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    I FATTI DI MILANO
    IL COMMENTO DEL DIRETTORE
    d.Elio Cesari


    "Timshel". Ritornare a credere

    nel "tu puoi" dei giovani
    I fatti di Milano, lo smarrimento degli adulti e la scommessa dell’Assistenza salesiana


    L’eredità di Steinbeck: la parola che restituisce la libertà

    Nel celebre romanzo La Valle dell’Eden di John Steinbeck, su cui recentemente ho avuto modo di vedere la serie proposta su Netflix, il servo saggio Lee compie una scoperta straordinaria analizzando la radice ebraica del quarto capitolo della Genesi. Di fronte al male accovacciato alla porta di Caino, le tradizioni storiche avevano oscillato tra una promessa deterministica («tu lo dominerai») e un ordine morale vincolante («tu dominalo»). La parola originale, tuttavia, è Timshel: «Tu puoi».
    Non si tratta di una garanzia automatica, né dell'ennesimo precetto calato dall'alto: «Tu puoi» restituisce all'essere umano la dignità suprema della scelta, la possibilità di riscattare la propria debolezza e di lottare per la propria strada. Come scrive Steinbeck, è una parola che «taglia le gambe a debolezza, codardia e pigrizia» e si configura come una vera e propria «scala per arrivare alle stelle».
    Gettare questo sguardo di fiducia costituisce il cuore dell'atteggiamento educativo (ed evangelico): guardare il grano ancora acerbo e vederlo già biondeggiare per la mietitura, scorgere nell'uomo ferito dal male la possibilità di un riscatto e di una vita nuova. Ma cosa significa annunciare il Timshel – la possibilità del «Tu puoi» – di fronte alle immagini che di recente hanno scosso le piazze e le vie di Milano?

    La «rabbia muta» e il vuoto identitario nelle piazze milanesi

    I disordini e i saccheggi avvenuti nel centro di Milano hanno mostrato un volto inquietante e inedito del disagio giovanile. Le cronache e le testimonianze dirette di chi opera sul campo – penso ad esempio a don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria – rivelano che i protagonisti di queste devastazioni non erano spinti da motivazioni ideologiche o da appartenenze politiche. Si trattava per la maggior parte di ragazzini giovanissimi, tra i 12 e i 15 anni, spinti da uno stile predatorio, dall'ansia di apparire prestanti e ricchi, ma soprattutto da una rabbia esplosiva e incontrollata.
    Sarebbe un grave errore sociologico confinare quanto accaduto a una mera questione di mancata integrazione delle "seconde generazioni": tra i ragazzi fermati figurano affiancati figli di immigrati del Nordafrica e rampolli della "Milano bene", studenti di licei rinomati e persino di istituti cattolici, sorpresi con il coltello in tasca. Ci troviamo di fronte a una sofferenza e a uno spaesamento identitario trasversali, in cui molti adolescenti sperimentano una profonda solitudine interiore e non sanno più a chi appartenere.
    In queste azioni violente non c'è una proposta, ma un’«assenza»: l'assenza di uno scopo per cui valga la pena impegnarsi e costruire insieme. Quando il futuro viene narrato solo in chiave catastrofica o spaventosa e manca un orizzonte di senso, il desiderio del cuore si corrompe e si trasforma in una rabbia muta. La violenza in età adolescenziale nasce da un vuoto di prospettive e da una disperazione che non ha trovato la via della parola e della relazione per essere simbolizzata e accolta. In una società che rimuove il dolore e chiede ai ragazzi di "essere se stessi a modo nostro" (vd. il celebre testo di M. Lancini), la lama in tasca o la vetrina infranta diventano l'ultimo e disperato urlo per dire: «Io esisto, guardatemi!».

    La crisi del mondo adulto: il giusto ascolto e la ricerca di «adulti-adulti»

    Di fronte a questi drammi, la reazione immediata del mondo adulto rischia di cadere in due opposti estremismi: da un lato, la cieca repressione punitiva e securitaria, in termini di ordine pubblico; dall'altro, una retorica giustificazionista che ripete il mantra secondo cui «i giovani vanno ascoltati».
    Tuttavia, mi permetto di dire che spesso gli adolescenti non cercano una semplice “assemblea condominiale” per urlare la propria rabbia cercando di farsi ascoltare a vuoto, ma cercano – spesso con angoscia - qualcuno da ascoltare, un adulto che sappia parlare loro con autorevolezza di vita, di morte, di speranza e di destino. I ragazzi sono saturi di adulti che si mimetizzano da “compagnoni” o che nascondono la propria afasia educativa dietro corsi formali e divieti tecnologici.
    Recentemente, l'arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini ha messo in guardia da una società in cui «ci sono adulti che non sono contenti di essere adulti», trasmettendo ai giovani l'implicita e terribile sensazione che non valga la pena crescere. Quando la grammatica fondamentale del vivere e il riferimento a Dio diventano sfocati, cade la distinzione tra il bene e il male e tutto sembra diventare lecito.
    La vera emergenza educativa non è dunque soltanto la confusione dei ragazzi, ma lo smarrimento e la fragilità degli adulti. Ciò che i giovani chiedono disperatamente – come emerso tra le sbarre del Beccaria e come continua a dire il caro don Burgio – sono «adulti-adulti». Non adulti perfetti, ma «sufficientemente buoni» (per dirla con Winnicott), capaci di stare nella relazione, di testimoniare un'ipotesi di senso per cui valga la pena vivere e di prendersi cura della solitudine delle nuove generazioni.

