In cammino con i giovani,
pellegrini di speranza
Isabella Guanzini [1]
1. Giovani, pellegrini, speranza
Il titolo che mi è stato affidato, legato al prossimo del Giubileo dei giovani, contiene tre significanti storico-antropologici importanti, e direi molto giusti per iniziare un nuovo anno accademico: giovani, pellegrini, speranza. Tutti e tre contengono un elemento profondamente dinamico, come se potessero esistere solo nel movimento e nello slancio. Tutti e tre custodiscono per questo anche un tratto indefinibile e indisponibile, di apertura e di possibilità, che non si può fissare o trattenere in un concetto o in una definizione. Tutti i tre elementi sono un controcanto radicale rispetto alla mancanza di prospettive, alla rassegnazione e alla tendenza all’isolamento che caratterizzano il nostro tempo; sono parole-protesta contro chi non vede possibilità di metamorfosi e di novità e, per paura o senso di impotenza, sceglie il chiuso, la stasi, la ripetizione dell’identico, e cade nella disperazione.
Queste immagini linguistiche – giovani, pellegrini, speranza – evocano dunque un processo in corso e non uno stato, un movimento che spinge in avanti e rompe ogni compattezza e chiusura. Non si può effettivamente immaginare la vita se non come uno slancio, come produzione incessante di novità e di differenze che sblocca e allarga la realtà, permettendo l’apertura e lo sconfinamento nel futuro. Tale processo implica inoltre un‘esperienza del tempo come durata, come attesa e come desiderio, che sottrae ognuno di noi a un destino già scritto (spesso dagli altri) e sfida la logica della coercizione e dell’impossibilità del cambiamento. In questo modo, queste tre parole iscrivono nella vita ordinaria dei singoli e delle comunità – anche quella universitaria – una sorta di coscienza utopica, ossia la possibilità della libertà e del desiderio di trasformazione, a partire dalla coscienza critica della correggibilità del mondo.
Vorrei proporvi, per iniziare, alcune domande formulate da Samuel Beckett che, nei suoi Testi per nulla, fa eco ai celebri interrogativi kantiani («Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare?»):
Dove andrei se potessi andare?
Che cosa sarei se potessi essere?
Che cosa direi se avessi una voce?
Questa trasformazione verbale, al condizionale, degli interrogativi kantiani non è certamente casuale e attraversa tutta la poetica beckettiana. Si rivela in essa la rottura tragica provocata da due guerre mondiali, la fine dell’ideologia del progresso e della possibilità di trovare un orientamento sicuro nel vivere («Dove andrei se potessi andare?»), la difficoltà di identificarsi in qualcosa di significativo e duraturo («Che cosa sarei se potessi essere?»), l’impossibilità di trovare un linguaggio per dire se stessi e raccontare la propria storia, o di esprimersi criticamente nei confronti di ciò che non appare accettabile («Che cosa direi se avessi una voce?»). Attraverso queste domande, Beckett interrompe e ironizza ogni speranza a buon mercato (Aspettando Godot, 1952) e mette a nudo ogni falsa ed ingenua ideologia del benessere (Giorni felici, 1963). È in ogni caso il coraggio di porsi queste domande che per Beckett si possono distinguere gli esseri umani che cercano da quelli che hanno rinunciato a cercare.
Giovani, pellegrini, speranza: in tutte e tre queste figure si è ancora privi di un luogo proprio, si è tesi verso una meta che resta ancora, almeno in parte, indecifrabile: con le metafore della giovinezza, del pellegrinaggio e della speranza ci confrontiamo con una dinamica incompiuta, eccedente e, in definitiva, enigmatica dell’esistenza umana, che mette in tensione ogni posizione e ogni status con se stessi, ponendoli in contatto con qualcosa che li supera – una nostalgia, una mancanza, un’utopia o un desiderio.
2. I giovani e l'inizio
Ecco allora che, in questo nuovo anno accademico, si ricomincia a cercare, a incontrarsi, a leggere, a interrogarsi, a sperare. Ogni inizio contiene infatti più possibilità che realtà, più incertezza che chiarezza, e insieme più speranza che rassegnazione: l’inizio è una apertura sul mondo, sul sapere e anche sul credere. L’inizio è una dimensione del sogno e del desiderio: è un movimento spinto dalla ricerca di ciò che ancora manca, di ciò che ancora non si sa e si desidera sapere.
