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    Il posto dei giovani,

    tra presente e futuro

    Mauro Migliavacca - Alessandro Rosina



    Sul numero 1/2022 della rivista "Politiche Sociali/Social Policies" Mauro Migliavacca e Alessandro Rosina riflettono su quattro temi-chiave per leggere correttamente le nuove generazioni: demografia, istruzione, lavoro e partecipazione.

    Progettare il futuro in un contesto in continua e rapida trasformazione

    È ormai consolidato come, nel corso degli ultimi decenni, i profondi mutamenti che hanno interessato le società contemporanee abbiano determinato importanti cambiamenti sulla vita di uomini e donne, che si sono trovati a vivere le proprie scelte in un contesto in continua e rapida trasformazione. Questo è avvenuto, e sta avvenendo, in uno scenario dove i sistemi di welfare (quando presenti) non sempre riescono a garantire efficaci reti di protezione. In una situazione di marcata instabilità, profondamente segnata dalla crisi economico-finanziaria del 2008, la pandemia da Covid-19 ha rappresentato un improvviso e inatteso cambiamento nelle dinamiche globali, determinato una discontinuità imprevista e improvvisa [1].
    All’interno di queste dinamiche, i giovani rappresentano la componente più colpita nel breve e nel medio-lungo periodo, sia per quanto riguarda le condizioni materiali, sia relativamente ai processi e alle dinamiche di costruzione dell’identità. Rilevanti (e potenzialmente profonde) sono le conseguenze sulla propensione a investire e progettare il futuro, in un contesto in cui le politiche faticano a dare risposte efficaci e sostegni opportuni, rimanendo sbilanciate verso la tutela delle generazioni adulte (con più peso elettorale e più presenza nelle categorie più influenti e meglio rappresentate). La pandemia ha acuito le diseguaglianze intergenerazionali e intragenerazionali, mettendo a dura prova tanto i sistemi politico-istituzionali quanto i sistemi economico-produttivi. Da ultimo, le recenti tensioni politiche connesse al conflitto russo-ucraino, hanno aggiunto ulteriore incertezza, sia rispetto alle dinamiche economiche della ripresa sia nell’atteggiamento dei singoli verso il futuro.
    Uno dei caratteri distintivi delle società avanzate è identificabile nel binomio complessità e rapidità, dal quale derivano molte più opzioni per le nuove generazioni, rispetto alle generazioni precedenti, ma anche un maggior grado di insicurezza rispetto alle scelte da intraprendere. In questo senso la carenza, se non la mancanza, di sistemi di orientamento e supporto negli snodi dei percorsi di vita e professionali, aumenta il vincolo al ribasso di aspirazioni e obiettivi, generando un passaggio alla vita adulta in cui si rischia di portare delusioni e frustrazioni, anziché energie e competenze, necessarie per contribuire alla crescita e allo sviluppo sociale.
    Se i giovani, forse ancor più che in passato, rappresentano la chiave fondamentale per agire sul cambiamento, occorre garantire condizioni adeguate perché possano svolgere tale ruolo, a fronte dell’aumento di complessità e dell’indebolimento del loro peso demografico, in senso sia assoluto che relativo, rispetto alle generazioni più mature. Se messe nelle condizioni adeguate, le giovani generazioni rappresentano la componente della popolazione maggiormente in grado di cogliere nuove opportunità dalle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal supportati, il rischio è che prevalgano le fragilità esponendoli a vecchi e nuovi rischi.