    La riscoperta dell'«assistenza», verso il 150° anniversario del Sistema Preventivo di don Bosco

    In questo scenario complesso, la tradizione educativa salesiana possiede una bussola profonda e quanto mai attuale. L'anno prossimo si celebrerà il 150° anniversario della pubblicazione del Trattatello sul Sistema Preventivo (1877), nel quale San Giovanni Bosco sintetizzava il cuore del suo metodo educativo basato su tre pilastri inscindibili: Ragione, Religione e Amorevolezza.
    Al centro del Sistema Preventivo vi è il concetto fondamentale dell'assistenza (lo "stare con"). Per Don Bosco, l'assistenza non è mai stata un controllo poliziesco o una vigilanza repressiva, ma una presenza animatrice, vitale e costante dell'educatore in mezzo ai giovani. È la capacità di condividere gli ambienti di vita dei ragazzi – il cortile, la scuola, le piazze, gli oratori e oggi gli spazi digitali – anticipando il male attraverso una relazione personalizzata e autentica.
    Occorre passare dall'«adulto del fare» (che controlla, priva e punisce) all'«adulto dello stare», capace di accogliere – anche - le emozioni disturbanti e la rabbia senza fuggire o sanzionare immediatamente. L'assistenza salesiana è proprio l'incarnazione di questo "stare":
    • Presenza fisica e del cuore: essere lì dove i ragazzi si radunano, intercettando i primi segnali di disagio prima che si trasformino in devianza.
    • Ragionevolezza e dialogo: aiutarli a costruire un pensiero critico e un senso del limite, non con sanzioni sterili ma attraverso il confronto aperto.
    • Amorevolezza percepita: far sì che i ragazzi non solo siano amati, ma sappiano di essere amati, sperimentando uno sguardo di ritorno che ne riconosca l'infinita preziosità.
    L'educatore salesiano non si spaventa davanti alla ferita del ragazzo della periferia o del giovane di "buona famiglia" caduto nell'errore. Sa che in ciascuno di essi, anche nel più ribelle, c'è un punto accessibile al bene, un'eredità del Timshel che attende solo di essere risvegliata.

    Ricostruire l'Alleanza Educativa: ciascuno sul suo «pezzo di muro»

    Non possiamo affrontare una crisi di queste dimensioni attraverso interventi isolati o ricette d'emergenza. Richiamando l'immagine biblica di Neemia (a cui papa Leone XIV rimanda nella sua Enciclica Magnifica Humanitas), la ricostruzione della città distrutta non avviene per opera di un singolo eroe, ma quando ciascuna famiglia e ciascuna istituzione accetta di ricostruire il "proprio pezzo di muro".
    Serve un'alleanza educativa reale e non di facciata tra istituzioni, politica, famiglie, scuola, Chiesa, realtà sociali e mondo dello sport:
    • La Scuola non può essere ridotta a mera erogazione di nozioni o a “tribunale disciplinare”, quanto invece tornare a essere un luogo di relazione, di senso e di elaborazione critica della realtà.
    • La Famiglia va sostenuta e affiancata, aiutando i genitori a riscoprire la bellezza dell'autorevolezza e del dialogo con i figli.
    • La Comunità Cristiana e l'Oratorio sono chiamati a uscire, presentandosi come “Chiesa in uscita” per andare incontro ai ragazzi ritirati o dispersi, portando la speranza là dove la vita sembra svuotata di significato.
    Come insegnava Don Bosco e come ribadiva Papa Leone XIV rivolgendosi ai giovani, l'unica vera forza capace di contrastare la violenza e la disperazione è «l'amore che si dona» e che sa chiamare i ragazzi a cose grandi.
    Agli adolescenti che oggi affollano le nostre città non dobbiamo offrire una vita anestetizzata o un futuro fatto di divieti. Dobbiamo offrire maestri credibili e testimoniare loro, con la vita prima che con le parole, la verità del Timshel: «Tu puoi!». Puoi scegliere il bene, puoi vincere la solitudine, puoi diventare protagonista di un mondo nuovo. Questa è la nostra speranza educativa, ed è la scommessa su cui, come educatori, non smetteremo mai di giocarci interamente.

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