In effetti, come afferma la filosofa Hannah Arendt polemizzando con il suo maestro Martin Heidegger, gli esseri umani non sono venuti al mondo per morire, ma per incominciare. Noi non siamo infatti soltanto creature mortali, ma anche natali. La natalità, questa possibilità di incominciare, è «il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina» [2]. Lasciate a sé stesse, le cose e le situazioni non possono che dirigersi verso la propria scomparsa (biologica, simbolica, storica).
Proprio questa parola, che lei definisce anche come natality, rappresenta per lei l’unica via d’uscita dalla barbarie e dalla distruzione. L’introduzione del nuovo nel mondo e nella storia, scrive la filosofa Hannah Arendt nel suo saggio Vita activa (1958), «è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità». Così avviene con ogni nascita, grazie a cui, ogni volta, fa il suo ingresso nel mondo la possibilità. Si tratta della possibilità assolutamente inedit del nuovo e della speranza che questo nuovo sappia interrompere il corso automatico e spesso implacabile della rassegnazione e dell’alienazione.
Arendt si rivolge soprattutto alle giovani generazioni, a coloro che, più degli adulti, sono vicini all’inizio e, soprattutto, aperti all’inizio, ossia a dare un nuovo corso alle cose e alle parole.
Cosa significa questa vicinanza dei giovani all’inizio? Per prima cosa ciò comporta un atto di memoria e di ripetizione. Ognuno è chiamato a ricordare e a ripetere, nelle piccole o grandi azioni nel mondo comune, il miracolo dell’essere nato, a non dimenticarsi del miracolo del proprio inizio.
«Il miracolo della libertà è insito in questo saper cominciare, cha a sua volta è insito nel fatto che ogni uomo, in quanto per nascita è venuto al mondo che esisteva prima di lui, e che continuerà dopo di lui, è a sua volta un nuovo inizio» [3].
Il «gesto folle» di essere messi al mondo – di apparire nel mondo – diviene qui il Miracolo – come l’amore o la rivoluzione – introduce nella storia un elemento sorprendente e inatteso di trasformazione e creatività, capace di «fare nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
Ciascuno di noi porta iscritto sulla nuca, come una tacca che non possiamo vedere, il segno di una promessa e di una speranza di trasformazione. Per questo, direbbe Walter Benjamin, «siamo stati attesi sulla terra».
Hannah Arendt affida soprattutto alle giovani generazioni il compito di «essere inizio» o, nell’espressione di Romano Guardini un «inizio vivente di azioni» [4].
Perché proprio i giovani? Perché, scrive, le giovani generazioni sono chiamate a realizzare la «promessa di redenzione per chi non è più inizio» [5]. Chi non è più inizio? Chi ha perso la memoria dell’essere nati, chi non ha più il desiderio, la volontà, o la speranza di dare un nuovo corso alle cose, di «fare nuove tutte le cose». Chi non è inizio è chi si abbandona agli eventi, senza lasciare l’impronta del proprio agire del proprio sentire nel mondo comune.
Ciò che ci rende esseri umani liberi è per Arendt proprio il talento di agire, ossia di iniziare, di «mettere al mondo il mondo», che è come fare miracoli. «L’agire ha la particolarità [...] di sancire un nuovo inizio, di cominciare qualcosa di nuovo, di prendere l’iniziativa. [...] Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana» e salvare la storia dai suoi propri orrori. Se questo è vero, allora – riprendendo una delle tesi sulla filosofia della storia di Benjamin – i giovani sono «stati attesi sulla terra» [6].
Ma cosa significa questo talento di agire nell’epoca dell’intranquillità (Miguel Benasayag, 2023) o della «generazione ansiosa» (Jonathan Haidt, 2024)? Cosa significa iniziare nella «società della stanchezza» (Byung-chul Han, 2020) o nel tempo della «fine delle illusioni» (Andreas Reckwitz, 2021)? Cosa è andato storto, da cosa occorre far ripartire, per poter ricominciare di nuovo? Una domanda impossibile: Da cosa occorre salvare il mondo, attraverso un nuovo inizio?
