Evoluzione della

    domanda educativa

    dei giovani

    Renato Mion

    Parlare di evoluzione della domanda educativa dei giovani, esigerebbe innanzitutto chiarirci sui termini del problema soprattutto in relazione al concetto di educazione, e a quale livello di consapevolezza tale domanda venga posta da parte dei giovani alla generazione degli adulti, che ne sono i più diretti destinatari, sia perché agli adulti compete buona parte della responsabilità per natura e per funzione, sia perché sono coloro a cui anche la società ha affidato tale compito, insieme agli strumenti strategici e politici di cui dispone.
    Per rispondere almeno in parte a tale compito sarà opportuno contestualizzare tale domanda in un ambito di spazio e di tempo che ne specificano i tratti, le caratteristiche, le tonalità con cui essa viene espressa, la sua estensione e il grado di consapevolezza che essa porta con sé in riferimento ai giovani nella percezione del loro protagonismo rispetto alla società. Lo farò in un percorso di storia che abbraccia l’ultima parte del secolo XX e che li ha visti variamente collocati, soggetti attivi o passivi, all’interno delle vicende storiche di questi quarant’anni.
    Un’amplissima letteratura, nazionale e internazionale, se ne è occupata secondo vari approcci, da quello letterario a quello antropologico, culturale, etnografico, biologico, demografico, pedagogico, psicologico, storico e sociologico.
    Le mie riflessioni si muoveranno piuttosto in una prospettiva ovviamente storico-sociologica, dettata proprio dall’analisi della condizione giovanile e della sua evoluzione nei vari decenni (1965-2005), sulla base delle categorie socioculturali proposte dai più attenti osservatori della realtà sociale e giovanile, che in questo tempo ne hanno voluto cogliere gli orientamenti e le tendenze emergenti. Ovviamente una tale lettura risente di una dimensione di soggettività, inevitabile nella scelta e nella proposta di categorie che nella loro interpretazione hanno pure suscitato una serie di dibattiti critici e di prese di posizione non sempre concordi.
    Tuttavia il problema è di tracciare un percorso all’interno di vari assunti e modelli interpretativi, che possa essere metodologicamente corretto e criticamente fondato. Tutto questo avverrà sullo scenario di una società in rapida trasformazione, le cui categorie interpretative sono venute via via modificandosi e complessificandosi, come ne fanno testo i vari studiosi che se ne sono occupati da U. Beck a R. Sennett, da Nolte a Hungtington, da Baumann ad Habermas, da Offe a Dahrendorf, per non citare che qualcuno dei contemporanei.
    Ed eccoci al nocciolo del problema.
    Ma vi è stata davvero e vi è attualmente una domanda educativa dei giovani nei confronti della società? Da parte di quali giovani? In che termini? Esplicita e/o implicita? Unitaria o differenziata, polivalente? Identitaria o generica, indefinita? Da quali indicatori può essere evidenziata? Con quali contenuti originali si è presentata? Sullo sfondo di quale società? Perché le sue tendenze socioculturali infatti ne hanno pilotato anche l’espressione, il vigore rivendicativo e la temporalità. In quali termini scientifici tutto ciò è stato letto, interpretato e proposto a una riflessione critica?
    Sono questi gli interrogativi che ci accompagneranno nell’ itinerario che si svolgerà in tre momenti:
    1. Una lettura sintetica per metafore. Molti autori soprattutto sociologi, si sono soffermati su una lettura che si caratterizzava per metafore, alcune assai originali e identificative di una situazione specifica.
    2. Una lettura storico-evolutiva della domanda educativa esplicita e implicita nell’ultimo squarcio di secolo appena passato.
    3. Una elaborazione per modelli interpretativi, più complessivi e fondati sulla base di ricerche empiriche più rigorose e articolate, già maturati da una attenta e condivisa riflessione nel contesto delle tendenze socioculturali della società contemporanea e di evoluzione dei valori e degli stili di vita.

    1. Una lettura per metafore identitarie

    Una lettura per metafore è di tipo assertivo e ipostatico. Si serve di intuizioni, pur fondate empiricamente, per identificare icasticamente un tratto caratteristico ed emblematico, attorno al cui nucleo, quasi a grappolo si condensano altri elementi descrittivi complementari. Molti autori vi fanno ricorso per ragioni di incisività, di sintesi, senza pregiudicare nello stesso tempo elementi di scientificità, di oggettività e di razionalità.
    Tra questi possiamo individuarne un campione assai variegato, che nell’analisi della condizione giovanile e della sua presenza nella società ne hanno colto tratti tipici del loro momento storico. Li presentiamo solo come esemplificazione del ricchissimo materiale offerto dalle titolazioni dei saggi, dei testi e delle indagini sul campo, che oltre a una indicazione consueta e seriosa sui temi della condizione giovanile (ad es. i giovani e la religione, i giovani e il lavoro, i giovani e la famiglia, ecc.), stanno a dimostrare la peculiare attenzione della stessa provocatrice immaginazione sociologica (Wrigth Mills) che coglie ed enfatizza alcuni aspetti particolarmente tipici di un tema così complesso e articolato.
    Serva come saggio la galleria di alcuni dei titoli abbastanza connotativi, che come interessantissime tessere di un mosaico, a chi ha una certa dimestichezza con la letteratura socio-pedagogica contemporanea, richiamano l’evoluzione della sociologia della gioventù di questi anni sia in Italia che in Europa, e lo scandirsi del passaggio di autori, quali : Marcuse, Eisenstadt, Keniston, Inglehart, Galland, Grasso, Milanesi, Ardigò, Cavalli, De Lillo, Scarpati, Alberoni, Ferrarotti, Buzzi, Cipolla, Garelli, Diamanti, per indicarne solo alcuni.
    I titoli più significativi sono anch’essi stimoli per richiamare alla mente ricerche e studi emblematici, che tutti abbiamo conosciuto e forse anche utilizzato nel nostro lavoro:
    Gioventù di metà secolo, giovani soli, la nouvelle vague, giovani al doppio gin, il silenzio dei giovani, umanesimo giovanile, giovani soli, la generazione scettica, i giovani non sono piante, giovani all’opposizione, giovani in dissolvenza, la rivoluzione fiorita, giovani-contro, giovani-out, gioventù e innovazione, indiani in città, classi e generazioni, dai figli dei fiori all’autonomia, fine di un’eclisse, la questione giovanile, generazione del consenso, gioventù precaria, giovani lasciati al presente, i ragazzi delle nuove tribù, senza fretta di crescere, giovani lontani:da dove?, giovani nel labirinto, la generazione della vita quotidiana, giovani e progetto sommerso, il disincanto affettivo, l’età incerta, la generazione di mezzo, i nuovi giovani, la maschera e il puzzle, giovani solipsisti, ragazzi sregolati, giovani all’opposizione, l’identità negata, giovani e futuro, senza padri nè maestri, non lontano dai padri, fra tutela autonomia e responsabilità, i giovani del nuovo secolo, giovani e generazioni, le sentinelle del mattino, gli anti-yuppies, la generazione invisibile, lontano dall’Europa, la generazione incerta, il minore a-lato, presenti nel futuro, la generazione liquida, giovani del nuovo secolo, i giovani dell’ambivalenza, per finire con gli ormai noti ma icastici stereotipi dei giovani delle 3 m (minuscole: moglie/marito, macchina e mestiere- 1960), i giovani delle 3 M (maiuscole: Marx, Mao, Marcuse- 1970), i giovani delle 3 D (Disoccupazione, Droga, Diritti-1985), i giovani delle 3 A (Autorealizzazione, Autonomia, Aggregazioni –1990), ecc.
    A complemento possiamo richiamare all’attenzione i sempre più numerosi, sistematici e periodici Rapporti sulla condizione adolescenziale e giovanile dello IARD, dell’Eurispes, del Censis, dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, dell’Eurobarometro (Young Europeans) dell’Unione Europea, dei programmi e progetti di ricerca a livello nazionale e internazionale.
    Anzitutto a livello europeo, verso la metà degli anni ’70, un gruppo di docenti delle Università di Lovanio (Belgio) e di Tilburg (Olanda), sotto la direzione di R.A.de Moor e di J.Kerkhofs, [1]
    diedero vita a un gruppo di ricerca sui valori degli europei (European Values Study-EVS) con lo scopo di monitorarne periodicamente la loro evoluzione, anche per classi di età. L’idea non era del tutto nuova, perchè fin dal 1953 con scadenze quinquennali erano state condotte delle indagini sociali in Europa (Stoetzel[2]), oltre che in Giappone.
    A livello mondiale ricordiamo soltanto le ricerche del gruppo di R.Inglehart (World Values Study-1977) e della United Nations University (Japan[3]).
    Un contributo non indifferente a tali problemi è stato dato anche dalle Rassegne Bibliografiche della Rivista “Orientamenti Pedagogici” (FSE-UPS, affiancata dal 1984 al 1997 dalla Rivista “Tuttogiovani Notizie”), che nell’ambito educativo costituisce tuttora un sostanziale punto di riferimento per l’educazione delle giovani generazioni di questo Paese.

