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    Credenti,

    beati e testimoni: 

    i giovani

    che Gesù vuole

    Lettera ai giovani
    Bruno Forte

     giovanicredenti

    Carissimi Ragazze e Ragazzi,

    come vi vorrebbe Gesù? È a questa domanda che tenterò di rispondere, certo come sono che nessuno vi ama come vi ama Lui, e perciò che nessuno potrebbe avere per voi un desiderio più vero e più bello di quello che Lui ha per voi. Qual è questo desiderio? Che cosa vi chiede il Signore? Quale risposta si aspetta da voi e vi aiuta a dare, se gli aprite le porte del cuore? Quello di cui sono profondamente convinto è che Gesù vi vorrebbe credenti, beati e testimoni!

    Gesù vi vorrebbe credenti  perché chi ha fede sa di non essere mai solo, si riconosce avvolto da un amore più forte della morte e riceve in dono una fiducia più grande di tutte le prove e le oscurità che la vita può presentare. Per spiegare quello che vi sto dicendo, vi racconto un breve dialogo che ho avuto con un bambino di non più di sette anni, in uno dei tanti incontri che ho la gioia di vivere nelle scuole della nostra Arcidiocesi.

    Nel clima di festa, che sempre caratterizza questi momenti, mentre gli altri bambini mi tempestavano di domande e io cercavo di mettermi in gioco per parlare loro con parole semplici dell’amore di Gesù, serio serio il piccolo teologo ha alzato la mano e mi ha chiesto: “Padre Bruno, tu dici che Dio esiste, ma se esiste perché non lo vediamo?”. La risposta mi è uscita dal cuore, anzitutto in forma di domanda: “Bambini, chiedo io a voi una cosa. Vi ricordate quando stavate nel pancione della Mamma?”. Il coro di sì contagiò tutti, anche il teologo in erba. “E nel pancione della Mamma”, continuai, “c’era la luce?”.

    Dallo sguardo che fecero, mi parve che i piccoli fossero abbastanza stupiti che Padre Bruno non sapesse che la luce lì dentro proprio non c’è: il loro “no” fu corale. “Dunque, voi non vedevate la Mamma. Eppure, lei c’era e vi dava da mangiare. Se no, non sareste mai cresciuti tanto da diventare sufficientemente grandi per nascere. Quando poi siete nati, a un certo momento l’avete vista la vostra Mamma, e vi è sembrata tanto bella da rivolgere a lei la prima parola che è uscita dalle vostre labbra…”. I bambini seguivano rapiti il discorsetto, che evidentemente accendeva la loro immaginazione.

    Proseguii: “Vedete, Dio è come una Mamma, la grande Madre del mondo, in cui tutti ci muoviamo e siamo. È Lui che ci sostiene in vita e ci fa crescere, con la tenerezza e l’amore di chi ci porta in grembo. Un giorno, poi, quando saremo cresciuti abbastanza, ci farà nascere e lo vedremo faccia a faccia, come è. Quel giorno gli uomini lo chiamano fine, noi cristiani lo chiamiamo nascita, la nascita al cielo…”. Credere è sapere tutto questo e soprattutto è farne esperienza. Che sia così, ce lo fa capire il Vangelo: come il Figlio era nel seno del Padre (Giovanni 1,18), così noi discepoli, amati da Lui, siamo nel Suo grembo, il grembo di Gesù (13,23).

    Credere è riconoscere di essere nel seno di Dio, portati da Lui come una madre porta un figlio, chiamati ad affidarci al Suo amore con lo stesso abbandono incondizionato che vive il bambino nel grembo della mamma… Dico allora a voi, giovani: fidatevi di Dio, affidatevi a Lui, in Lui confidate! Siate credenti, totalmente arresi all’amore con cui il Padre ama ciascuno di voi, desiderosi di comprendere e fare la volontà di Dio su di voi, come Gesù e insieme a Lui.