3. Il peso più grande
Rivolgersi alle giovani generazioni per immaginare il futuro della società e della cultura significa innanzitutto interrogare criticamente l’eredità che hanno ricevuto. Ciò significa a mio parere, in questo momento storico, affrontare innanzitutto una questione antropologica ed etica che pesa su chi desidera compiere un pellegrinaggio nella speranza, rendendo il procedere molto faticoso.
Uno dei pesi più grandi ereditati dalle generazioni precedenti è un’idea di prosperità e di vita buona che dipende dalla crescita, in tutti i suoi aspetti. Stiamo giocando da decenni una partita strutturalmente e culturalmente ancorata alla crescita intesa come un movimento in avanti attraverso l’ottimizzazione di tutti gli ambiti della vita, che fa del mondo il punto di aggressione delle nostre azioni. Il ritorno barbarico della guerra, ma anche ciò che nel corso dei secoli abbiamo fatto della nostra madre terra, sono esempi tragici e radicali di tale pulsione aggressiva, che tuttavia si è ormai iscritta nel nostro modo di essere, di pensare e di vivere il tempo: «Tutto ciò che appare deve essere conosciuto, dominato, conquistato, utilizzato», afferma il sociologo Hartmut Rosa in un libro bellissimo, Indisponibilità. All’origine della risonanza (Queriniana 2023). Siamo strutturalmente obbligati (dall’esterno) e culturalmente spinti (dall’interno) a trasformare il mondo in un punto di aggressione, rendendo le cose non soltanto sempre più disponibili (a una portata di click), ma anche più veloci, più facili, più economiche, più efficienti, più affidabili e controllabili. Dietro questa pulsione si nasconde una riorganizzazione pervasiva del nostro rapporto con il mondo che, dal punto di vista storico, culturale, economico e istituzionale, risale a molto tempo fa, ma che nel XXI secolo si è radicalizzata, non da ultimo a causa delle possibilità tecnologiche della digitalizzazione e dalle richieste di ottimizzazione e crescita prodotte dal capitalismo dei mercati finanziari.
Il rapporto con la natura, le relazioni sociali, ma anche il rapporto con il proprio corpo sono infatti diventati lungo i decenni lo spazio di una necessaria e mai sufficiente ottimizzazione parametrica. Non si misurano più solo la pressione sanguigna e il peso, ma anche il numero di passi e le ore di sonno, e lo stesso vale per la sfera sociale, nei termini di impatto della propria immagine e della propria presenza nei social.
È molto difficile sfuggire a questa logica, perché ha assunto la forma di una persistenza inconscia, oggi indurita digitalmente. Accettare la logica di questa costante escalation in tutti gli ambiti in cui i soggetti ipermoderni operano (lavoro, tempo libero, relazioni sociali e affettive, istruzione, politica, intrattenimento, cultura, ecc.) è per Rosa un azzardo e un’impossibilità esistenziale, a cui corrispondono diversi sintomi nella società della stanchezza. Mentre aumentiamo il nostro capitale e la nostra efficacia sociale, perdiamo lentamente il contatto con noi stessi e con il mondo, facendoci oggetti entro un sistema che alimenta soltanto se stesso. Mentre tutto appare a noi sempre più disponibile (una vacanza invernale, un concerto, un paio di sneakers con un semplice click), e noi lavoriamo meticolosamente per assicurarci che nessun desiderio rimanga insoddisfatto, cresce un senso atmosferico di insoddisfazione e di alienazione, per cui nulla sembra davvero appartenerci, toccarci, chiamarci per nome.
L’Occidente altamente sviluppato ha infatti prodotto un soggetto che mira alla prestazione, rimuovendo la vocazione. La differenza è immensa. Nella nostra configurazione sociale eminentemente monetaria e individualista, dove, per la prima volta nella civiltà umana i valori tecno-economici dominano incontrastati, ogni essere umano è “chiamato” a realizzarsi, a farsi un nome, a essere in forma e produttivo, spesso perdendo se stesso e il suo desiderio di abitare il mondo, il modo proprio di essere al mondo.
Questo è il paradosso della società moderna: più il nostro tempo, la nostra salute, il nostro corpo diventano disponibili, dominabili e analizzabili da dati e algoritmi, restano per così dire “sotto controllo”, più il mondo diventa una sostanza inerte e priva di significato, una realtà illeggibile che minaccia di diventare muta. La reificazione e il disincanto del mondo sono il rovescio o lo specchio della nostra stessa alienazione. Un mondo trasformato in un mero oggetto di consumo è un mondo che non parla e del quale non si comprende il senso. Di conseguenza, diventiamo sempre più incapaci di trovare il nostro posto in una realtà che è stata messa a tacere (da noi).