    2. Dal Concilio Vaticano II a oggi : una domanda educativa in progress

    2.1. Dai giovani del “boom economico” alla formazione dei Movimenti
    Il decennio del Concilio Vaticano II (1960-70) è stato definito anche il decennio del “boom“ economico e del boom demografico. Effettivamente, dopo il periodo degli anni ‘50, anni della ricostruzione sociale del Paese, l’Italia si era avviata verso un periodo di benessere e di sviluppo industriale: crescono i consumi e il reddito nazionale, assistiamo al passaggio da un’economia agricola a una industriale.
    In ambito socio-culturale si registra un forte aumento della scolarizzazione a tutti i livelli e i gradi di studio, perché ormai il titolo di studio costituisce la carta vincente dell’inserimento nel mercato del lavoro. È avviata la riforma della scuola dell’obbligo (1962). Si profila il modello tipicamente moderno della famiglia nucleare, in un periodo caratterizzato da una forte nuzialità e natalità. Le famiglie diventano sempre più unità economiche di reddito e di consumo, spesso polarizzate tra un clima familiare autoritario e i primi sintomi di quello permissivo, a cui contribuiscono in misura preponderante i miti e gli stili di vita dell’americam way of life, proposti dalla ormai crescente diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, specie della TV.
    La società civile, pur polarizzata tra comunisti, anticomunisti e lotte sindacali sembra ancora relativamente coesa, e lo è di fatto anche per il tipo di integrazione dei giovani con la società e i suoi valori tradizionali: “una generazione tutto sommato abbastanza bene inserita nel sistema sociale, che condivide i valori dell’epoca, poco impegnata in politica, piuttosto rivolta alla sfera individuale privata e pratica, non particolarmente inquieta”.[4]
    Tutto questo fino allo scoppiare della conflittualità aperta verso la seconda metà degli anni ’60, contemporanei alla chiusura del Concilio Vaticano II (1965) con la contestazione studentesca e operaia del ’68. Pur essendo la prima piuttosto limitata nel numero dei suoi protagonisti, tuttavia è stata dirompente, non risparmiando nessuna delle istituzioni sociali e politiche (Stato, famiglia, scuola), e neppure la Chiesa, al cui interno si è fatta strada una serie di movimenti del cosiddetto “dissenso cattolico” (per es. “Cristiani per il socialismo”, Comunità di base, ecc.). I nuovi fermenti della discussione libera e aperta, fino anche alla contrapposizione violenta delle ideologie, sembrano avviati a una diffusione sociale allargata in maniera irreversibile. Sui giovani di questi anni (1970) l’indagine nazionale Doxa-Shell [5] su un campione di giovani tra i 17 e i 25 anni, ha evidenziato che oltre la metà degli intervistati (54%) riconosceva agli studenti, protagonisti della protesta, l’intento reale di cambiare la società, la scuola o entrambe e che il 61% dei giovani interpellati ne approvava gli scopi, anche se non ne condivideva i mezzi, mentre solo il 15.9% ne approvava anche i mezzi violenti. Ciononostante la grande maggioranza dei giovani ritiene che la via preferibile per trasformare la società sia quella delle “riforme progressive” (86.6%) piuttosto che la “rivoluzione totale” (11.7%).
    Tra i valori più diffusi, il 33.1% indicava l’esigenza di una “maggior libertà in tutti i campi, rifiuto della sottomissione, bisogno di autonomia e di indipendenza”, mentre il 22.7% proponeva “ideali di pace, amore, fratellanza fra individui, classi, popoli: solidarietà e aiuto reciproco, superare le barriere del razzismo, ecc.”
    Nella proposta di questi ideali non possiamo non cogliere una domanda giovanile di protagonismo, di autonomia, di autogestione, che, avendo assunto i toni molto decisi e irruenti di contrapposizione ai sistemi di valore delle generazioni adulte, crea conflitti tra le classi e le generazioni e ingovernabilità sociale. A livello giovanile non è da trascurare neppure il legame della contestazione con molta parte della produzione musicale del rock and roll, e altri ritmi, spesso associati a elementi trasgressivi della subcultura ribelle dei teddy boys, punks e mod inglesi, dei blousons noirs francesi, degli skin tedeschi, dei teppisti, rocchettari e cyberpunks italiani.[6]
    La contrapposizione si fa più esplicita anche a livello associativo, movimentistico e sindacale attorno ai gruppi di cattolici (ACI, CL, FUCI, ACLI) in contrapposizione a quelli politici di Lotta Continua, Potere Operaio, sorti attorno alle riviste Quaderni Piacentini, Ombre rosse, Classe operaia, Il Manifesto, dove la protesta è fortemente connotata in senso politico, di una nuova sinistra che enfatizza il superamento nei confronti del passato, per una tensione utopica, negatrice radicale di un presente, che vuole “liberato dalle strutture autoritarie esistenti”.
    Qui allora la domanda educativa, che inizialmente era partita come solidarietà internazionalista con i Paesi del Terzo Mondo, affascinata dalla mitizzazione di figure emblematiche (Che Guevara), si fa aggressiva e totalizzante domanda politica (“tutto è politica: la politica è tutto”), fino ad alleare a se stessa anche tutta la parte del femminismo radicale pronta a reclamare in maniera rivendicativa e individualistica “l’utero è mio e lo gestisco io”.
    Si trattava di un solidarismo, che anche in ambito cattolico aveva maturato i suoi ideali e i suoi progetti nella formazione di gruppi di volontari laici cristiani e nelle spedizioni prima occasionali, ma poi sistematiche, di giovani impegnati nel servizio solidaristico, nelle opere di solidarietà civile, di evangelizzazione e di servizio ai poveri nei Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo (per es.: Operazione Mato Grosso, Focsiv, Mani tese, ecc).
    Già infatti il Concilio stesso aveva aperto la strada a quella spinta di allargamento e approfondimento dell’impegno educativo, includente anche una dimensione solidaristica, sociale e politica. In questa prospettiva l’impegno del servizio della carità del cristiano, non si esprimeva soltanto nell’azione individuale, ma era intenzionalmente orientato anche alla trasformazione delle strutture sociali e politiche. Stava emergendo nella sua piena consapevolezza l’assunzione di una precisa responsabilità del cristiano per una partecipazione concreta nell’azione sociopolitica, cui egli si sentiva chiamato nel suo impegno a costruire la città dell’Uomo (Lazzati, Congar, Chenu, De Lubac, Danielou, ecc.). Essa però esigeva una adeguata e critica educazione a questo compito, per lo sviluppo di quell’“umanesimo integrale” (Maritain, e Guitton nel Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II) che ogni giovane era invitato a realizzare per vivere la sua dignità di cristiano in pienezza e nel servizio responsabile dell’altro (“I care” di D.Milani e Scuola di Barbiana). Si percepiva in questo fervore di iniziative che i problemi si vivevano insieme e insieme dovevano essere adeguatamente affrontati.
    Da questo momento la condizione giovanile non poteva più essere considerata con gli stessi parametri precedenti di tipo privatistico, né era più percepita con rappresentazioni sociali riferibili a qualche anno prima, diventate ormai obsolete. Era emersa la coscienza viva di una presenza del mondo giovanile non più isolato, frammentato, individualistico, ripiegato su se stesso, senza voce, né progetti, ma proiettato da una parte su orizzonti internazionali e dall’altra sulle stagioni dell’associazionismo cattolico politicamente emergente, di cui è stato indicatore la nascita a livello ecclesiale delle scuole di formazione socio-politica.

