alternati a momenti di ritorno, di rimessa in discussione e di successiva rivitalizzazione. È la logica delle “fratture creatrici” dentro una fede nomade (sempre Bressan) che si trova a contatto pure con le altre religioni, nell’offerta di più luoghi, in cui viverla contemporaneamente (e questo lo consente anche l’attuale cultura digitale e multitasking), ma nella fatica di decidersi per una sola esperienza.
I giovani tuttavia non hanno perso la capacità di lasciarsi attrarre e trasfigurare dalla fede cristiana. La stanno accostando su tre percorsi: quello del bisogno di senso e di una storia con la “S” maiuscola” dentro la quale riconoscersi protagonisti; quello del bisogno di trasfigurare il presente attraverso l’emozione creata dal digitale; quello della sfida politica, provocata dalla povertà, dalla giustizia, dall’ecologia.
Che i giovani stiano costruendo nuove sintesi e forme innovative per vivere la fede cristiana non è una novità.
“Dio a modo mio”: è la sfida di una religiosità “soggettiva”, al bivio tra un soggettivismo “liquido”, fragile, istantaneo ed evanescente da una parte, e la possibilità di apertura ad una prospettiva più feconda, che è quella della “personalizzazione” della propria fede, all’interno di un complessivo orizzonte comunitario, che ne irrobustirebbe i contenuti, ne sosterrebbe le incertezze, ne approfondirebbe le appartenenze. Costituirebbe una grande risorsa educativa, se consentisse a ciascuno di riappropriarsi delle ragioni del proprio credere in un percorso originale di fede capace di interpretare l’esistenza e la storia.
In questo orizzonte ci trova pienamente concordi la riflessione dello stesso Bressan, quando dichiara che oggi “la sfida non è come confrontarsi con questa trasformazione, ma come abitarla: attraverso processi di lettura, di reinterpretazione e di distanziamento, con percorsi di discernimento, per individuare i luoghi e le operazioni, che portano oggi un giovane a costruire la propria identità cristiana. Il futuro della fede infatti dipende proprio da questa attitudine: dalla capacità che la Chiesa ha di individuare e riorientare i processi di decostruzione e di ricostruzione, imposti dalla cultura odierna alla nostra fede e alla sua figura istituzionale” [21].
NOTE
[1] Professore Emerito di Sociologia della Gioventù-Università Pontificia Salesiana-Roma.
[2] Bichi R. - P. Bignardi (a cura di), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia. Milano, Vita e Pensiero, 2016, pp. 224.
[3] Idem, p.158. Cfr. anche R. Bichi, L’intervista nella ricerca sociale, Roma, Carocci, 2007.
[4] Cfr. I numerosi “Rapporti IARD” (Il Mulino) che dal 1984, sono stati sistematicamente pubblicati in Italia sullo studio della condizione giovanile in Italia e che dal 2013 (Rapporto Giovani 2013 - Il Mulino) ad oggi hanno avuto nuova vita per opera dell’Istituto Giuseppe Toniolo, con il Rapporto Giovani 2014 e l’ultima recentissima pubblicazione (Rapporto Giovani 2016). In ciascuno di essi vi è sempre presente almeno un capitolo sul tema della fede religiosa.
[5] Cfr. Cesareo V. - R. Cipriani - F. Garelli - C. Lanzetti - G. Rovati, La religiosità in Italia. Milano, Mondadori, 1995; A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede. Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 2010; Garelli F., Religione all’italiana. L’anima del Paese messa a nudo. Bologna, Il Mulino, 2011; Castegnaro A. C’è campo? Giovani, spiritualità, religione. Venezia, Marcianum Press, 2010; Lanzetti C., La religiosità in Italia: ascesa o declino? In G. Rovati (a cura di), Uscire dalle crisi. I valori degli italiani alla prova, Milano, Vita e Pensiero, 2011, pp.151-229; Castegnaro A. - E. Biemmi- G. Dal Piaz, Fuori dal recinto. Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Milano, Ancora 2013.
[6] Pollo M., Il volto giovane della ricerca di Dio, Casale Monferrato, Piemme, 2003.
[7] C. Pasqualini, Scommettere sui giovani a partire dalla sociologia, in “Studi di Sociologia”, 2009, 4, pp. 383-411.
[8] C. Pasqualini, "Percorsi di fede dei giovani (di) oggi", in Bichi R. - P. Bignardi (a cura di), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Milano, Vita e Pensiero, 2016, pp. 15-25.
[9] Ibidem, p. 25.
[10] C. Stercal, “È bello credere in Dio?” in Bichi R. - P. Bignardi, Idem, pp. 27-39.
[11] Ibidem, pp. 38-39.
[12] A. Montanari, “La fede cambia la vita?” in Bichi R. - P. Bignardi, Idem, pp. 41-50.
[13] Ibidem, p. 45.
[14] F. Introini, "In poche parole. I discorsi sulla fede nell’analisi di alcuni termini-chiave", in Bichi R. - P. Bignardi, Idem, pp. 51-70.
[15] P. Triani, "Il rapporto con la Chiesa", in Bichi R. - P. Bignardi, Idem, pp. 93-103.
[16] Ibidem, p.102.
[17] G. Goccini, "L’odore delle pecore. La figura del sacerdote", in Bichi R.- P. Bignardi, Idem, pp.105-116.
[18] S. Alfieri – M. Brambilla – E. Marta, “«Seconda stella a destra… e poi la strada la trovi da te». Famiglia e percorso di fede dei giovani adulti", in Bichi R.- P. Bignardi, Idem, pp.117-134.
[19] Ibidem, p.133.
[20] L. Bressan, "Prove di cristianesimo digitale. La fede dei giovani", in Bichi R.- P. Bignardi, Idem, pp.3-13.
[21] Ibidem, p.13.
(da RASSEGNA CNOS 2/2016, pp. 175-188)

