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    Quei ragazzi speranza anche per i laici

    Franco Garelli


    Venticinque anni fa, al Giubileo del 2000, erano due milioni i giovani cattolici accorsi a Roma per celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù.
    Un grande evento, un'enorme partecipazione, salutata tuttavia dai mass media in modo controverso. Chissà perché, si parlava della fiumana dei presenti, ma anche dell'immensa massa di assenti, o di quelli che manifestavano diversamente, visto che proprio in quel periodo si è celebrato nel centro della cattolicità anche un Gay Pride "dimostrativo". Ma il maggior contrasto si è avuto quando qualcuno ha ricordato che in quei giorni di agosto, sulla riviera romagnola (in un'area pari a quella di Tor Vergata) erano ammassati altrettanti giovani fornicanti quanti se ne contavano a Roma, penitenti.
    Ciò per dire che tanti giovani avevano risposto allora all'invito di Papa Wojtyla, ma assai molti di più erano rimasti al mare. Col raduno odierno queste contrapposizioni sono scomparse. I giovani sono un po' meno, ma pur sempre intorno al milione, perché la secolarizzazione si fa sentire e la fede si sta purificando. Ma pur un po' asciugati, stanno ottenendo una considerazione pubblica senza precedenti.
    Non ci sono solo i chierici che celebrano un po' enfaticamente "la meglio gioventù" dell'area cattolica impegnata, ma anche molti commentatori laici e molta gente comune sembrano in qualche modo "coccolarsi" i giovani testimoni di una fede aggiornata. Perché è tanta la speranza che si sprigiona da Tor Vergata. Anzitutto l'idea di essere di fronte a dei giovani normali, ricchi anch'essi di smartphone e di mondi virtuali ma che nello stesso tempo si nutrono di rapporti faccia a faccia e dello stare insieme costruttivo.
    Giovani dai volti mediamente puliti, ma non ingenui; con meno tatuaggi e piercing del solito; con sguardi perlopiù sereni e luminosi; felici di «esserci» e «di vivere un'esperienza di fede e di amicizia planetaria". Giovani credenti dunque che non sono fuori del mondo, che ogni giorno devono confrontarsi con amici e compagni di studio/lavoro che reputano Gesù una fake news o considerano la fede religiosa una faccenda da "minorenni", se non da "minorati"; per cui si servono dei momenti collettivi come la Gmg per confrontarsi sul senso di un credere che offre loro orizzonti che altri non avvertono. Si tratta inoltre di un cammino di fede (di una fede-ricerca) operosa e fruttuosa, fortemente coniugata sul tema della pacifica convivenza tra i popoli, sensibile ai grandi drammi che l'umanità sta vivendo, da Gaza a Kiev, dalla situazione ecologica del pianeta ad un mondo pieno di scarti umani.
    Pur orfani di Francesco, molti di questi giovani sono ormai entrati in piena sintonia con Leone, da cui traggono forza, motivazioni e fiducia, e al quale offrono il loro sostegno perché continui a richiamare i potenti della Terra alle loro responsabilità. Ecco dunque il protagonismo dei giovani al Giubileo 2025. Sono tuttavia dei soggetti particolari, che partecipano non tanto perché legati ad un'associazione (anche se molti lo sono) o perché l'evento ha un carattere istituzionale. Ma anzitutto in quanto cercatori di proposte e di esperienze che siano significative in termini umani/comunitari e di fede. In questa loro flessibilità sembra delinearsi un nuovo modo di interpretare l'esperienza religiosa, che più che essere inficiata da istanze individualistiche tende ad affermare i valori dell'autenticità.

    La Stampa - 3 agosto 2025



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