    2.2. Dal “ritorno al privato” agli “stili di vita alternativi”
    Anche se nell’immediata successione degli eventi, è riapparsa consistente l’ondata del “riflusso giovanile”, per il disincanto nei confronti delle utopie, per il rientro nei ranghi di una mobilitazione che si era assopita e indebolita nella sua propulsione, per l’incapacità di una lettura corretta delle vischiosità del sistema sociale, per l’assunzione di schemi troppo semplicistici, dicotomici, semplificatori, a slogans, demonizzanti ogni forma di autorità e per l’assenza di strumenti politici di analisi e di gestione adeguati, si era tuttavia innescata una dinamica che aveva posto davanti all’opinione pubblica la reale presenza di una forza nuova, che nei suoi giovani migliori chiedeva fiducia e spazio nella società e protagonismo nelle istituzioni. C.Lasch[7]
    lo aveva definito il “decennio narcisista”: un periodo in cui la ricerca individuale sostituisce l’entusiasmo rivoluzionario collettivo degli anni Sessanta. La misura delle cose torna a essere l'individuo, o la 'banda', o il piccolo gruppo. E non è un caso che ci si rifugi di nuovo all'interno delle pareti dome­stiche: nel tranquillo comfort della vita in famiglia o del rapporto di coppia, un rapporto il più 'chiuso' possibile.[8]
    A livello di opi­nione pubblica questa immagine, non esente da una con­notazione ideologica, soprattutto alla fine del decennio è stata spesso utilizzata per etichettare i giovani del riflusso. Il ritiro dalla scena politica dei giovani come gruppo sociale capace di svolgere un'azione politica, il ripiegamento sulla dimensione pri­vata, il diffondersi di un certo individualismo, sarebbero tutti sin­tomi di questo fenomeno, che sembra assumere alcune caratteristiche proprie già della genera­zione giovanile apparentemente integrata degli anni Cinquanta, maggiormente orientata da un'etica di tipo individualistico - caratterizzata dai valori del successo, del lavoro, del guadagno, della carriera, e da un atteggiamento relativamente poco con­flittuale nei confronti delle istituzioni sociali.
    Sono gli anni del decennio ‘70-‘80, dove però la radicalizzazione di altri input esplodeva irrazionalmente in un clima antiistituzionale di instabilità politica e di destabilizzazione terroristica, nella forma più drammatica del massimalismo degli estremismi extraparlamentari di destra e di sinistra. Parallelamente si riaffacciava l’onda lunga della contestazione (1977) con gli alternativi indiani metropolitani (Roma, Bologna), la cui domanda alle istituzioni si colorava pittorescamente di ironia e di sarcasmo, indifferente a ogni carica utopica.
    È il movimento del ’77, con una sua specifica connotazione che lo rendeva assai diverso da quello del 68: limitato all’Italia il primo, più vasto e internazionale il secondo; più ripiegato sul privato il primo, più progettuale e utopico il secondo.[9]
    Si tratta di un'immagine frutto di una chiara semplificazione, prodotta dagli adulti piuttosto che dai gio­vani, i quali però non vi si riconoscono affatto. Sulla stessa scia troviamo anche altri studiosi e ricercatori sociologi che se ne distaccano ampiamente.
    Infatti per Inglehart il declino del movimento studentesco non ha comportato il venir meno dell’idea che nella società occidentale era in atto un movimento sociale di trasformazione, il quale prima ancora che un movimento politico veniva interpretato come un profondo un mutamento di valori che si esprimeva in quella che è stata definita la Rivoluzione silenziosa [10]
    (1977) e l’emergere di una domanda di valori post-materialistici (dell’autorealizzazione e della qualità della vita) rispetto a quelli materialistici (dell’ordine e della sicurezza economica e fisica). Non per caso e in consonanza con lo spirito del tempo (Zeitgeist) in questi stessi anni in Italia viene tradotta e diffusa l’opera di Maslow (“Motivazione e personalità”) sulla gerarchia dei bisogni e la domanda di senso dei bisogni esistenziali. Ora i soggetti che più degli altri sembrano esprimere la domanda di una svolta postmaterialista della società sono proprio i giovani, in particolare quelli dotati di un’istruzione elevata, provenienti per lo più dalla classe media per i quali la soddisfazione dei bisogni di sicurezza fisica o economica non costituiva problema.
    È l’affacciarsi di un nuovo assetto di valori e di domande più attente all’autorealizzazione della persona e alla qualità della vita quotidiana.[11]

    2.3. Dai “giovani della vita quotidiana” ai “giovani senza padri né maestri”
    Per altri versi la tensione politica sembra ridursi, come anche stemperarsi la radicalità dei movimenti, proprio per l’emergere di un nuovo modo di leggere la società nei suoi processi di modernizzazione, ma soprattutto di differenziazione, che ne moltiplica la complessità e in un certo modo ne dipana la tensione. La nuova categoria di “società complessa”[12]
    legittima quasi una lettura del sociale in termini di frammentazione, assai frequente nella prima metà degli anni ‘80.
    Al suo interno si differenzia anche la domanda giovanile che si fa più articolata e specifica su valori molteplici e differenziati, i quali a loro volta sono studiati e indagati con approcci altrettanto differenziati, più attenti ai mille volti della condizione giovanile, che non alla sintesi della sua realtà.
    È il caso delle indagini, anche a livello europeo, realizzate dalla FSE - Istituto di Sociologia e Catechetica. che hanno privilegiato temi differenziati come la pace, l’associazionismo giovanile, la domanda religiosa, i drop-out, l’inserimento professionale, i bisogni formativi, ecc.
    Vi era infatti in quegli anni un diffuso fervore e interesse per lo studio della condizione giovanile nelle sue più varie dimensioni, e della sua domanda concretamente particolareggiata e assai variegata, proprio perché l’avviarsi della fondazione e del successivo sviluppo degli Osservatori sulla Condizione Giovanile e sui “Progetti Giovani” diffusi a livello delle varie Regioni, stimolati anche dalla felice provocazione dell’Anno Internazionale della Gioventù (1985), chiedevano innanzitutto inequivocabilmente la lettura del mondo giovanile nei vari territori di appartenenza. Da qui ne sarebbero nate poi le politiche giovanili sempre più mirate sul territorio.
    Assistiamo così al pullulare di numerosissime ricerche sociologiche, di varia natura e qualità, tese a indagare le varie facce della concreta domanda giovanile, realizzate da moltissime città e Comuni che erano animati da una sensibilità politico-pragmatica assai vivace e promettente. Era soprattutto una domanda di contrasto al disagio e alla devianza, alla trasgressività e alla tossicodipendenza, all’abbandono scolastico e all’inserimento professionale, una domanda anche di informazione e di connessione a rete tra le varie Amministrazioni Locali e tra i diversi Dipartimenti delle stesse Amministrazioni, per incentivare misure di sostegno, dirette dalle politiche locali per il superamento delle più dirette situazioni sociali di precarietà.
    Si mirava allora alla promozione di interventi socio-politici e amministrativi in un orizzonte che si allargava a raggiera, distribuito almeno su quattro scenari specifici:
    - l’orientamento e l’inserimento professionale e il sostegno alla ricerca del lavoro,
    - il tempo libero e la produzione culturale educativo-formativa: Centri di Aggregazione giovanile
    - i circuiti informativi sui vari aspetti della vita quotidiana: “Informagiovani”,
    - l’offerta di servizi per la prevenzione e il ricupero della devianza: Comunità terapeutiche.
    In questa prospettiva va letta tutta la produzione scientifica sociologica del decennio, finalizzata a una scoperta e rilevazione dei bisogni del territorio e a un loro fronteggiamento offerto dalle varie istituzioni : scuole, associazioni dei genitori, centri giovanili, oratori e gruppi vari, cooperative, ecc.
    L’orientamento più pragmatico e politico delle varie domande ha messo particolarmente in evidenza sotto i riflettori degli osservatori sociali la vita quotidiana dei giovani,[13] espressa in una domanda di maggior adattamento e realismo, più aderente alle concrete situazioni del micro. Si trattava di un complesso di domande più pragmatiche e concrete verso un adattamento assai più realistico e vicino alla situazione quotidiana.
    In questo ambito adattarsi significava privilegiare l'interesse per gli obiet­tivi intermedi, ricercare soluzioni soltanto possibili e raggiungibili, non necessariamente ottimali, e nella quotidia­nità, la riduzione del campo delle attese.
    Adattarsi significava non rinunciare alla risoluzione dei problemi, ma dare soluzione immediata alle proprie domande, secondo una logica individuale o di piccolo gruppo, che non usciva dai confini della quotidianità, accettando il ritmo del “vivere alla giornata”, assumendo un atteggiamento fortemente realista, centrato sul presente e in quegli ambiti di vita che potevano essere direttamente controllati dai giovani stessi, come le relazioni microsociali e le esperienze strettamente personali: il tempo libero, l'amicizia, l'affettività, le attività espressive, temi in cui il giovane investe solo par­zialmente le proprie risorse vitali per raggiungere un'identità personale direttamente controllabi­le.
    Le molteplici indagini di questo periodo nel loro reciproco confronto hanno permesso di avanzare fondate ipotesi interpretative di un certo rilievo, che hanno letto intelligentemente al di sotto dei fenomeni quotidiani, atteggiamenti di una importanza molto superiore alla pura fenomenologia sociale del momento e assai correlate alle tendenze specifiche della società complessa. [14]
    Ci riferiamo in particolare all’indagine di L.Sciolla e L.Ricolfi (“senza padri né maestri”) [15], in cui si è osservato l’emergere di una domanda di qualità per via di socializzazione orizzontale. Per essa la formazione dei valori e degli orientamenti politici e culturali avviene sempre meno in modo verticale, dalla generazione dei padri a quella dei figli, e sempre più in modo orizzontale, attraverso cioè l'interazione intragenerazionale, tra coetanei o altre agenzie parallele. In altri termini, i giovani stu­denti di questo tempo sono stati interpretati come “senza padri né maestri”, perchè nel processo di formazione dei valori stavano assumendo un'importanza cruciale, probabilmente assai maggiore che in passato, elementi come la socializzazione parallela delle forme asso­ciative esterne alla scuola, del gruppo dei pari, dei mass media, dell'esperienza lavorativa, le quali evidenziano rapporti e reti di relazioni relativamente autonome dalla famiglia e, più in generale, correlate con la propria generazione di appartenenza.
    Sembra quindi che la socializzazione e la formazione dei valori, per quanto riguarda l'universo studentesco, avvenga sempre meno in base a un processo di trasmis­sione verticale, da una generazione all'altra, attraverso la mediazione del nucleo familiare, ma sempre più attraverso un processo di socializ­zazione autonomo, attraverso meccanismi e forme di comunicazione che potremmo definire “orizzontali” intragenerazionali. Nella letteratura scientifica era diventata familiare la rappresentazione sociale di un silenzio generazionale, così che, come il Censis[16]
    ha rilevato, le persone considerate più estranee alla propria vita sono risultate quelle delle generazioni differenti dalla propria, anche se cronologicamente più ravvicinate che nel passato.