In tutte le fasi principali della vita, dalla nascita all’educazione dei figli, dalle relazioni amorose alla costruzione delle carriere, dalla malattia all’invecchiamento e persino alla morte, c’è una tensione irresolubile tra i nostri sforzi e il nostro desiderio di rendere le cose e gli eventi prevedibili, gestibili e controllabili e la nostra intuizione o il nostro desiderio di lasciare semplicemente che la ‘vita’ accada, di ascoltarla e poi di rispondere a essa in modo spontaneo e creativo. Sentiamo questa tensione, ma siamo dominati dalla pulsione al controllo e diventiamo sempre più incapaci di sperimentare il mondo nella sua vitalità, perdendo in questo modo la nostra vera “connessione” con il mondo.
4. La speranza della risonanza
E proprio per questo, la “vita”, ossia l’esperienza del sentirsi vivi e di incontrare veramente il mondo – ciò che rende possibile quel che Rosa definisce risonanza, che è «la nostra relazione primaria con il mondo» e ciò che tutti noi intimamente cerchiamo – sembra sempre sfuggirci. Questo a sua volta porta a stati di ansia, di frustrazione, di impotenza, di rabbia e persino di disperazione, che spingono soprattutto le giovani generazioni all’isolamento sociale o al passaggio all’atto violento.
Entro un mondo diventato un oggetto a nostra disposizione e a un modo di agire dettato dalla prestazione e dall’ottimizzazione manca lo spazio proprio della libertà, ossia dell’azione e della vocazione.
Se, come afferma Rosa, il problema è la prestazione o l’accelerazione e l’alienazione che da esse deriva, allora forse la soluzione è la risonanza: «Un mondo migliore è possibile, e si riconosce dal fatto che la sua misura centrale non è più il controllo e la disposizione, ma l’ascolto e la responsività», ossia la disponibilità a lasciarsi raggiungere da qualcosa o qualcuno che ci parla.
Una relazione “risonante” con il mondo, entro cui soggetto e realtà si toccano reciprocamente e si trasformano contemporaneamente parlando con voce propria, contraddice un atteggiamento il cui impulso di base è la ricerca illimitata dell’ottimizzazione e del controllo, e implica inizialmente una forma di passività e di ricettività, ossia una disponibilità di fondo a lasciarmi raggiungere dall’altro. Ecco perché la ricerca di un nuovo approccio al mondo, che non lo trasformi nel punto di aggressione del nostro produrre, ma nello spazio risonante del nostro agire e sentire, diviene una questione politica (e religiosa!) centrale del nostro tempo.
Per entrare in relazioni di risonanza devo abbattere le difese e permettere all’altro – la natura, un brano musicale, un testo letterario, altri esseri umani, l’Altro – di manifestarsi, di raggiungermi e di trasformarmi. Ciò può però accadere se questo “altro” mi raggiunge paradossalmente nella sua alterità, ossia nella sua indisponibilità, ossia se sfugge alla mia pulsione al controllo e ai miei programmi. Come ci ricorda una proposizione di Ludwig Wittgenstein contenuta nelle sue Ricerche filosofiche: «Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello». Perché ciò o colui che aspettiamo appartiene al nostro immaginario e al nostro linguaggio, mentre ciò o colui che arriva realmente, come una sorpresa, appartiene alla dimensione improgrammabile e indisponibile dell’evento, che sfugge alla nostra possibilità di ridurlo alle nostre categorie e precomprensioni. Nello stesso, la risonanza qualificata nasce solo quando rispondo in modo efficace e singolare a questi impulsi “ricevuti” e permetto a me stessa e all’altro di essere trasformata dall’incontro.
Abbiamo creato un mondo in cui non vogliamo essere chiamati, e abbiamo lentamente perso la nostra fede.
Perché è solo nell’incontro con l’incontrollabile e l’indisponibile che sperimentiamo davvero il mondo e incontriamo davvero l’altro. Solo allora ci sentiamo toccati, commossi, vivi.
