Il segreto
della giovinezza
Per un risveglio della simbolica giovanile
Umberto Galimberti
No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca,
più desiderabile e più misteriosa - da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore,
quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è vòlto alla conoscenza -
e non un dovere, non una fatalità, non una fede. {...}
La vita come mezzo di conoscenza.
Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente,
ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere.
(F. NIETZSCHE, La gaia scienza (1882), § 324)
Forse un modo per oltrepassare il nichilismo, almeno nelle sue catastrofiche ricadute giovanili, è quello di risvegliare e consentire ai giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto. È questa la proposta di Maurizio Mancuso, [1] la cui ricerca si scosta senza esitazioni da tutti gli studi che le scienze umane hanno dedicato al mondo giovanile, senza coglierne la simbolica che lo promuove, nonostante la letteratura, la filosofia, il cinema, la pubblicità non hanno mai smesso di segnalarla. Questa simbolica è custodita e secretata nel loro cuore, ora silenzioso ora tumultuoso, della cui forza, forse, abbiamo privato i nostri giovani, spuntando quelle che il Salmo 127 definisce "frecce": "Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza". [2]
Per riscoprire questa simbolica occorre distanziarsi dallo sguardo psicologico che considera la giovinezza come un'età di mezzo in cui non si è più bambini e non si è ancora adulti, e perciò età faticosa, difficile, fonte di sofferenze e di ansie, età di transito, età inadeguata. E anche dallo sguardo sociologico che punta gli occhi sulla devianza (i drogati, i violenti, gli sfaccendati), versione scientifica delle ansie genitoriali che si nutrono di timore per il futuro, senza neppure il sospetto che la devianza forse altro non è che la frustrazione della simbolica che anima la giovinezza.
È come se lo sguardo senile della cultura occidentale non avesse più occhi per la condizione giovanile che potrebbe portare un rinnovamento, e perciò la lascia ai margini del proprio incedere, parcheggiata in spazi vuoti e privi di prospettive, senza farsi sfiorare dal dubbio che forse il sintomo della fine di una civiltà non è da addebitare tanto all'inarrestabilità dei processi migratori o ai gesti disperati dei terroristi, quanto piuttosto al non aver dato senso e identità e quindi aver sprecato le proprie giovani generazioni, la massima forza biologica e ideativa di cui una società dispone.
Il segreto della giovinezza, forse più noto ai ricercatori di mercato che ai sociologi, agli psicologi, agli educatori e agli stessi genitori, deve essere riconosciuto e riconsegnato ai giovani, che lo vivono comunque, ma un po' alla cieca, perché è stata loro sottratta la mappa, che occorre rintracciare, ricomponendo i pezzi spesso incodificabili dei comportamenti giovanili.
Nel segreto della giovinezza, la prima figura che rintracciamo è l'espansività. Già gli antichi Greci avvertivano che la vita non è eterna, ma breve, e, proprio perché breve, va vissuta in tutta la sua espansività. [3] Espansività vuol dire pienezza, quella pienezza cantata da Africa Unite: "Ci sono notti che le labbra bruciano nel sale, quelle notti da farci l'amore fin quando fa male". [4]
Espansività vuol dire potenza che si esprime nello spirito animale del giovane che sfida romanticamente gli elementi, puro tuffo nella vita che osa la temerarietà. Espansività vuol dire accelerazione della vita che detesta la ripetizione e giunge a stressare l'esperienza, fino al "dis-astro" che, come ci ricorda Steiner, "è una pioggia di stelle sull'umanità". [5]
E poi coralità giovanile ben espressa da quella canzone dei Beatles: "Io sono lui, come tu sei lui, come tu sei me e noi siamo tutti assieme". [6] Sensazione di appartenere a una comunità nascente, sentimento di nascere insieme al mondo, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo. Stupore incantato del riconoscimento, da cui nasce la propria identità, non attraverso un processo di interiorizzazione, ma come dice il poeta spagnolo Aleixandre, "attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore", [7] per intonare, direbbe Apollinaire, "il canto di tutto l'amore del mondo". [8]
All'area mitica della giovinezza, oltre all'espansione per cui Nietzsche scrive: "Il giovane viene spinto selvaggiamente nell'esistenza", [9] in quella bella continuità di speranze che, al dire di Conrad: "non conosce pause né introspezioni", [10] appartiene anche la figura dell'assenza che non è mancanza, ma tensione esplorativa, dinamica, immaginativa, fantastica. Se l'espansività è l'adesione incondizionata alla pienezza della vita, la sensazione che il reale, come dice Musil, "non esaurisce tutto il possibile", [11] spinge i giovani verso quegli universi alternativi alla realtà, perché, prima di essere reale, la vita deve essere fantasticata.