    L’investimento dell’Ue, il ritardo italiano

    Il programma NextGenerationEU, con i suoi 750 miliardi di euro messi a budget, rappresenta la principale risposta dell’Europa per porre le basi di una nuova partenza. Al nostro Paese sono stati riconosciuti poco più di 190 miliardi confermando il ruolo che l’Italia ha deciso di giocare attraverso l’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza. La centralità posta dall’Unione Europea sul fattore “giovani” risiede anche nella scelta di titolare il programma proprio alle “nuove generazioni europee” prevedendo, tra le sei principali missioni dei programmi di spesa nazionali, una specifica missione dedicata alle “politiche per la prossima generazione, l’infanzia e i giovani, come l’istruzione e le competenze”.
    Nonostante la consistente quota destinata all’Italia, il nostro Paese non ha ritenuto necessario declinare le politiche per il contrasto al divario delle giovani generazioni all’interno del proprio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), limitandosi, peraltro anche in tema di pari opportunità, a prevedere una generica (quanto poco monitorabile) “priorità orizzontale”. Nonostante ciò, a livello politico si sono attivate anche misure che vanno nel senso di una attenzione specifica, come l’istituzione del COVIGE – Comitato per la Valutazione dell’Impatto Generazionale delle politiche pubbliche presso la Presidenza del Consiglio dei ministri [2].
    Il progressivo processo di disinvestimento sulle giovani generazioni, che ha caratterizzato negli ultimi decenni il nostro Paese, incidendo in termini di riduzione in quantità e qualità adeguata di nuovi entranti nella popolazione, nella società, nell’economia, non è solo iniquo ma anche controproducente [3]. Determina una riduzione delle loro prospettive anche rispetto agli ambiti e ai territori nei quali vivono: partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dalle famiglie, si devono adattare a lavori spesso irregolari o sottopagati, oppure scelgono di emigrare. La lunga dipendenza dai genitori rappresenta sempre più una risposta a squilibri generazionali e all’aumento delle incertezze occupazionali.
    Il tema delle diseguaglianze strutturali continua a rappresentare un elemento determinante e discriminante nelle chance che definiscono il destino sociale. In definitiva, i giovani italiani sono numericamente pochi, risultano meno formati a livello avanzato, poco valorizzati quando si inseriscono nel sistema produttivo, più passivamente a carico del sistema pubblico o della famiglia di origine [4]. Se compariamo l’Italia con gli altri Paesi europei, emerge come i giovani siano meno messi nella condizione di creare valore per il “sistema Paese” e più esposti al rischio di diventare un peso in termini di costi sociali.

    Le questioni in gioco per le nuove generazioni: quattro dimensioni-chiave

    Gli squilibri demografici (intrecciati con quelli di genere, sociali e territoriali), il tema delle scelte e delle opportunità offerte in campo educativo, la centralità del lavoro e l’instabilità occupazionale, uniti al tema della partecipazione sociale e politica, rappresentano dimensioni imprescindibili per leggere in modo integrato la realtà complessa delle nuove generazioni e il loro ruolo nei processi di cambiamento in atto.

    La demografia
    Il tema demografico rappresenta una delle principali chiavi interpretative. Da diversi anni le analisi relative alle dinamiche demografiche che caratterizzano il nostro Paese segnalano il profondo e progressivo divario che separa le generazioni più giovani da quelle più anziane. Ma l’aspetto più problematico è il peggioramento del rapporto tra popolazione giovane (in diminuzione) e popolazione anziana (in continua crescita). Ne consegue anche un calo della popolazione in età lavorativa che si prevede scenderà in trent’anni anni di oltre dieci punti percentuali, passando dal 63,8% al 53,3% del totale. Alla base di queste dinamiche vi è il crollo dei tassi di natalità, che produce squilibri sulla struttura per età, che a loro volta agiscono negativamente sulle nascite, riducendo la popolazione in età riproduttiva. L’immigrazione, che spesso ha contribuito ad ammortizzare lo sbilancio demografico, non riesce più a colmare il crescente divario tra nascite e decessi.

    L’istruzione
    Il tema istruzione rappresenta un ulteriore punto strategico. Le scelte e i percorsi lavorativi, i tempi e i modi che definiscono la formazione della famiglia, e più in generale i comportamenti, gli stili di vita e le condizioni socioeconomiche di individui e famiglie, sono fortemente legati alle scelte fatte alla luce delle opportunità educative presenti. La solidità del sistema educativo, in tutti i suoi livelli, e la sua capacità di formare una forza lavoro che sappia rispondere alle opportunità presenti e future del mercato del lavoro, rappresenta un elemento essenziale per la crescita e lo sviluppo di un Paese. Nonostante le giovani generazioni abbiano riempito un divario storico importante, la distanza con i coetanei europei resta consistente. Se poi guardiamo le differenze territoriali, emerge ancora una volta la frattura tra Nord e Sud del Paese. Nel Mezzogiorno, se si sono ridotte le differenze sui diplomati, crescono decisamente per quanto riguarda i laureati. In generale si registra come alla bassa incidenza di giovani che raggiungono un titolo universitario concorra, oltre ad un ridotto tasso di ingresso, un’elevata probabilità di insuccesso, con l’interruzione del percorso prima del conseguimento del titolo. Questo abbandono degli studi introduce la principale spina nel fianco del sistema italiano, ovvero l’elevata quota di giovani esclusi sia dal sistema formativo sia dal mercato del lavoro, ovvero i Neet. L’Italia continua ad essere il Paese con il più alto numero di giovani in questa condizione, di conseguenza quello che maggiormente “spreca” il potenziale dei giovani. La percentuale di Neet (20-34 anni) nell’Unione europea toccava nel 2020 il valore più basso in Olanda (8,2%) e il più elevato proprio in Italia (29,4%) [5].