    2.4. Dai giovani autopoietici della “pantera nera” ai giovani del nuovo secolo
    D’altra parte la domanda giovanile sembra farsi anche più disincantata e realistica di quella della generazione precedente, nel senso che i giovani di questo tempo ritengono che i cambiamenti sociali non possano essere realizzati con gli strumenti tradizionali della politica, che ai loro occhi appaiono insufficienti e inadeguati per svol­gere quel compito. Sono disincantati anche nei confronti delle ideo­logie, che non sembrano costituire piu verità assolute e tota­lizzanti, ma soltanto punti di vista parziali sul mondo.
    Tuttavia, il disincanto e la presa di coscienza di questa crisi, che inve­ste tutte le principali istituzioni non implicano affatto il disimpegno: di fronte a esse, la risposta non è, almeno per la maggio­ranza degli studenti, né l'apatia né il rifiuto, ma un atteggiamento che si potrebbe definire 'compensativo' o di 'supplenza'. Se le isti­tuzioni non rispondono più ai bisogni personali, si fa da sé.
    In un altro contesto scientifico, quello della famiglia e della sua domanda alla società, ma analogo per somiglianza di approcci, Donati nel Primo rapporto sulla famiglia in Italia parlava appunto di “famiglia autopoietica”, che si autogestisce in funzione di supplenza (costretta per necessità) alle carenze dello Stato.[17]
    In termini analoghi, pur limitati nei contenuti, potremmo anche noi per contaminazione parlare di giovani autopoietici. Infatti rispetto alla generazione della contestazione studentesca e delle lotte operaie, i giovani studenti degli anni Novanta non si distinguono tanto per il venir meno della propensione all'impegno sociale e politico, quanto piuttosto per un nuovo tipo di approccio, in via di definizione, alla problematica dell'impegno e del cambia­mento della società.[18]
    Non sembrano del tutto disimpegnati, anche se le forme del loro impegno appaiono comunque differenti da quelle della generazione precedente e quindi sempre meno caratterizzate per novità ideologica, quanto piuttosto per una prospettiva più immediata e quotidiana di realizzazione personale, altrettanto connotata da impegno e da una certa apertura al sociale, pur accompagnata da una forma di individualismo.
    Si tratta di una caratteristica utilizzata per eti­chettare i giovani nei tempi del riflusso, ora però ha una specificità tipica, diversa rispetto a quella della generazione degli anni Cinquanta delle 3 m, perché allargandosi al confronto e alla discussione con gli altri giovani, essi cercano oggi di trovare insieme la soluzione dei propri problemi personali e di acquisire maggior forza contrattuale nei confronti delle istituzioni.
    Se per Allum e Diamanti[19] “i giovani non sembrano più costituire un problema per la società, né una potenziale forza di cambiamento, così che da “soggetto emergente” e protagonisti del cambio sono ridotti a “soggetto sommerso”, ridiscesi nella condizione di moratoria sociale, più attenti ai loro bisogni personali”, per noi sembra tuttavia che tale indicazione vada in qualche modo ridimensionata, proprio in attenzione anche a quella mobilitazione concomitante la Riforma della Scuola Secondaria Superiore, che dal 1985 in poi (anno di avvio) ha dato motivo all’aggregarsi degli studenti universitari e liceali (movimenti studenteschi “della pantera nera” e dei “fax”) per esprimere i bisogni di una domanda di istruzione più qualificata e di riforme della scuola più organiche e sistematiche.[20]

    3. I giovani del nuovo secolo

    Con la fine del secolo scorso e con gli inizi del nuovo sembra diminuita l’enfasi degli studi sociologici empirici sui vari aspetti della condizione giovanile, pur mantenendo una sua propria stimolante vivacità,[21] sostenuta, promossa e rafforzata dagli ultimi Congressi Mondiali di Sociologia di Montreal (1998), di Brisbane (2002) e di Durban (2006[22]), dove l’attenzione e l’impegno del Gruppo di Ricerche sulla Condizione Giovanile (ISA 34) si è costantemente concentrato oltre che sull’esame dei dati fenomenologici, ancor più sull’approfondimento scientifico dei risultati empirici nella prospettiva di approfondire lo sviluppo di modelli interpretativi, assai più interessanti e fecondi a livello teorico, sociologico e pedagogico.

