Otto studenti su dieci

    scelgono l’ora di religione

    e le chiese continuano

    a svuotarsi di giovani

    Roberto Cetera


    I dati statistici più recenti indicano un progressivo calo della partecipazione ecclesiale. Con un solo dato che differisce, quello dell’adesione all’ora di religione. Non che non diminuisca anch’essa, ma in una misura sensibilmente inferiore.
    Praticamente l’80% degli studenti italiani ancora oggi si avvale dell’ora di religione, ma la frequentazione alla parrocchia e alla pratica sacramentale nei giovani tra i 14 e i 19 anni scende grosso modo al 5%. Qualcosa non quadra. A rigor di logica – ma è una costatazione facilmente contestabile come semplicistica – verrebbe da dire che, delle due l’una: o l’ora di religione è fatta male o la pastorale giovanile non funziona. In effetti si tratta di due cose contigue ma abbastanza differenti. L’ora di religione non è un catechismo, e tanto meno l’insegnante di religione è chiamato a svolgere un’attività pastorale. Anzi a rigor di norma gli è inibito.
    Ciò non toglie che ogni cristiano, in ogni ambiente in cui si trova, è chiamato ad evangelizzare.
    I dati che sopra abbiamo richiamato ci dicono che praticamente 50 milioni di italiani hanno ascoltato una lezione di religione un’ora ogni settimana per 13 anni. Per gli amanti delle statistiche, diciamo che quattro italiani su cinque hanno avuto 370 ore di formazione religiosa nella loro vita.
    Provate a pensare se Giorgia Meloni, Matteo Renzi o Elly Schlein avessero la possibilità di parlare a 50 milioni di italiani un’ora a settimana per 13 anni… Eppure, insieme al deficit di pratica ecclesiale, non è difficile verificare una progressiva crescita di ignoranza sui fatti religiosi. Che la Trinità sia composta da Gesù Giuseppe e Maria non è una barzelletta ma una convinzione più diffusa di quanto pensiamo tra i giovani adolescenti. Eppure, i ragazzi continuano a sceglierla. Quelli con cui parliamo ci riferiscono motivazioni che dovrebbero interpellarci: «è l’unica ora di libertà», «è l’unica ora in cui ci sentiamo ascoltati», «possiamo dire ciò che veramente pensiamo», «è l’unica ora in cui possiamo parlare del senso della vita», «ci pone domande su quella che sarà la nostra vita futura».
    È vero che intorno all’ora di religione, alla sua funzione, alla sua “liceità” in una società sempre più laica, ai suoi contenuti, si discute da sempre. E con posizioni le più variegate.
    Anche in campo laico, si va dalle posizioni di laicismo ideologizzato di chi vorrebbe cancellarla domani a chi ne riconosce l’utilità al punto da auspicare che sia portata a due ore settimanali (Massimo Cacciari). C’è chi vorrebbe trasformarla in una storia delle religioni, e chi lamenta che ci sono due ore di educazione fisica ma altrettanto tempo non è dato all’educazione spirituale. Chi lamenta che una popolazione crescente di immigrati meriterebbe l’apertura dell’insegnamento anche ad altre religioni, e chi sostiene che lo studio della materia sia disincentivato dall’assenza di prove e voti.
    Un dibattito che si ripete uguale e un po' noioso ogni anno a settembre. E che, diciamolo, annovera tra le voci più flebili proprio quella della Chiesa, che sembra inamovibile dalla tenuta dello status quo.
    Nell’intenso lavoro dei vescovi di molte diocesi la cura e lo sviluppo dell’insegnamento della religione a scuola non sono in cima alle priorità. Eppure, i dati menzionati riguardanti una platea sterminata ci dicono che la scuola è sicuramente il primo e principale fronte di quella “Chiesa in uscita”, tanto cara a Papa Francesco. Così come la tragica crisi che attraversa il mondo giovanile evoca un altro termine che ricorre nelle parole del Papa: quello dell’“Ospedale da Campo”.
    In un mondo che, tra gravi crisi e tragiche guerre, è nel periglioso passaggio “d’epoca”, le parole di Papa Francesco sono tra le poche che ispirano speranza. È urgente che i cristiani le sappiano declinare.
    Soprattutto tra chi è chiamato ad educare e vivere tra i giovani. E lo facciano approntando strumenti efficaci, quale può ancora essere l’ora di religione. È importante che insegnanti e genitori cristiani, e ancor più i vescovi, lo facciano presto. Non solo a settembre.

    (Osservatore Romano, 21 settembre 2024)