Oltre il nichilismo
Umberto Galimberti
Pensare significa oltrepassare.
Certo, finora l'oltrepassare non è stato troppo acuto
nel cercarsi il proprio pensiero.
O, se questo è stato trovato, c'erano occhi troppo malmessi. {...}
Infatti l'immenso giacimento utopico del mondo
è esplicitamente quasi privo di rischiaramento. {...}
E allora la filosofia avrà coscienza del domani
e prenderà partito per il futuro solo se saprà della speranza,
in caso diverso non saprà più nulla.
(E. BLOCH, Il principio speranza (1954-1959), pp. 8-10)
1. La vita come sperimentazione
È possibile oltrepassare il nichilismo e soprattutto la ricaduta sui giovani della sua atmosfera che fa ripiegare ogni senso su se stesso, che spegne ogni iniziativa, che cancella ogni prospettiva, che inoltra in quella notte buia e così poco rassicurante dove il futuro si fa incerto e ogni slancio vitale implode? O dobbiamo dire quello che Nietzsche diceva di sé, quando si definiva:
Il primo perfetto nichilista d'Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso - che lo ha dentro di sé, sotto di sé, fuori di sé. [1]
Eppure, anche se non più protetto dalla verità, dalla fede, dall'ideologia, perché queste figure sono state investite da quello che Nietzsche chiama "il vento del disgelo" [2], forse è possibile un oltrepassamento del nichilismo, se è vero, come scrive Franco Volpi, che:
Il nichilismo ha corroso le verità e indebolito le religioni, ha anche dissolto i dogmatismi e fatto cadere le ideologie, insegnandoci così a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da una cultura all'altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro.
Dopo la caduta della trascendenza e l'entrata nel mondo moderno della tecnica e delle masse, dopo la corruzione del regno della legittimità e il passaggio a quello della convenzione, la sola condotta raccomandabile è operare con le convenzioni senza credervi troppo, il solo atteggiamento non ingenuo è la rinuncia a una sovradeterminazione ideologica e morale dei nostri comportamenti. La nostra è una filosofia di Penelope che disfa (analyei) incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà. [3]
Questa "filosofia di Penelope", come la definisce Volpi, assomiglia a quella che da tempo vado chiamando "etica del viandante",[4] che i giovani, affrancati dall'illusione di una meta da raggiungere, già hanno fatto propria quando si abbandonano alla corrente della vita, non più da spettatori, ma da naviganti e, in qualche caso, come l'Ulisse dantesco, da naufraghi. Nietzsche, che del nomadismo è forse il miglior interprete, scrive:
Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: "la costa scomparve - ecco anche la mia ultima catena è caduta - il senza-fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio! vecchio cuore!". [5]
L'appello al cuore dice che i giovani sono già oltre i territori giurisdizionali in cui finora abbiamo fissato le nostre dimore, ma questa ulteriorità dice cose più profonde di quanto non lasci pensare. Cancellata ogni meta e quindi ogni visualizzazione del mondo a partire da un senso ultimo, i giovani non stanno al gioco delle stabilità o delle definitività, e perciò liberano il mondo come assoluta e continua novità, perché non c'è evento già inscritto in una trama di sensatezza che ne pregiudichi l'immotivato accadere.
L'andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l'andare. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un'offerta di accadimenti, dove si può prendere provvisoria dimora finché l'accadimento lo concede; nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti i quali, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo.
Non attraversate dall'evento nel suo accadere immotivato, le generazioni che hanno preceduto la gioventù di oggi hanno riprodotto il modello dell'uomo della stabilità, difeso e chiuso nelle spesse mura della Società della torre di cui parla Goethe, [6] mentre i giovani d'oggi, al pari del viandante che accade insieme all'evento, recalcitrano a ogni schema di progressione e significazione, per dire sì al mondo, e non a una rappresentazione tranquillizzante del mondo. Impossibilitati a dominare il tempo inscrivendolo in una rappresentazione di senso, i giovani d'oggi, dopo aver rinunciato alla meta, sanno guardare in faccia l'indecifrabilità del destino, rifiutando quei cascami irradiati da un destino risolto in benevola provvidenza.
Non si legga quindi l'etica del viandante come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l'accadimento stesso, l'accadimento non inscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto, a porgere il suo senso provvisorio e perituro.
Se noi adulti siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate convinzioni, quando il radicamento non ha altra profondità che non sia quella della vecchia abitudine, allora l'etica del viandante può offrire ai giovani un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le loro costruzioni, perché l'apertura che chiede sfiora l'abisso, dove non c'è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata la monotonia della ripetizione che i giovani aborrono, che è poi quell'andare e riandare sulla stessa strada, senza che una meta si profili davvero all'orizzonte.