È la forma della passione che, diceva Stendhal, "non è cieca, ma visionaria" [12] e perciò "prende il vento dell'eventuale" (Breton), [13] "come il mare che è sempre qualcosa che ricomincia" (Sartre), [14] perché ogni giovane, come il Tonio Kröger di Thomas Mann, "è portato per mille modi d'esistenza". [15]
La passione per l'assenza inventa il gioco, come quel muoversi di qua e di là per non farsi risucchiare dalla monotona ripetizione del reale, inventa l'utopia per creare spazio a un'idea e, con la luce dell'ideale, illuminare lo spessore opaco del reale. L'utopia giovanile non è necessariamente una fuga nel sogno e neppure, all'altro estremo, una densa consistenza ideologica, ma un pensare con il cuore che immette nel pensiero una corrente di calore, perché, ce lo ricorda Dostoevskij, nel giovane "la logica è sempre fusa ad un violento sentimento che si impadronisce di tutto l'essere" [16] e porta a "scardinare la mediocrità della vita di tutti i giorni e andare a far volare l'aquilone nel prato" (Brizzi), [17] perché l'utopia, come scrive Beck, "invoca l'immaginazione come soluzione". [18]
E poi il viaggio che per Elias Canetti è la metafora del "desiderio giovanile di varcare ogni confine". [19]"Dove andiamo", si legge in Kerouac, "non lo so, ma dobbiamo andare". [20] "Anche dall'altra parte della vita", scrive Céline, [21] come i bambini che, per scoprire, guardano gli oggetti che ricevono in regalo anche da dietro, anche dall'altra parte. Viaggiare, magari o soprattutto senza una meta, per il giovane vuol dire assorbire visi, parole, moltitudini, inghiottire l'universo per non morire di noia.
E poi, a fianco dell'utopia, la sfida per mettersi alla prova, per far nuovi tentativi, per commentare, lanciando una sfida, il mondo che stanno ereditando, prima che siano date le consegne. In ogni sfida giovanile c'è sempre un gesto ulteriore, una sorta di escursionismo simbolico, in cui traluce il desiderio di annaspare per qualcosa di diverso, qualcosa di meglio rispetto a quello che si è in procinto di ricevere. "Un abisso a mia disposizione? Grazie per l'occasione", scrive Paul Claudel. [22]
E oltre la pienezza espansiva e l'assenza che promuove la ricerca, al segreto della giovinezza appartiene la trasformazione, la missione creativa del cambiamento che Paul Valéry descrive come un "andare senza dèi verso la divinità". [23] È nella trasformazione, infatti, che il giovane valorizza i suoi maestri, semmai ne ha avuti, perché il passato è l'abbrivio del futuro.
In mezzo c'è la figura della riappropriazione di quanto, nello slancio della vita, si è depositato nel sottosuolo dell'anima, ma non si è estinto. La riappropriazione giovanile non è senza ribaltamento. "Mi avete fregato di nuovo", si legge nella Lettera ad una professoressa della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani. "Ma io sarò maestro e farò scuola meglio di voi". [24]
Il ribaltamento non è dissoluzione pantoclastica, non è azzeramento, ma, come dice il giovane protagonista di Padri e figli, è "sgombrare lo spazio", [25] rifiutare "i sorrisi col cuore piegato" (G. Corso), [26] ribellarsi alla morale quietista che "insegna alla gente ad accettare le calamità della vita" come si dice nel film Mosquito Coast. [27]
Il ribaltamento allude alla ricostruzione, che non consiste nel far vincere il contrario di ciò che è stato, perché, come ci ricorda Breton, "attaccare la morale è un altro modo di renderle omaggio", [28] ma consiste nel prendere consapevolezza che, come scrive Benjamin, "ogni giorno noi usiamo forze immense, come i dormienti. Ciò che noi facciamo e pensiamo è colmo dell'essere dei padri e degli avi". [29]
Dopo l'irruenza espansiva, dopo il vagabondare nell'assenza, dopo la passione che trasforma, i giovani prendono a scrutare nel proprio cuore e si svelano a se stessi. La rivelazione di sé a sé, che accompagna l'individuazione, è l'ultima costellazione del mito della giovinezza quando, come scrive Yeats, "si scruta dentro il cuore, perché è lì che sta crescendo l'albero sacro". [30]
È allora che comincia a declinarsi il "pronome riflessivo" (Kierkegaard) [31] con la voglia di andare oltre la soglia, fino al proprio centro. L'io cerca casa, ma la trova all'aperto, perché l'io non è una costruzione, ma una scoperta resa possibile da una danza che "danza verso la propria definizione" (Rukeyser), [32] che è poi quella che Hölderlin chiama "la grande ora". [33]
Proprio perché si è "infranta la propria fatalità" (Artaud) [34] si può far prova della propria vita. Non nel senso, come si è soliti dire, che i giovani rappresentano il futuro perché un giorno diventeranno adulti. Niente di più falso.
