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    Uno sguardo ai

    giovani francesi d’oggi

    Jean-Marie Petitclerc, sdb


    Oggi si parla di crisi. Ma sono oltre quarant’anni che se ne parla. Una crisi che dura non è una crisi, ma un mutamento. Un quadro, quello offerto da don Jean-Marie Petitclerc, che richiede interventi immediati.
    Tutti gli autori, sia sociologi e sia i giornalisti, ne sono convinti: la Gioventù, con la “G” maiuscola, non esiste. “La gioventù è soltanto una parola”, affermava Pierre Bourdieu nelle sue “Questioni di sociologia”. Questa è una parola “trabocchetto”: funziona come uno sgabuzzino, comodo, ma ingannevole.
    I giovani sono molto diversificati tra loro e il grande rischio è quello di parlare della Gioventù a partire dai giovani che incontriamo. Oggi questo è un rischio soprattutto per la Chiesa della Francia. Essa tende a parlare della Gioventù a partire dai giovani che hanno partecipato alle GMG di Madrid. Ma un’inchiesta sociologica, a cura del settimanale La Vie (La Vita), mostra che in quel caso si trattava essenzialmente di giovani provenienti da ambienti positivi, nei quali la maggioranza fa parte della piccola minoranza che va a messa in modo regolare. Questi giovani sono ben lontani dal rappresentare la gioventù di Francia!
    I giovani sono molto diversi tra loro… ma hanno in comune il vivere il passaggio dall’età dell’infanzia a quella adulta, nel contesto della nostra società odierna. Oggi si parla di crisi. Ma sono oltre quarant’anni che se ne parla. Una crisi che dura non è una crisi, ma un mutamento. Vivere la propria giovinezza in un tale contesto non è cosa facile. Non sono i giovani ad esser cambiati bruscamente, ma il contesto in cui vivono e il modo in cui gli adulti li accompagnano.

    Il primato dell’affettivo sull’istituzionale

    Ciò che oggi funziona, sono sia i piccoli gruppi da 4 o 5 elementi – perché in questi gruppi ciò che è diverso viene nascosto e si rafforza il “proprio io” (moi je…) – sia le masse da 1.000, 2.000, 10.000... persone. E allora qui basta mettere al centro un bravo divo e si diffonde un gran calore “fusionale” di 10.000 “proprio io” (moi je…) che vibrano insieme. I gruppi da 15-30 elementi, invece, in cui si è obbligati a confrontarsi con la differenza dell’altro, di ripartirsi i ruoli, costituisce un’esperienza più difficile da vivere.
    Questo primato dell’affettivo genera una difficoltà per il giovane di oggi a riconoscere il ruolo positivo delle diverse istituzioni.
    La relazione con l’autorità, inoltre, è sempre meno statutaria; l’autorità legata ad un incarico istituzionale è oggi contestata da numerosi giovani; essa è sempre più relazionale, legata alla qualità adulto/giovane.

    Il primato della cultura del “tra giovani” sull’intergenerazionale

    Una grande difficoltà dei giovani di oggi risiede nel fatto che tutti i giovani circolano in tre luoghi: la famiglia, la scuola e la “cité” (il sobborgo, la periferia, il quartiere operaio), ognuno è segnato da una cultura propria. La cultura familiare è impregnata dalle tradizioni d’origine; la cultura scolastica è intrisa dalla tradizione repubblicana; e la cultura della “cité”, diventata fondamentalmente una cultura del “tra pari”, è in altre parole una cultura del “tra giovani”, avendo gli adulti abbandonato un po’ lo spazio pubblico.
    Una grande evoluzione risiede oggi nel fatto che questa cultura del “tra pari” tende a diventare sempre più pregnante. Essa tende ad invadere la scuola (soprattutto quando la scuola si situa al centro della “cité”, del quartiere) e a spingere la famiglia ai margini. I genitori arrivano alla meno peggio a gestire lo spazio familiare e sono sempre meno a proprio agio nell’intervenire negli altri campi di vita dei loro figli, talmente si sentono sfalsati di fronte ai codici di comunicazione usati, tanto diversi dai loro.
    Lo sviluppo di internet favorisce un tale primato. Giovani che, fisicamente, si trovano nella sfera familiare ma che, mentalmente, possono rimanere nella sfera del “tra pari”, con i quali non cessano di comunicare grazie alle reti sociali (twitter, face book…).
    Rinchiusi in questi codici del “tra noi”, i giovani fanno allora sempre più fatica ad integrare il mondo del lavoro. L’ostacolo più grande che affrontano oggi i giovani nell’inserirsi nel mondo dell’impresa risiede a volte più che nella mancanza di qualificazione, nel divario che esiste tra l’atteggiamento veicolato nella “cité”, nel quartiere, e quello atteso nell’impresa.

    Il primato dell’istante sulla durata

    La principale ragione del malessere della gioventù francese risiede nello sguardo negativo che gli adulti pongono sul domani. Un tale clima genera nei giovani francesi una crisi di fiducia nel futuro, che ha grandi incidenze sul loro atteggiamento nel presente. Assistiamo in essi ad uno sviluppo dei comportamenti dell’istante, di quel “tutto e subito” che caratterizza tantissimi discorsi ed atteggiamenti adolescenti, e che genera tanta violenza.
    Una società che non permette ad una frangia importante della propria gioventù di proiettarsi nel futuro è in un certo senso una società fabbricatrice di deliquenza!
    Questa perdita di fiducia nel futuro è anche sinonimo di una crescita della depressione che è la patologia la più frequentemente incontrata negli adolescenti di oggi. Il problema del suicidio è divenuto preoccupante in Francia, che si trova tra i cinque paesi occidentali con il più alto tasso di suicidi proprio tra i giovani.
    Il problema del suicidio giovanile sta divenendo cruciale; numerosi adolescenti, anche se non passano all’atto, formulano idee suicide. Un’inchiesta dell’INSERM (Istituto Nazionale della Sanità e della Ricerca Medica) su una popolazione tra i 15 e i 19 anni ha dimostrato che più del 10% degli adolescenti interrogati avevano formulato idee suicide.
    Questo è lo stato morale della gioventù francese; è urgente prendere le giuste misure al problema.



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