    3.1. Modelli interpretativi
    Questi modelli interpretativi infatti hanno come scopo principale quello di leggere la condizione giovanile e la sua domanda di educazione sullo sfondo del sistema sociale di contesto, che aiuta a capire e a spiegare maggiormente e con maggior legittimità certi nessi causali, certi stili di vita, certi effetti e certe richieste emergenti, forse difficilmente spiegabili in altri scenari. Per cui, se essi risentono dello spirito del tempo (Zeitgeist) così da essere talora superati da altri più pertinenti e fecondi di riflessioni, tuttavia aiutano a meglio comprendere, spiegare e interpretare il rapporto giovani-società e in particolare la loro domanda di educazione. Hanno infatti il vantaggio di essere identitari di un certo periodo e di una certa dimensione sociale, che correlata con altri elementi, permette in modo complementare di dare una visione meno superficiale dei giovani, ma più incastonata in un orizzonte unitario, come tessere preziose e differenziate di un mosaico, ove ciascuna svolge la sua parte all’estetica dell’occhio che lo contempla.
    Un tale sforzo è iniziato attorno agli anni ’50, utilizzando il modello della “generazione”,[23] che interpretava il rapporto giovani-società in termini prevalentemente generazionali, fisiologici e psicologici, dove la domanda giovanile riceveva risposte adeguate da una socializzazione verticale propria della generazione precedente dei padri.
    Successivamente lo si è visto insufficiente a spiegare certe dinamiche più complesse legate alla società e agli effetti delle trasformazioni culturali e allora si è ricorsi al modello della “cultura e subcultura giovanile”;[24] quindi per la stessa ragione di una migliore pertinenza e fecondità interpretativa dei conflitti in atto si è passati a quello della “classe” e “quasi classe”, del “gruppo e quasi gruppo”.[25]
    Dal 1970 (Congresso ISA di Varna) si fece strada il modello della “emarginazione/ marginalità”[26] che successivamente veniva completato dall’apporto del modello dei “movimenti collettivi” (Marcuse, Melucci, Touraine). Nel primo infatti il rapporto giovani-società e domanda educativa si caratterizzava per la constatazione dell’estraniazione dei giovani dal centro verso la periferia fisica e simbolica della società, nella percezione di una esclusione dal godimento dei diritti e delle risorse promesse dal sistema, di non partecipazione alle decisioni che li riguardano e di irrilevanza sul piano del potere.
    Nel secondo, l’elaborazione marcusiana (ma anche Touraine e Alberoni) [27] di questa rappresentazione sociale dei giovani dava loro legittimità di manifestarsi nella protesta studentesca dei movimenti collettivi, assegnando loro un’importanza strategica centrale e simbolica all’interno delle “lotte di tutti gli emarginati del mondo”.
    Successivamente però il modello della “marginalità” poteva essere meglio compreso se, liberato da categorie ideologiche, veniva coniugato con altri, come ad esempio quelli della frammentazione sociale o della rivoluzione silenziosa, o della eccedenza delle opportunità.
    Dopo l’emergenza dei movimenti collettivi infatti si fa strada l’ipotesi di una fine della “condizione giovanile”, sia per per effetto del riflusso nel privato, sia per progressiva perdita di rilevanza dei giovani nelle società occidentali a causa del loro sempre minore peso demografico e del dissolversi delle loro specifiche problematiche in quelle dell'intera società[28], sia per il frammentarsi della condizione giovanile non solo per effetto della differenziazione sociale, ma anche per la constatazione, ormai non isolata, di un crescente individualismo oltre che di uno stacco dal passato e dal futuro, quasi una perdita di memoria e una paura di progettualità.
    Su queste premesse si instaura quindi il modello interpretativo della “frammentazione sociale”: letto sulla base della complessità sociale e dello sviluppo del pluralismo socio culturale avviatosi con la post-modernità.
    Ci si riferisce in particolare
    - alla perdita del centro (cioè di un punto di riferimento normativo capace di legittimare il significato unitario della società) che è fenomeno tipico delle società in via di complessificazione e di secolarizzazione (non solo religiosa), cioè in crisi di totalizzazione; e
    - alla crisi dei processi di socializzazione, descrivibile come sfaldamento (relativo) delle agenzie tradizionali che non riescono più a creare coesione sociale mediante il consenso sui valori dominanti, o al massimo ci si riesce ancora ad aggregare su una piattaforma minima di norme etiche di un minimo comun denominatore.
    Alla coesione sociale anche di tipo orizzontale, viene meno la legittimazione fondata sui messaggi culturali trasmessi, a cui si aggiunge la crisi per obsolescenza delle metodologie di trasmissione e di socializzazione. Ne consegue il venir meno di una coscienza collettiva e quindi l'emergere di coscienze di piccolo gruppo, particolaristiche e corporative che a livello individuale si traducono nella segmentazione del vissuto individuale, concentrato sul presente, l’immediato e l’occasionale. È la frammentazione del 'tempo psichico”,[29] cioè l'allentarsi dei legami esistenti tra le diverse esperienze vissute e distribuite nel passato, e l’affermarsi di un “presentismo”, interpretato come una sorta di sospensione illimitata del tempo reale, con scarsa capacità di progettazione del futuro, per mancanza di orizzonti credibili. Il processo di presentificazione,[30] cioè l’intensificazione dell’esperienza di vita e il suo compattamento sul contingente provoca lo schiacciamento della visione prospettica, che per i giovani delle generazioni precedenti si concretava nella successione passato/presente/ futuro.
    La domanda educativa perciò si colloca su frammenti di vita quotidiana, su una soggettiva riluttanza a investire totalmente e definitivamente le proprie risorse umane su una sola ipotesi di vita[31].
    Ci si apre contemporaneamente a molteplici esperienze, per provarle tutte, quasi per la paura della loro istantaneità e quindi della loro scomparsa. Si aggiunga però anche il desiderio di avventura e di esplorazione del nuovo, tratto caratteristico della giovinezza. Ciò non toglie che vi siano grandi ideali tra i giovani di questa generazione, ma essi stentano a tramutarsi in progetti realizzabili e verificabili. Il presente stesso infatti è minacciato da una radicale relativizzazione delle esperienze che lo compongono, anzi i singoli segmenti di vita tendono ad assumere significati mutevoli anche all'interno di una singola “storia di vita”.
    Ciò è spiegabile oltre che per effetto di una scarsa e debole socializza­zione, anche per l’esplodere di una pluralità di offerte e varietà di opportunità, mai prima d’ora conosciute, che la società dei consumi e del pluralismo formativo è venuta proponendo.
    La domanda educativa perciò si frantuma anche per effetto della sovrabbondanza delle offerte, soprattutto in rapporto alla ricerca di qualifiche e competenze professionali.[32]
    Non è stata senza conseguenze “la bancarotta delle ideologie totalizzanti”.[33] Però da un altro punto di vista negli spiriti più attenti tutto ciò ha provocato una forte ricerca di identità personalizzata, non omologata sulla massa e sospinta da un profondo bisogno di significato esistenziale, che nella ricerca del senso (Frankl) sembra trovare un appagamento alla propria sete.[34]
    La presenza di queste amplissime possibilità di esperienze (la dilatazione dei possibili), dà motivo di introdurre e fondare il modello interpretativo dell’“eccedenza delle opportunità” che, completando quello della frammentazione, tenta di dare una ragione e un significato all’emergere del nuovo fenomeno dell’identità giovanile oggi sempre più flessibile e mobile nell’attuale stagione del consumismo. Anche la precedente indiscussa centralità del quotidiano fine a se stesso pare frutto di fenomeni collegati all’iper-consumo, tanto di beni materiali quanto di beni immateriali e alla creazione di ambiti di esperienze che vanno dai “non luoghi” alle “cattedrali del consumo” agli “ipermercati”.[35]
    L’abbondanza consumistica esistente a livello macro-sociale si traduce a livello micro nella plu­ralizzazione dei percorsi biografici giovanili, nel delinearsi di un'identità plasticamente orientabile, ma che appare “senza fissa dimora” (Homeless Mind[36]), cioè debole nei suoi riferimenti assiologici e simbolici strutturati ben definiti. D’altra parte la concorrenza stessa di simboli e di significati in con­flitto tra loro viene recepita dai singoli giovani in termini relativistici, ossia come spia della precarietà, flessibilità, provvisorietà e scambiabilità dei valori (un valore vale l’altro).
    Tale eccedenza apre alla libertà di scelta più ampia, ma ne moltiplica anche le difficoltà, perchè richiede elementi e criteri di scelta umanamente maturi. Infatti per convivere adeguatamente con un elevato livello di differenziazione strutturale e simbolica, e con un surplus di significati e simboli, tra i quali far emergere la propria autonoma scelta, è necessario avere in parte strutturato una propria piattaforma valoriale, che tra rigidità e flessibilità possa con equilibrio svilupparsi fra tendenze culturali molteplici, tra loro non sempre facilmente compatibili.
    In questo modello il giovane viene descritto come parte attiva nel processo di se­lezione e di realizzazione delle proprie opportunità di vita. Se ne enfatizza l'aumentata indeterminazione, ossia la maggiore libertà del sog­getto a plasmare la sua personalità sociale. Si vuole sottolineare che il dilatarsi teorico delle possibilità offerte dalla complessità sociale, in questo caso rafforza, anziché ri­durla, l'autonomia e la capacità di auto-progettarsi dei giovani, purchè accompagnata da adeguate strutture psichiche e da orizzonti etici di una certa consistenza.[37]
    E siamo quindi giunti al modello della ricerca di senso e di identità. Il modello della domanda di senso[38] in una identità flessibile. Esso costituisce un ultimo quadro in questa galleria di variegate interpretazioni della domanda educativa dei giovani. Nell'ipotesi di una generale caduta dell'identità collettiva dei giovani e della sua frammentazione nella società pluralista, la ricerca della propria identità individuale investe anche il modo di autocomprendersi e autodefinirsi. Esso si perfeziona sempre più con l’avanzare dell’età, ma non in maniera automatica e deterministica.
    Verso quale identità allora, e con quale tipo di domanda?
    Quella per cui un giovane non accetta più identità già costruite, eterodirette, ma concepite come una scelta personale e individuale, non più come una imposizione esterna attribuita per convenzione: una elaborazione di percorsi differenziati nella fatica di una propria autonomia. Si viene ad assumere dalle varie situazioni della realtà quanto esse possono offrire in rapporto alle proprie esigenze, accogliendo anche eventuali elementi di discordanza, senza maturare per questo particolari atteggiamenti di rottura.
    È un'identità non più unitaria, ma quasi un mosaico di tessere in cui la coerenza non è più un criterio interno, ma esterno al soggetto. Si moltiplica la flessibilità, e con essa anche la difficoltà a maturare scelte definitive e ad ancorare la propria esistenza a mete importanti. Vi si accompagna così la tendenza a procrastinare quanto più possibile le scelte decisive, a privilegiare invece opzioni caratterizzate dalla “reversibilità” e dalla possibilità di comporre nella propria esistenza di giovane molteplici condizioni di vita, con l’intenzione di non precludersi opportunità ed esperienze verso le quali egli rimane sempre aperto, per non imboccare strade senza ritorno.
    Si vive così la propria giovinezza non più come processo, nè come attesa per entrare in società, ma quasi come condizione sociale,[39] uno status per se stesso, una certa situazione di stallo, dove l'affacciarsi al mondo adulto non costituisce più una ragione di vivere, la tensione più importante della vita, il desiderio di diventari adulti. L'incertezza del futuro, accompagnato da un certo benessere familiare di supporto,[40] che contemporaneamente permette anche una certa autonomia personale, facilita una prolungata permanenza in famiglia e l’accettazione della provvisorietà come stato di vita.
    Ciononostante non si eliminano le difficoltà di stabilizzazione identitaria nella società attuale (“società liquida”), demograficamente plurietnica e culturalmente pluralista. Esse continuano a rivelarsi di non poco rilievo, tra il rischio cioè di una identità flessibile fino alla sua evanescenza e una rigidità etnocentrica, incapace di relazioni e bloccata nella sua torre d’avorio.[41]
    Questa situazione di precarietà però viene vissuta nella parte migliore dei giovani con una profonda domanda di vita che va nella direzione della ricerca di un senso, per dare unità e finalità alla molteplicità delle proprie esperienze. È quanto emerge anche dall’analisi della letteratura sociologica di quanti in questo tempo ne stanno studiando l’evoluzione.[42]