Gli anni che stiamo vivendo hanno visto lo sfaldarsi di un dominio, e insieme hanno accennato a quel processo migratorio che confonderà i confini dei territori su cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contaminano e, se "etica" vuol dire "costume", è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine per lasciar spazio a un'etica che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come etica del viandante che non si appella al diritto ma all'esperienza e all'ideazione.
A differenza dell'uomo del territorio che ha la sua certezza nella proprietà, nel confine e nella legge, il viandante, infatti, non può vivere senza elaborare la diversità dell'esperienza, cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nel "cielo stellato" e nella "legge morale", [7] che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell'arco in cui si esprime la sua vita in tensione. Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo, che non siano punti occasionali, il viandante con la sua etica può essere il punto di riferimento dei giovani d'oggi, se appena la storia accelera i processi di recente avviati, che sono nel segno della de-territorializzazione.
Fine dell'uomo come l'abbiamo conosciuto sotto la tutela della fede, o della verità, o della certezza scientifica, che finora hanno fatto da argine alla sua intrinseca debolezza, e nascita di un uomo sempre meno garantito e perciò costretto a cercare valori che trascendono quelle che per noi erano salde garanzie. Il prossimo, sempre meno specchio di me e sempre più "altro", obbligherà tutti a fare i conti con la differenza, come un giorno, ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il territorio e la proprietà.
La diversità sarà il terreno su cui i giovani dovranno maturare le loro decisioni etiche, mentre le leggi del territorio si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito. Fine del legalismo e quindi dell'uomo come l'abbiamo conosciuto sotto il rivestimento della proprietà, del confine e della legge, e nascita di un uomo più difficile da collocare, perché viandante infaticabile in uno spazio che non è garantito neppure dall'aristotelico "cielo delle stelle fisse", perché anche questo cielo è tramontato per noi.
E con il cielo la terra, perché è stata scoperta come terra di protezione e luogo di riparo. Tagliati gli ormeggi, l'orizzonte si dilata, il suo dilatarsi lo abolisce come orizzonte, come punto di riferimento, come incontro della terra con il suo cielo. E questo perché, scrive Nietzsche:
Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle - e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guàrdati innanzi! Ai tuoi fianchi c'è l'oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c'è niente di più spaventevole dell'infinito. Oh quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà - e non esiste più "terra" alcuna! [8]
2. L'attesa e la speranza
Il nichilismo e l'ipotesi del suo oltrepassamento avviano a questi pensieri sostenuti dall'attesa e dalla speranza, che sono figure che hanno a che fare con il futuro, quindi con la vita che ha da venire. L'attesa con l'avvenire immediato solitamente legato a un evento, la speranza con un futuro lontano pieno di promesse, senza le tracce dell'ansia, dell'inquietudine, della perplessità, dell'insicurezza che caratterizzano l'attesa.
Come infatti ci ricorda Eugenio Borgna, nell'attesa c'è "una vertiginosa accelerazione ed un'enigmatica anticipazione del futuro" [9] che bruciano il presente e rendono insignificanti i suoi momenti, perché tutta l'attenzione e la tensione sono spostate in avanti, spasmodicamente concentrate sull'evento che si attende come evento di felicità che può andare deluso o come evento infausto che non si sa come evitare.
Nell'attesa non c'è durata, non c'è organizzazione del tempo, perché il tempo è divorato dal futuro che risucchia il presente a cui toglie ogni significato, perché tutto ciò che succede è attraversato dal timore e dall'angoscia di mancare l'evento. La speranza, invece, guardando più lontano e ampliando lo spazio del futuro, distoglie l'attesa dalla concentrazione sull'immediato e dilata l'orizzonte.
La speranza, infatti, è l'apertura del possibile. Essa fa riferimento a quei "nuovi cieli" e a quelle "nuove terre" che sono promessi dalla religione, dall'utopia, dalla rivoluzione, dalla trasformazione personale che siamo soliti temere, perché arroccati alla nostra identità assunta come un fatto e non come un'interminabile e mai conclusa costruzione.
I giovani sono una costruzione. E se l'attesa è l'ansia che quella costruzione che essi sono abbia buon fine, la speranza attiva il loro comportamento affinché sia nelle loro mani l'accadere del buon fine. In questo senso diciamo che l'attesa è passiva, perché vive il tempo come qualcosa che viene verso di noi, la speranza invece è attiva perché ci spinge verso il tempo, come verso quella dimensione che ci è assegnata per la nostra realizzazione. I giovani sono attivi quando con la speranza vanno verso il tempo e non quando con l'attesa aspettano che il tempo venga verso di loro.
Quando l'attesa è disabitata dalla speranza nei giovani subentra la noia, dove il futuro perde slancio e il presente si dilata in uno spessore opaco dove il tempo oggettivo, quello dell'orologio, cadenza il suo ritmo sul tempo vissuto che si è arenato, infossato, arrestato. Nella noia, infatti, ogni attesa è risucchiata, ogni speranza è estinta, non ci sono più né progetti né storia, ma tutto affoga nel gorgo di un presente in cui ogni orizzonte di senso si inaridisce e si spegne.