La loro età non è un transito. Il futuro è già ben descritto nel presente giovanile che, se può apparire aberrante, è solo perché noi adulti, consegnati alla nostra rassegnazione, quando non al cosiddetto "sano realismo", abbiamo svilito il segreto della giovinezza, che è quel dispositivo simbolico in cui sono già ben scritte e descritte le figure del futuro, che solo la nostra pigrizia mentale ed affettiva ci impedisce di cogliere.
NOTE
1 M.S. MANCUSO, Le frecce dell'eroe. Le figure mitiche della giovinezza da Dioniso alla pubblicità dei jeans, Franco Angeli, Milano 2005.
2 Salmo 127, 3.
3 Si veda in proposito U. GALIMBERTI, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Feltrinelli, Milano 2005, capitolo 24: "La cura di sé".
4 AFRICA UNITE, Notti, in Vibra, 2000.
5 G. STEINER, After Babel (1975); tr. it. Dopo Babele, Garzanti, Milano 1994, p. 121. 6 BEATLES, I am the Walrus, Northern Songs, 1967: "I am he, as you are he, as you are me, and we are all together".
7 V. ALEIXANDRE, Il poeta canta per tutti (1954), in Poesia spagnola del Novecento, Guanda, Parma 1961.
8 G. APOLLINAIRE, Calligrammes (1913-1918); tr. it. Il canto d'amore, in Calligrammi, Mondadori, Milano 1986.
9 F. NIETZSCHE, Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik (1872); tr. it. La nascita della tragedia dallo spirito della musica, in Opere, Adelphi, Milano 1972, vol. III, 1, p. 25.
10 J. CONRAD, The Shadow Line (1917); tr. it. La linea d'ombra, Einaudi, Torino 1949, p. 28.
11 R. MUSIL, Der Mann ohne Eigenschaften (1930-1942); tr. it. L'uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1957, p. 439.
12 STENDHAL, De l'amour (1822); tr. it. L'amore, Mondadori, Milano 1980, p. 89.
13 A. BRETON, L'anthologie de l'humour noir (1943); tr. it. La confessione sdegnosa, in Antologia dello humour nero, Einaudi, Torino 1966, p. 61.
14 J.-P. SARTRE, Situations II, III, IV (1947); tr. it. Che cos'è la letteratura?, il Saggiatore, Milano 1966, p. 282.
15 TH. MANN, Tonio Kröger (1903); tr. it. Tonio Kröger, in Racconti brevi, Mondadori, Milano 1977, p. 77.
16 E DOSTOEVSKIJ, Podrostok (1876); tr. it. L'adolescente, Einaudi, Torino 1957, p. 63.
17 E. BRIZZI, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Transeuropa, Massa 1994, p. 62.
18 BECK, Dieci canti per affrontare la rivoluzione, in L'altra America negli anni sessanta, Arcana Editrice, Roma 1993, vol. II, p. 77.
19 E. CANETTI, Die Provinz der Menschen. Aufzeichnungen (1942-1972, 1973); tr. it. La provincia dell'uomo, Adelphi, Milano 1978, p. 85.
20 J. KEROUAC, On the Road (1957); tr. it. Sulla strada, Mondadori, Milano 1959, p. 72.
21 L.-F. CELINE, Voyage au bout de la nuit (1932); tr. it. Viaggio al termine della notte, Mondadori, Milano 1959, p. 291.
22 P. CLAUDEL, Ballata (1915), in Poesia francese del Novecento, Bompiani, Milano 1985, p. 42.
23 P. VALÉRY, Cantico delle colonne (1915), in Poesia francese del Novecento, it., p. 108.
24 SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa (1967), Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1996, p. 48.
25 I.S. TURGENEV, Otcy i deti (1862); tr. it. Padri e figli, Garzanti, Milano 1973, p. 164.
26 G. CORSO, Variazione su una generazione, in Battuti & Beati, Einaudi, Torino 1996, p. 124.
27 P. WEIR, Mosquito Coast, 1986.
28 A. BRETON, La confessione sdegnosa, cit., p. 65.
29 W. BENJAMIN, Metafisica della gioventù. Scritti 1910-1918, Einaudi, Torino 1982, p. 66.
30 W.B. YEATS, The Two Trees (1893); tr. it. I due alberi, in L'opera poetica, Mondadori, Milano 2005, p. 165.
31 S. KIERKEGAARD, Enten-Eller (Aut-Aut) (1843); tr. it. Enten-Eller, Adelphi, Milano 1976-1989, vol. II, p. 88.
32 M. RUKEYSER, Addormentata e desta (1943), in Poesia americana del Novecento, Guanda, Parma 1963, p. 41.
33 E HÖLDERLIN, Hyperion oder der Eremit im Griechenland (1797-1799); tr. it. Iperione o l'eremita in Grecia, Feltrinelli, Milano 1984, p. 37.
34 A. ARTAUD, Sul suicidio (1945), in Poesia francese del Novecento, cit., p. 28.















