Si tratta allora di mettere in atto – di iniziare, ogni volta! – modalità di rapporto con la realtà, con se stessi e con l’altro capaci di disinnescare la logica del controllo, dell’aggressione e del mero consumo delle cose, per fare spazio a forme sensibili di incontro, allo stesso tempo fisiche e spirituali (e non necessariamente armoniche!), entro cui il soggetto e il mondo possano toccarsi e trasformarsi a vicenda.
Benché non ci sia mai modo di “fabbricare” la risonanza, di produrla strumentalmente – così come non è possibile programmare l’addormentarsi o la caduta della neve (anche se certamente possiamo prendere dei sonniferi, così come le stazioni invernali possono impiegare cannoni da neve) –, è possibile creare le condizioni perché qualcosa accada: alzare lo sguardo dagli schermi, qualche volta amare il silenzio, avere il «coraggio di essere» anche senza copertura, come direbbe il teologo Paul Tillich. In tedesco c’è una bella parola, Aufhören, che significa: fermarsi, ascoltare (perché qualcosa ti sta chiamando). Si deve permettere a qualcosa o qualcuno di raggiungerti e di chiamarti. Anche nella nostra vita quotidiana abbiamo perso la capacità di essere chiamati, di essere aperti a questo “altro” trasformativo.
Ciò vale naturalmente anche per ogni esperienza di fede: «È dall’inconosciuto e come sconosciuto che il Signore arriva sempre nella propria casa e dai suoi: “Ecco, io vengo come un ladro” (Ap 16,15; cf. 3,3)» [7]. Solo così può avvenire la fede, che è sempre un incontro con un Indisponibile che ci interpella senza mai lasciarsi trattenere, con lo sconosciuto che non conosciamo, pur credendo in lui.
Credo che i giovani stiano assumendo, a più livelli – nel mondo del lavoro, della cultura, della realtà sociale e famigliare –, una nuova coscienza critica nei confronti di un mondo accelerato e di stili di vita alienati. Sono loro la coscienza apocalittica di questa disconnessione radicale fra professione e vocazione, fra disponibilità e indisponibile, e stanno cercando, un po’ a testoni, nuove forme di impegno, di formazione e di socializzazione. Sono loro che urgono, che cercano di mettere in moto qualcosa di nuovo e sono in cerca di vere risonanze, sfidando sistemi consolidati, aprendo prospettive ancora non sperimentate. «Giovane» è colui che resta fedele alla promessa di ogni inizio e non tradisce il proprio talento di incominciare.
5. Pellegrino e indisponibile
Ecco che il pellegrinaggio diventa il nome di un movimento più o meno conscio verso qualcosa che non può in alcun modo essere un punto di aggressione del nostro volere, del nostro pensare e del nostro fare, ma soltanto oggetto del nostro desiderare.
«Il partire destina il pellegrino alla sorpresa» [8], scrive lo storico e filosofo Michel de Certeau. È l’inizio di uno sradicamento, ossia di un cammino che allontana dalle radici, dai luoghi abituali, familiari e rassicuranti, dalle convenzioni e dagli automatismi quotidiani, per andare lontano da sé, non senza inquietudine, verso luoghi altri, sconosciuti e non ancora dominabili: «Questo movimento che consiste nel partire per altrove, come Abramo, “senza sapere dove” (Eb 11,8)». Il pellegrinaggio è una esperienza di dislocazione spaziale e spirituale alla ricerca di un sogno, un vagabondaggio sulle tracce del vero.
Il pellegrino sa che c’è dell’altro oltre al mondo disponibile al consumo, è mosso da un sostanziale disaccordo rispetto a un’esistenza paga di sé stessa e alla pulsione al controllo delle cose. Per questo, è caratterizzato da un modo di avanzare aperto al nuovo, accompagnato da una sorta di necessità di perdersi, ma per ritrovarsi, nella speranza di un mondo che torni a parlare. Il pellegrino non cammina solamente, ma cammina verso, e cerca di avvicinarsi a qualcosa che sente necessario per vivere. Ogni persona che si mette in cammino «è una guardia di pattuglia a protezione dell’ineffabile» afferma Rebecca Solnit nel suo bel libro Storia del camminare (2002).