Se un giorno è come tutti, tutti i giorni sono come uno solo, nell'uniformità perfetta di una vita che assapora quel vuoto d'esperienza che accade quando si sono vanificate tutte le attese, tutte le speranze, tutte le illusioni. È allora che l'impossibile, come un muro, sbarra tutte le vie del possibile che alimentano il futuro. E lo spazio lasciato vuoto dal futuro, disertato sia dall'attesa sia dalla speranza, viene occupato dal dilagare del passato che divora tutte le attese e tutte le speranze sottraendo al tempo la sua dimensione a venire.
È a questo punto che dalla noia si passa alla depressione, sempre più diffusa tra i giovani. Senza attesa e senza speranza il tempo si fa deserto e, in assenza di futuro, rifà la sua comparsa quell'ospite inquietante che abbiamo chiamato nichilismo. È a questo punto che la tentazione della morte, con il suo assoluto silenzio, inizia a parlare con il tono tranquillo di chi sa quanto, in certe circostanze, sia seducente il suo invito. Fine del baccano indiavolato con cui quotidianamente i giovani tentano di distrarre la loro anima. Un baccano che è la parodia del grido che affonda in un tempo senza attesa.
Eppure, scrive Borgna, [10] anche nel suicida la speranza non è del tutto estinta, perché non si potrebbe compiere quel gesto se la morte non fosse vista come la sola ragione di vita, dopo che le speranze sono state negate, le illusioni falciate e le attese sono apparse senza fine. In questa condizione, così frequente nell'adolescenza resa fragile dagli eventi e dalle situazioni tragiche che spesso sconfiggono un'esistenza, la speranza porta alla morte come "ultima speranza" quando questa più non riesce a proiettarsi in un futuro, perché più non è capace di recuperare un passato.
Sia Giuda sia Pietro, infatti, hanno tradito Gesù, ma mentre Giuda suicidandosi ha assegnato al passato il compito di esprimere tutto il senso della sua vita, Pietro ha conosciuto la fatica di ri-assumere il proprio passato togliendogli l'onore di dire l'ultima parola sul senso della sua vita. Questo è lo spazio dove si gioca la speranza o il gesto suicida.
Sperare, infatti, non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita per giocarlo in vista di possibilità a venire. Suicidarsi invece è decidere che il nostro passato contiene il senso ultimo e definitivo della nostra vita, per cui non è più il caso di riassumerlo, ma solo di porvi semplicemente fine.
E così sia la speranza sia il suicidio giocano i loro dadi sul passato e sul senso che il passato viene assumendo per me. E siccome sono io a dar senso al passato, nella speranza c'è la libertà di conferire al passato la custodia di sensi ulteriori, mentre nel suicidio c'è l'illibertà di chi nel passato vede solo un senso inoltrepassabile e perciò definitivo.
Queste sono le riflessioni che nascono dall'aver ipotizzato un possibile oltrepassamento del nichilismo giovanile, dove ci si muove in quella notte enigmatica e buia che, senza la forza di attendere e soprattutto di sperare, non garantisce che l'indomani sia giorno e poi ancora giorno.
NOTE
1 F. NIETZSCHE, Nachgelassene Fragmente 1887-1888; tr. it. Frammenti postumi 1887-1888, in Opere, Adelphi, Milano 1971, fr. 11 (411), § 3, p. 393.
2 F. NIETZSCHE, Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen (18831885); tr. it. Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, in Opere, cit., 1968, Parte III: "Di antiche tavole e nuove", § 8, p. 246.
3 E VOLPI, Il nichilismo, Laterza, Bari 2004, p. 178.
4 Si veda a questo proposito U. GALIMBERTI, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Feltrinelli, Milano 2005, capitolo 26: "L'etica del viandante".
5 F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, cit., Parte III: "I sette sigilli (ovvero: il canto 'sì e amen')", p. 281.
6 J.W. GOETHE, Wilhelm Meister Lehrjahre (1807-1829); tr. it. Il noviziato di Guglielmo Meister, in Opere, Sansoni, Firenze 1970, vol. III.
7 I. KANT, Kritik der praktischen Vernunft (1788); tr. it. Critica della ragion pratica, Laterza, Bari 1955, p. 199: "Due cose riempiono l'anima di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o fossero nel trascendente, fuori dal mio orizzonte. Io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza".
8 F. NIETZSCHE, Die Fröhliche Wissenschaft (1882); tr. it. La gaia scienza, in Opere, cit., 1965, vol. V, 2, Libro III, § 124, p. 129.
9 E. BORGNA, L'attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano 2005.
10 Ivi, pp. 125-127.
(da: L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007, pp. 141-148)















