    3.2. Ricerca d’identità e soddisfazione di sé: una mappa dei valori giovanili (2002)
    Assai spesso la prima e più immediata risposta a questa domanda di senso viene ricercata con una certa quasi “avidità” e ansia di sicurezza nell’ambito ristretto delle proprie relazioni interpersonali soprattutto quelle amicali e affettive accanto a quelle familiari. Essa caratterizza i giovani di oggi soprattutto nel loro rapporto con i valori e le cose più importanti della loro vita.
    Lo evidenzia in maniera empirica la serie di ricerche IARD in particolare nel suo ultimo Rapporto,[43] quando afferma che vi è un nucleo forte di valori (famiglia, amore, amicizia, lavoro e autorealizzazione), che rappresentano il punto focale della loro attenzione: è l’area della socialità ristretta che sembra costituire la centralità di questi interessi nella costruzione del loro sistema di vita. Raggiunta la sicurezza su questo nucleo centrale ci si può allora dedicare al mondo dell’esteriorità (lo sport, il successo e la carriera, la vita agita e il divertimento) o al mondo dell’impegno che arricchisce la propria vita interiore (religione, impegno sociale, studio e cultura).
    I valori della libertà e democrazia, dell’uguaglianza e solidarietà hanno quindi una loro importanza, non sempre però come esercizio di virtù civiche o riconoscimento di diritti civili, quanto piuttosto come elementi costitutivi della propria identità personale. In altre parole “la libertà e la democrazia sono intese più come diritti da far valere, che come conquiste collettive da promuovere”. Il sempre maggior rilievo dato alla vita di relazione e ai rapporti interpersonali sono vissuti e agiti nel proprio mondo immediato.
    Ne consegue un insieme di atteggiamenti e di orientamenti all’azione che sembra trincerarsi nella ristretta cerchia degli affetti sicuri, delle certezze che derivano dallo stare bene insieme e dal sostenersi a vicenda, tra chi condivide gli stessi criteri di giudizio, i medesimi stili di vita, lo stesso ambiente sociale.
    Lo stesso associazionismo e talora anche lo stesso volontariato devono guardarsi dal rischio di una loro privatizzazione sul personale e sulla individualizzazione dei propri bisogni.[44]
    Non ritorniamo forse ad atteggiamenti già visti di quella che avevamo già definito la socializzazione orizzontale?
    In realtà della propria vita questi giovani sono soddisfatti (82.1%): anzi il livello di soddisfazione cresce negli anni: dal 1983 al 2000, nella fascia di età 15-24 anni, osserviamo che diminuiscono i giovani che si dichiarano decisamente insoddisfatti (dal 5.5% del 1983 all’1.2% del 2000), mentre la percentuale dei molto soddisfatti continua a crescere passando dal 15.6% al 19%.
    Crescendo negli anni, aumenta anche la soddisfazione delle proprie doti, qualità e risorse psichiche, delle proprie competenze acquisite, delle proprie capacità decisionali, ma diminuisce la soddisfazione nel sentirsi abili a saper prendere decisioni competenti, a causa della maggior conflittualità tra aspirazioni all’autonomia e la reale percezione di inadeguatezza personale rispetto agli ideali e ai progetti prefissati.
    Non ultima si avverte attorno ai diciott’anni anche una maggior fatica ad affrontare le relazioni soprattutto con i coetanei, forse è il segno di una maggior difficoltà nel processo di rinegoziazione dei rapporti affettivi che in questa fase della vita sono molteplici. Il passaggio dalle relazioni interpersonali di amicizia verso relazioni più intime di un progetto familiare è infatti quello più complesso da realizzare. Permane la voglia di coppia, ma questo tipo di relazione è più difficile da instaurare e da coltivare. Essa infatti non viene appagata da buone relazioni semplicemente amicali.
    D’altra parte sentono di essere in grado di poter gestire meglio le emozioni e le situazioni della vita quotidiana (74.7%), di vivere in un ambiente relazionale che sa apprezzarli (84%), di sapersi impegnare molto in ciò in cui credono (90.1%), di assumersi, quando occorre, responsabilità personali (73.2%), di sentire che sono loro a decidere della propria vita (83%) grazie alla percezione di affidabilità della propria rete relazionale. Tutto ciò li fa sentire registi della propria vita.
    Se però lo sguardo si allarga alla società più aperta, allora cominciano i dubbi e le incertezze. Quelle stesse presenti nella società dell’incertezza.[45]
    “Si sviluppa la sensazione di sentirsi soli, che manca qualche cosa, o meglio qualcuno su cui poter contare”. Possiamo ipotizzare, concludono gli AA., che manchino non tanto le figure genitoriali affettive dell’adolescenza, ma gli adulti-guida, accompagnatori che possano indicare la strada per trovare strategie idonee a sostenere l’instabilità che ormai caratterizza anche le fasi successive della vita?”. [46]
    Non è forse questo un appello implicito della generazione dei giovani a quella degli adulti a rafforzare la propria identità di educatori e di guide nell’accompagnamento saggio verso questa, oggi più difficile, “nascita sociale”?
    E alle famiglie pervase oggi da un clima di notevole accondiscendenza (famiglia affettiva) è fuor di luogo pensare che quella dei giovani sia una domanda anche di stimoli ideali, di proposte normative in una prospettive di vita più piena umanamente?

