Né nichilisti né depressi
La fragile forza dei giovani al concerto di Ultimo
Claudio Aorta *

Una domenica mattina, seduto tra i banchi della mia parrocchia a Roma nella zona sud-orientale della città, ho ascoltato un’omelia che mi ha fatto riflettere. Il sacerdote ha preso la parola e ha parlato di Ultimo, il giovane cantautore che il giorno prima, sabato 4 luglio, aveva radunato 250.000 ragazzi a Tor Vergata, non lontano dal quartiere dove abito, bloccando letteralmente l’intera zona. Un evento epocale. Ma il giudizio del prete è stato tranciante: lo ha definito il cantante del malessere, l’idolo dei depressi, un amplificatore di tristezza e nichilismo senza via d’uscita.
Un vuoto assoluto, insomma. Quel “nulla ha senso” che ti cancella il futuro, ti convince che niente abbia valore e che, alla fine, non valga nemmeno la pena di sperare. Una gabbia invisibile che spegne i ragazzi prima ancora di farli partire.
Davanti a questo muro, però, scatta qualcosa dentro di me: non sopporto l'idea di dare per vinti i giovani. Sarà che per carattere, quando sento giudicare qualcuno in sua assenza, tendo istintivamente a schierarmi con chi viene criticato. È stato proprio questo impulso a muovermi, perché fino a quel momento avevo solo una conoscenza superficiale di Ultimo. Ma davanti a parole così dure, ho avvertito il bisogno di approfondire. Mi sono chiesto: è mai possibile che un quarto di milione di persone si muova solo per andare a celebrare la disperazione?
Non era solo quel prete a pensarla così. Nei giorni precedenti avevo sentito più o meno gli stessi discorsi ovunque: tra i colleghi in ufficio, scambiando due parole con i vicini nel cortile del comprensorio, persino dal negoziante sotto casa. E non parlo solo di "boomer" o di persone anziane, ma anche di trentenni, di genitori giovani. Un coro unanime di teste scosse, convinte che quella marea di ragazzi fosse solo un gregge smarrito che insegue il niente. Quando la gente si spaventa davanti a folle così grandi, quel sentimento finisce per diffondersi e alla fine in molti finiscono per pensarla allo stesso modo.
E allora ho deciso di ascoltare i testi e la musica di questo giovane cantautore romano, ho guardato i video dei suoi concerti, ho cercato di capire. E ho scoperto che la realtà è diversa da come viene dipinta dalla retorica spaventata.
«Noi non siamo tristi: siamo qui perché lui ci fa sentire capiti», ha detto una ragazza intervistata all’ingresso dell’area concerto, in un servizio del TG3 Lazio.
Ultimo non è un santo, e non è il nuovo San Francesco. È un ragazzo del nostro tempo, con le contraddizioni della sua generazione. Nelle sue canzoni si avverte a volte che manca un cielo sopra la testa, che non ci sia quel passo in più che ti fa guardare oltre il dolore e la crudezza della realtà, un affidarsi quasi esclusivamente alle forze umane o a un fatalismo tipico della musica contemporanea.
Nelle sue parole a volte si percepisce un certo ripiegamento emotivo, un vittimismo che può trasformare le ferite in identità, laddove il dolore rischia di diventare l'unica lente attraverso cui guardare il mondo. Cose normali per i cantautori di oggi, che non scrivono trattati di teologia ma fotografie della loro anima e delle paure quotidiane.
Eppure, paradossalmente, la sua poetica possiede dei punti di contatto importanti con il Vangelo.
Il primo è il nome stesso che si è scelto: Ultimo. In una società malata di performance, dove vali solo se arrivi primo, se sei vincente, lui canta per chi sta in panchina, per chi si sente escluso, per chi non si sente abbastanza. C'è un’eco profonda della promessa evangelica in cui gli ultimi saranno i primi.
Dar voce a chi è stato scartato è un atto nobile, pulito. E anche se Niccolò Moriconi non ha scelto quel nome d’arte o questa filosofia per motivi religiosi, non importa. Il bene è bello ovunque. Nel tempo odierno, più aumenta la tecnologia, più i social ci bombardano di vite perfette, e più cresce il modello di dover vincere a tutti i costi. Chi non sta al passo viene “invisibilizzato”, cancellato. In un mondo che ti chiede di essere un numero uno, Ultimo si siede accanto a chi si sente uno zero. Non servono i manuali di religione per fare una cosa così, basta l'umanità.
Un altro aspetto è il valore della fragilità. Ultimo non nasconde le ferite, le mostra. E mostrandole, dice ai ragazzi che non sono soli. Ammettere la propria debolezza non è una resa, ma il primo passo per rialzarsi, specie se sono in tanti a farlo. Questo concetto è profondamente cristiano. San Paolo scriveva: "Quando sono debole, è allora che sono forte". Accettare le proprie miserie non ci deprime, ci dà la spinta per risorgere. Il cristianesimo non è la religione dei perfetti o dei superuomini, ma di un Dio che si fa piccolo, che prova la sofferenza e che vive nelle nostre piaghe.
La nostra debolezza, in fondo, è il nostro limite, ma è proprio quel limite a definire chi siamo davvero. Sono i nostri confini, le nostre fatiche e le nostre cicatrici a darci una forma, a renderci unici. Accettare di avere un limite non ci rimpicciolisce; ci restituisce la vera identità. E quando un ragazzo capisce questo, non si nasconde e comincia a vivere.
Infine, c’è la ricerca della luce. Canzoni come Alba o Sogni Appesi non sono vicoli ciechi. Sono grida, domande di senso, richieste disperate di amore e di futuro. Non è malinconia fine a se stessa, è il travaglio di chi cerca un barlume nelle crepe della vita. È per questo che non si tratta di nichilismo: quest'ultimo spegne il senso, mentre qui c’è qualcuno che continua a cercare un significato, anche quando fa male.
Ma che tipo di luce mostra Ultimo? Non è la luce artificiale dei riflettori che acceca, e nemmeno una risposta magica che risolve tutto in un secondo. È una luce piccola, che sta in basso, nascosta proprio dentro l'oscurità delle nostre stanze e delle nostre paure. È la spinta a non arrendersi al buio, a non farsi spegnere dal cinismo del mondo. La luce di Ultimo non è quella di chi ha già trovato tutte le risposte, ma è la forza di chi, nonostante tutto, si ostina a voler vivere.
Insomma, i giovani non affollano i concerti per deprimersi insieme. Ci vanno perché trovano qualcuno che non fa loro una sgridata, ma che dà voce ai loro silenzi. Sentirsi compresi è la prima forma di salvezza umana.
In fondo non bisognerebbe aver paura del successo di questi artisti, né liquidarli con giudizi affrettati. Occorrerebbe piuttosto mettersi in ascolto di quelle domande e capire che dietro quel grande raduno non c’è il vuoto, ma un immenso, disperato bisogno di essere ascoltati e accolti.
La vera ferita di questi ragazzi non è la tristezza delle canzoni che ascoltano, ma la paura che a nessuno importi di loro,
* Scrive per Pagina Tre. La sua ultima opera: Il tempo del girasole (Thera, Balzano Editore)
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