Nel tempo dell’identità liquida e della fine dei grandi racconti, il mondo appare tuttavia del tutto inospitale nei confronti del pellegrino, che è stato da tempo rimpiazzato dal turista. Il turista è una figura assai diversa: rappresenta un cercatore di emozioni pianificate, un esploratore di novità già conosciute, un raccoglitore di esperienze attese. L’industria del turismo è una macchina che programma per i suoi clienti avventure indimenticabili e risonanze assicurate, senza dichiarare il paradosso fondamentale che anima i suoi algoritmi.
Ciò che può essere soltanto l’effetto trasformativo di un incontro inatteso con lo sconosciuto, che tocca e trasforma chi lo vive come un evento – ciò che Rosa chiama esperienze di risonanza – viene reso disponibile e prevedibile come merce all inclusive. A ciò si aggiunge l’ansia del turista che cerca emozioni, ma si immunizza rispetto alle trasformazioni. Nel viaggio turistico, anche il più esotico, si desidera inconsciamente proteggersi rispetto a possibili metamorfosi del sé, che potrebbero turbare in qualche forma il proprio modus vivendi.
Il viaggio non viene infatti inteso come un pellegrinaggio, ossia come un’esperienza di svuotamento, di sorpresa e di decentramento, ma come una forma rinvigorimento, nel senso di una pacificazione o di una conferma del sé.
Il mondo esiste ancora nella sua diversità. Ma questa ha poco a che vedere con il caleidoscopio illusorio del turismo. Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre immediate vicinanze, per imparare di nuovo a vedere [9].
“Viaggiare” è infatti una pratica fondamentale che non mira alla conferma delle proprie attese e immaginazioni, ma insegna a vedere, ossia a confrontarsi con una realtà sconosciuta che chiede di essere ascoltata, accolta e amata.
I giovani pellegrini di speranza ci invitano allora a un viaggio diverso. Ci ricordano che non c’è salvezza se non attraverso una forma di resistenza nei confronti di un mondo controllabile e dominabile e di una forma di disponibilità a lasciarsi raggiungere dall’altro che chiama: soltanto così vi è vera metamorfosi e la possibilità di un nuovo inizio. Come ci ricorda Henry David Thoureau, grande poeta, filosofo e profeta dell’ambientalismo: «Se sei un uomo libero allora sei pronto a metterti in cammino».
Sono i neoi – i bambini, ma anche i giovani – che salvano il mondo mostrando la via a chi inizio non è; coloro che, animati da un desiderio tenace e sovversivo, fanno nuove tutte le cose, senza paura di perdersi, sperando tutto, pur di risuonare nuovamente con il mondo. Sono pellegrini di speranza perché non cessano di chiedersi
dove andrei se potessi andare?
che cosa sarei se potessi essere?
che cosa direi se avessi una voce?
e, con incertezza, senza arroganza, senza alzare i toni, cominciano «a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentare di fare del bene» [10]. Per questo sono «una promessa di redenzione per chi non è più inizio» [11].
Buon nuovo anno accademico, all’insegna della speranza e del pellegrinaggio.
Università Pontificia Salesiana
Inaugurazione dell'Anno Accademico 2024/2025
24 ottobre 2024
NOTE
1 Isabella Guanzini è professoressa ordinaria di Teologia Fondamentale presso l'Università Cattolica di Linz (Austria) e dal 2024 di Filosofia della Religione presso la “Cattedra Guardini” presso la Humboldt Universität di Berlino. Ha conseguito il dottorato in Teologia fondamentale presso l’Università di Vienna e il dottorato in Studi Umanistici presso l’Università Cattolica di Milano. La sua ricerca si occupa in particolare del concetto di “traduzione” del religioso nel secolare, del rapporto fra tradizione estetica e tradizione cristiana e del dialogo fra Cristianesimo e psicoanalisi.
2 H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1989, p. 182.
3 H. Arendt, Che cos’è la politica? Einaudi, 2006, p. 26.
4 R. Guardini, Persona e libertà, Morcelliana, p. 99.
5 H. Arendt, Quaderni e Diari 1950-1973, 2011, p. 188.
6 W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 24.
7 M. de Certeau, Mai senza l’altro. Viaggio nella Differenza, Qiqajon 2000, p. 2.
8 Id., p. 6.
9 M. Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 12.
10 A. Camus, La peste, Bompiani 2017.
11 H. Arendt, Quaderni e Diari 1950-1973, 2011, p. 188.