    4. Conclusione: “Non si può vivere senza radici, ma neppure senza sole”

    Le ultime riflessioni diventano allora una sollecitazione ad approfondire l’ipotesi che si sia venuta diffondendo dagli anni 90 a oggi, proprio in riferimento alla domanda educativa e alla coesione stessa della società civile, il modello della “socializzazione orizzontale”, già più sopra ricordata, con riflessi problematici di individualismo e di autosufficienza sulla stessa coesione tra le generazioni.
    Nella sua radicalizzazione estrema essa sta mettendo in evidenza, a nostro parere, una doppia difficoltà, quella di avere evidenziato un distacco aperto fra le generazioni, un silenzio trasversale, un parlarsi a se stesse, e quindi avere indebolito la forza della domanda per mancanza di interlocutori; e in secondo luogo quello di avere trasformato e indebolito il concetto stesso di domanda di educazione, riducendola alla semplice domanda di abilità e/o di competenze pratiche funzionali al momento immediato.
    Nel nostro caso ci sembra legittima anche l’altra domanda, e cioè se non ci sia di fatto anche una pari carenza di proposta di educazione (il passaggio da una famiglia normativa a una famiglia affettiva) da parte della generazione adulta (forse essa stessa oggi senza padri né maestri?), che sembra ritirarsi dalla propria responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, ripiegandosi su se stessa, limitandosi piuttosto a un atteggiamento assai spesso timoroso, incerto, permissivo, piuttosto debole nella proposta delle mete e dei fini (l’educatore-spettatore?).
    E d’altra parte la domanda di educazione che i giovani rivolgono agli adulti non sembra venga depotenziata dagli adulti stessi del suo significato originario e globale, per essere sostituita con una risposta più riduttiva, circoscritta all’istruzione, alla formazione di competenze e di abilità tecniche (vedi la riforma della scuola delle 3 I: inglese, informatica, impresa)?
    E così sembra si venga ad affidare invece alle loro fragili e mutevoli esperienze quotidiane, carenti di precisi e saldi criteri di riferimento, la soluzione di quel fondamentale apprendimento etico di base, che è l’educazione intesa come “apprendimento della capacità abituale di agire rettamente con libertà in rapporto al fine ultimo”.[47]
    Che tutto questo avvenga in solitudine e in isolamento per il distacco degli adulti, non costituisce oggi un drammatico problema carico di una sua precisa e pesante responsabilità degli adulti, che dovrebbero costituire il sole del calore verso la vita?
    La “società liquida”,[48] come oggi da Bauman è stata definita quella in cui viviamo, sta moltiplicando le difficoltà di una crescita verso la pienezza della maturità umana in ragione dell’incertezza, della instabilità e dell’insicurezza che rende tutto precario, per la fluidità e l’incoerenza dei sistemi che relativizzano ogni assoluto. Nella confusione poi della propria soggettività personale si giunge anche ad assolutizzare dei fragili “relativi”, rendendoli essi stessi fonte di certezza e di verità, come può avvenire quando dalla maggior parte dei giovani e della cultura odierna si attribuisce alla scienza e alle sue possibili scoperte la verità assoluta, oltre ogni limite dettato dalla stessa liceità delle operazioni in discussione. Di analogo rischio possiamo incorrere anche nell’assolutezza di certezze e di verità che vengono acriticamente attribuite alla comunicazione dei mass media, indipendentemente anche dalla loro intrinseca valutazione etica e correttezza di razionalità.
    In questo contesto è veramente difficile diventare uomini adulti e maturi, in una società eticamente neutra.[49]
    Nella sua ripetuta riflessione critica anche il S. Padre ha piena consapevolezza di questa situazione, che definisce di relativismo etico, ed è costante la proposta di stimoli per una più attenta funzione critica della ragione nel tentativo di cercare, ma anche offrire nello stesso tempo, risposte di senso adeguate alla cultura del nostro tempo e alle aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo.
    D’altra parte gli stessi autori di “Senza padri né maestri”, nello studiare oggi le dinamiche psico-sociali dell’attuale sviluppo adolescenziale e giovanile giungono a interpretarle con le categorie di una socializzazione flessibile.[50]
    Ma è sufficiente tutto ciò? Come lo si può comporre con l’esigenza e la domanda di identità, di stabilità, di coerenza, di logica, di unità, di sintesi che ogni uomo sente di dover fare in se stesso?
    Quale può essere allora l’azione pedagogica dell’educatore ? Dobbiamo limitarci a essere soltanto testimoni e spettatori?
    O anche educatori, suscitatori e provocatori di una domanda di educazione piena e integrale? E tutto ciò in nome della stessa responsabilità educativa che sorge intrinsecamente dalla natura stessa della generazione adulta?
    Si tratta quindi di un compito impegnativo, di una domanda :
    - da leggere innanzitutto in quei fragili semi della sua presenza nascosta e implicita nelle nuove generazioni,
    - ma anche da depurare, purificare e irrobustire per renderla autenticamente genuina e consona alla dignità umana dei giovani, oltre che coerente con la responsabilità della missione maieutica degli educatori.
    Educatori perciò che non sentono di essere soltanto lettori della realtà, o semplici spettatori della crescita delle nuove generazioni, ma anche pedagoghi intelligenti e maestri solerti di una propria qualificata risposta oltre che di una affascinante proposta : quella di vivere in pienezza il “mestiere di uomo” (Aristotele: to ergon tou antropou) in un impegno di razionalità, di libertà e di eticità (P. Braido).

     

    NOTE

    [1] J.R. Kerkhofs, Young people and values in Western Europe, Pro Mundi Vita, 1984, n.4 (Dossier).

    [2] J. Stoetzel, I valori del tempo presente. Un’inchiesta europea, Torino, SEI, 1984.

    [3] J. Kuczynski. et al., Perspectives on Contemporary Youth, Tokio, UNU, 1988.

    [4] A. Ardigò, La condizione giovanile nella società industriale. In Idem, Questioni di Sociologia, Brescia, La Scuola, 1966.

    [5] P. Luzzatto Fegiz, Questi i giovani, Genova, Shell Italiana, 1970; R. Scarpati, La condizione giovanile in Italia, Milano, Angeli, 1973; F. Alberoni, Classi e generazioni, Bologna, Il Mulino, 1972.

    [6] Sull’evoluzione di alcune tendenze della ricerca sociologica sulla condizione giovanile in Italia e in Europa, vedi R. Mion, Rassegna storico-bibliografica delle più importanti ricerche empiriche in sociologia della gioventù: 1945-1985 , «Orientamenti Pedagogici», 1985, n. 5, pp. 985-1034.

    [7] C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981.

    [8] G. Borgna, I giovani. In AA.VV., Dal ’68 ad oggi. Come siamo e come eravamo, Bari, Laterza, 1979, pp. 390-391. Vedi anche: G. Viale, Il sessantotto: tra rivoluzione e restaurazione, Milano, Mazzotta, 1978; D. De Masi e A. Signorelli, La questione giovanile, Milano, Angeli 1978; V. Cesareo, Scuola, giovani e professionalità, Milano, Vita e Pensiero, 1979; A. Ronchey, Libro bianco sull’ultima generazione, Milano, Garzanti, 1978; G. Lerner e L. Manconi, Uno strano movimento di strani studenti, Milano, Feltrinelli, 1978.

    [9] E. Di Nallo, Indiani in città, Bologna, Cappelli, 1977; G. Bottazzi, Dai figli dei fiori all’autonomia: i giovani nella crisi fra marginalità ed estremismo, Bari, De Donato, 1978; W. Veltroni, A dieci anni dal ’68, Roma, Ed. Riuniti, 1978; F: Alberoni, Movimento e istituzione, Bologna, Il Mulino, 1977; P. Bernocchi et al., Movimento ’77. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg e Sellier, 1979; A. Melucci, Dieci ipotesi per l’analisi dei nuovi movimenti, «Quaderni Piacentini», 1978, nn. 65-66, pp. 3-19.

    [10] R. Inglehart, The Silent Revolution, Princeton, Princeton University Press (trad. ital. La rivoluzione silenziosa, Milano, Rizzoli, 1983).

    [11] C. Tullio-Altan, I valori difficili, Milano, Bompiani, 1974.

    [12] G.E: Rusconi, Il concetto di società complessa, «Quaderni di Sociologia», 1979, nn.2-3, p. 266; N. Luhmann, Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore, 1979; L. Ricolfi e L. Sciolla, Complessità sociale e identità, Milano, Angeli, 1983.

    [13] F. Garelli, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Bologna, Il Mulino, 1984.