    Il lavoro
    Ulteriore tema chiave è quello connesso al lavoro e alla transizione tra il sistema scolastico e il mercato del lavoro [6]. Le difficoltà incontrate nella fase di passaggio dalla scuola al lavoro hanno ricadute rilevanti sui tempi di conquista di una propria autonomia, economica prima di tutto. A questo va aggiunta la difficoltà di accesso all’abitazione, difficile se non impossibile senza l’aiuto dei genitori (possibilità di ottenere un mutuo o sostenere con continuità i costi dell’affitto senza avere lavoro stabile). L’età mediana di uscita dalla famiglia di origine è salita a livelli attorno ai 30 anni nel nostro Paese, mentre risulta inferiore ai 25 nei paesi scandinavi, in Francia, Germania e Regno Unito. La crisi sanitaria dettata dalla pandemia ha inciso in maniera sensibile sulla diminuzione del tasso di occupazione dei giovani.

    La partecipazione sociale e politica
    Da ultimo, ma non per ultimo, troviamo il tema della partecipazione sociale e politica [7]. Qualsiasi processo di cambiamento che intenda migliorare le possibilità di sviluppo del Paese ha bisogno del contributo attivo delle nuove generazioni, non solo come manodopera, ma a qualsiasi livello della vita sociale e politica. Non si tratta solo di dare spinta, ma anche direzione al cambiamento. Nonostante il crescente interesse per le tematiche politiche in senso ampio, la politica agita, attraverso la partecipazione elettorale, è in progressivo calo, a testimonianza di un problema di rappresentanza da parte dei partiti politici delle istanze dei giovani. I giovani che si attivano e in qualche modo sono interessati a questioni politiche, lo fanno sulla spinta connessa ai temi trattati. Il problema è che le questioni per le quali si attivano i Millennial e la generazione Zeta sono praticamente assenti o poco sostenute nel dibattito politico. Forse anche per questo i giovani preferiscono attivarsi, manifestando e dimostrando il proprio distacco dalla politica istituzionale come dimostrano il successo di iniziative come Fridays for Future e il Green Movement più in generale. Anche altri temi, considerati più delicati per la politica tradizionale, trovano il sostegno dei giovani come, per esempio, quelli connessi ai diritti sul riconoscimento delle minoranze di genere. Sono molti, comunque, coloro che, come già detto, faticano a trovare una proposta che in qualche modo dia voce ai temi e alle istanze che li interessano o che a vario titolo possono vederli coinvolti.

    NOTE

    1 Cfr. Migliavacca, M. (2019), Eppur non si muove. Le ragioni di un’Italia diseguale, in «Rivista delle Politiche Sociali», 1, pp. 215-230 e Migliavacca, M. (2021), Diseguali opportunità. Il peso della povertà sulle giovani generazioni, in Istituto Toniolo (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2021, Bologna, Il Mulino, pp 157-178.
    2 Nel focus della rivista «Politiche Sociali/Social Policies», 1/2022, da noi curato, si occupa di questi temi il saggio di Luciano Monti, PNRR e divario generazionale. Dalla misurazione alla valutazione di impatto delle politiche per i giovani, pp. 113-128.
    3 Caltabiano, M. e Rosina, A. (2018), The Dejuvenation of the Italian Population, in «Journal of Modern Italian Studies», 23, 1, pp. 24-40.
    4 Rosina, A. (2021), “Il lavoro nelle nuove generazioni”, in CNEL, XXIII Rapporto Mercato del lavoro e contrattazione collettiva 2021, Roma.
    5 Nel focus di «Politiche Sociali/Social Policies» 1/2022, Lo Verde e colleghi approfondiscono i modelli di consumo delle famiglie con Neet: Household Expenditures and the Status of Children: An Analysis of the Italian Case, pp. 61-88.
    6 In proposito si vedano, nel focus di «Politiche Sociali/Social Policies» 1/2022 l’articolo di Federica De Luca, Il Servizio Civile come politica efficace per i giovani nel quadro del Next Generation EU, pp. 31-60, e il contributo di Licciardo e colleghi, Rural Development Policies Supporting Generational Renewal. Some Evidence from the Italian Experience, pp. 89-112.
    7 Affrontato, nel focus di «Politiche Sociali/Social Policies» 1/2022, da Ilaria Pitti con il saggio In the Margins: Young Italians’ Social Participation between Engagement and Inclusion, pp. 15-30.

    FONTE: https://www.secondowelfare.it/primo-welfare/il-posto-dei-giovani-tra-presente-e-futuro/#easy-footnote-bottom-7-56574



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