    [14] A. Cavalli, Il tempo dei giovani, Bologna, Il Mulino, 1985; A. Cavalli e V. Cesareo, Giovani oggi, Bologna, Il Mulino, 1984; L. Altieri et al., Tempo di vivere: nuove identità e paradigma giovanile, dopo il 1977, Milano, Angeli, 1983; C. Bondi, Vita da rock, Milano,Angeli, 1984; S. Brusco et al., La condizione giovanile nel comune di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Ediz. del Comune, 1982; M. Barbagli e A. Maccelli, La partecipazione politica a Bologna, Bologna, Il Mulino, 1985; R. Gubert et al., Giovani, socialità e cultura. Indagine sulla condizione dei giovani di lingua italiana in Alto Adige, Bolzano, Assessorato all’Istruzione e Cultura di lingua italiana, 1984.

    [15] L. Ricolfi e L. Sciolla, Senza padri né maestri. Inchiesta sugli orientamenti politici e culturali degli studenti, Bari, De Donato, 1980.

    [16] Censis, L’orizzontalità del mondo giovanile, Roma, Censis, 1992.

    [17] P.P. Donati, L’emergere della famiglia “autopoietica”. In Idem (a cura di), Primo Rapporto sulla famiglia in Italia, CISF, Cinisello Balsamo, Paoline, 1989, pp.13-70; L. Sciolla e L. Ricolfi, Vent’anni dopo. Saggio su una generazione senza ricordi, Bologna, Il Mulino, 1989.

    [18] R. Mion, Giovani anni ’90, «TGN-Tuttogiovani Notizie», 1993, n. 30, pp. 43-48.

    [19] P. Allum e I. Diamanti, ‘50/’80, vent’anni, Roma, Ediz. Lavoro, 1986. Confronta 20 anni dopo, I. Diamanti, La generazione invisibile. Inchiesta sui giovani del nostro tempo, Milano, Il Sole 24 ORE, 1999.

    [20] R. Mion, Studenti ’85: se scoppia la pace, «Orientamenti Pedagogici»,1986, n. 4, pp. 620-654; R: mion e V. Pieroni, Nell’anno della pantera nera: 10.000 studenti si confrontano sui problemi della scuola, della formazione professionale e del lavoro, «TGN-Tuttogiovani Notizie», 1990, n. 18, pp. 1-28; CENSIS, La scuola del malessere, Milano, Angeli, 1986; CENSIS, Gli studenti e la qualità della scuola, Roma, Censis, 1989.

    [21] C. Buzzi et al., Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002; Idem, Giovani verso il Duemila, Quarto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 1997; COSPES, l’Età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell’identità negli adolescenti italiani, Torino, Elledici, 1995; E. Scabini e P.P. Donati, Giovani in famiglia tra autonomia e nuove dipendenze, Milano, Vita e Pensiero, 1997; A. Cavalli e O. Galland, Senza fretta di crescere. L’ingresso difficile nella vita adulta, Napoli, Liguori, 1996.

    [22] ISA 2006 CONGRESS, The Quality of Social Existence in a Globalizing World. XVI World Congress of Sociology, Durban, ISA Congress, 2006.

    [23] K. Mannheim, Il problema delle generazioni. In Idem, Sociologia della conoscenza, Bologna, Il Mulino (I ed. 1928), 2000.

    [24] D. Hebdige, Subculture. The Meaning of Style, London, Methuen, 1979 (tr.it. Sottocultura il fascino di uno stile innaturale, Genova, Costa & Nolan, 1983); Idem, La lambretta e il videoclip, Torino, Edt, 1991.

    [25] C. Baraldi, Comunicazione di gruppo. Una ricerca sui gruppi giovanili, Milano, Angeli, 1988; C. Baraldi e M. Casini, Il valore del gruppo. Indagine sui rapporti tra adolescenti e parrocchie, Milano, Giuffrè, 1991.

    [26] F. Barbano, Marginalità versus complessità, «Studi di Sociologia», 1984, n. 4, pp. 336-355. Vedi anche M. Ampolla (a cura di), Dalla marginalità all’emarginazione: saggi e ricerche sulla realtà italiana, Milano, Vita e Pensiero, 1986; FSE-UPS, Emarginazione giovanile e pedagogia salesiana, Torino, Ldc,1987; R. Mion, Giovani ’86: lo specchio infranto, dalla marginalità alla ricerca di identità. In MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, Salute oggi, Roma, MPI, 1986; R. Mion, Emarginazione e associazionismo giovanile. Emarginazione, disagio giovanile e prevenzione nella società italiana dal 1945 ad oggi, Roma, Ministero dell’Interno, 1990.

    [27] A. Touraine, Les transformations sociales du XX siècle, «Revue.Internationale des Sciences Sociales», 1998, n.156, pp.187-193.

    [28] D. Nicoli e C. Martino, Giovani in dissolvenza, Milano, Angeli, 1986.

    [29] A. Cavalli, Il tempo dei giovani, Bologna, Il Mulino, 1985.

    [30] Vedi Z. Laidi, Le sacré du présent, Paris, Flammarion, 2000.

    [31] L. Bobba e D. Nicoli, L’incerta traiettoria, Milano, Angeli, 1988.

    [32] L. Frey et al., L’articolazione delle professioni verso gli anni ’90, Milano, Angeli, 1989; A. Cavalli e C. Facchini, Scelte cruciali, Bologna, Il Mulino, 2001.

    [33] J.F. Lyotard, La condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli, 1981.

    [34] E. Fizzotti, Alla ricerca del senso, Caltanissetta, Ediz.Lussografica, 2003.

    [35] G. Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo, Bologna, Il Mulino, 2000; Z. Bauman, Le società della gratificazione istantanea in culture differenti: Europa e Nord America, «Concilium», 1999, n. 4, pp. 611-619.

    [36] P. Berger. et al., The homeless mind: Modernization and consciousness, Harmondworth, Penguin Books, 1977.

    [37] A. Palmonari et al., Identità imperfette, Bologna, Il Mulino, 1979; Idem, Gli adolescenti, Bologna, Il Mulino,2001; S. Scanagatta, Giovani e progetto sommerso, Bologna, Patron, 1984.

    [38] V.E. Frankl , La vita come compito. Appunti autobiografici, Torino, Sei,1997; vedi anche Idem, Logoterapia e analisi esistenziale, Brescia, Morcelliana, 2001; Idem, Alla ricerca di un significato della vita. Per una psicoterapia riumanizzata, Milano, Mursia, 1998; E. Fizzotti e A. Gismondi (a cura di), Giovani, vuoto esistenziale e ricerca di senso La sfida della logoterapia, Roma, LAS, 1998.

    [39] A. Cavalli, La gioventù: condizione o processo?, «Rassegna Italiana di Sociologia», 1980, n. 4, pp. 519-542.

    [40] E. Scabini e P.P. Donati, La famiglia lunga del giovane adulto, Milano, Vita e Pensiero 1988.

    [41] R. Mion, I giovani tra cultura della vita e cultura della morte:analisi fenomenologia e ipotesi interpretative. In C. Semeraro (a cura di), I giovani tra cultura della vita e cultura della morte, Caltanissetta-Roma, S. Sciascia ed., 2000, pp. 31-56.

    [42] L. Tomasi (a cura di), La cultura dei giovani europei alle soglie del 2000: Religione,valori, politica e consumi, Milano, Angeli, 1998.

    [43] C. Buzzi, A. Cavalli e A. De Lillo (a cura di), Giovani del nuovo secolo. Quinto Rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 41-48.

    [44] R. Mion., Associazionismo giovanile e volontariato. In M. Ferrari Occhionero (a cura di) I giovani e la nuova cultura politica in Europa. Tendenze e prospettive per il nuovo millennio, Milano, Angeli, 2001, pp. 167-180.

    [45] Z. Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999; Idem, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2000; Idem, Voglia di comunità, Bari-Roma, Laterza, 2001

    [46] C. Buzzi, A. Cavalli e A. De Lillo (a cura di), Giovani del nuovo secolo. Quinto Rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 70.

    [47] P. Braido, , Filosofia dell’educazione, Zurich, PAS Verlag, 1967, pp.119-120. Vedi anche G. Corallo, Educazione e libertà. Presupposti filosofici per una pedagogia della libertà, Torino, Sei, 1951.

    [48] Z. Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2000.

    [49] P.P. Donati e I. Colozzi (a cura di), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Bologna, Il Mulino, 1997.

    [50] F. Garelli, A. Palmonari e L. Sciolla, La socializzazione flessibile. Identità e trasmissione dei valori tra i giovani, Bologna, Il Mulino, 2006.

     

    («Orientamenti Pedagogici» 54 (2007), 2, pp. 227-248)