    Sarà proprio questa incondizionata resa nelle mani del Signore, che ci porta in grembo, che potrà rendervi beati: il desiderio di una felicità piena e duratura è forse il più profondo dei desideri che abbiamo in noi. Siamo fatti per la gioia e per la vita, non per il dolore e per la morte! Se non fosse così, Dio non ci avrebbe neanche creati, perché Egli vuole per noi soltanto il bene, e il bene più grande. La felicità vera, quella che non ci deluderà mai, nasce dal sentirci amati di un amore che ci precede da sempre, ci custodisce sempre e ci accompagnerà per sempre. Quest’amore, fonte della beatitudine vera e profonda del cuore, ce lo dà il Signore.

    Nasce qui, però, un’obiezione: se Dio ci ama tanto, perché permette che ci siano tante sofferenze e prove nella vita? Perché il dolore? E perché la morte e il suo silenzio senza ritorno? Provo a rispondere a queste domande ricordando un altro episodio della mia vita di pastore. Ero in visita in una Parrocchia e il Parroco mi stava accompagnando dagli ammalati impossibilitati a uscire di casa. Arrivammo all’abitazione di una donna, che ci accolse a letto, in una piccola stanza.

    In quel letto, mi disse, stava paralizzata da trentacinque anni! La sorpresa fu che me lo disse col sorriso sulle labbra, e aggiunse: “Padre, il fatto che Papa Benedetto abbia rinunciato al papato per ritirarsi nel silenzio e nel nascondimento a pregare per tutti noi, mi ha fatto capire che anche una vita come la mia può essere utile!”. Quella donna aveva risposto alle domande appena fatte: ciò che è utile e ha valore non è quello che appare significativo e grande agli occhi del mondo, quanto piuttosto l’offrire tutto per amore, nell’umiltà e nel silenzio, rimanendo fiduciosi sotto lo sguardo di Dio!

    Per essere beati, insomma, non occorre essere importanti o fare cose strepitose o essere quelli a cui va sempre tutto bene: ciò che conta è amare e sentirsi amati dal Padre nostro celeste, vivendo con Lui ogni momento, offrendo a Lui ogni atto e sapendo che in tutto Lui è accanto a noi, nella gioia come nel dolore, nella salute come nella malattia, nel successo come nell’ora dello scoraggiamento e della prova. Giovani, siate beati, felici di questo amore!

    Se lo chiederete, Colui che ci ama tutti immensamente non vi nasconderà il Suo volto, vi dirà anzi parole di vita come queste: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Matteo 6,3-12).

    Di questa beatitudine, siate testimoni: si è testimoni quando si è pronti a pagare di persona fino al dono della vita, e si è disposti a servire i piccoli e i poveri, per essere fedeli a Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire, sul cui amore è fondata la pace più profonda del nostro cuore. La testimonianza è l’annuncio reso con le parole e con i gesti della bellezza che ci ha rapito il cuore e che ci dà le ragioni per vivere, amare e sperare, sempre. Anche qui, per spiegarmi, vorrei ricordare un’esperienza vissuta: avevo appena concluso l’incontro natalizio con gli ospiti degli Istituti Riuniti di Chieti, tutte persone affette da varie forme di disabilità, fisica o psichica, a volte ospitate in quella struttura sin dalla nascita.

    Mi aveva colpito il fatto che molti di loro erano riusciti a mettere su uno spettacolo di canti semplici e intensi. Avevamo anche pregato brevemente insieme. Maria, una donna relativamente giovane e dal volto sereno, si è avvicinata timorosa, muovendo a fatica le gambe gonfie e pesanti, segnate dalla malattia da chi sa quanto tempo. “Padre, posso farti una domanda?”, mi ha sussurrato, invitandomi a distaccarci un po’ dagli altri. “Certo”, le ho risposto, intuendo che si trattava di qualcosa di veramente importante per lei. Mi ha chiesto: “In cielo ci sono le scale?”. Ho colto il tremolio della sua voce e l’emozione del suo cuore. “In cielo”, le ho detto, “ci sono gli angeli per portarci in braccio, così da essere tutti vicini a Gesù”. Mi ha restituito uno stupendo sorriso. “Tutti”, le ho ribadito, “nessuno escluso”. L’ho lasciata felice. Dei due, quello che aveva ricevuto più luce ero senz’altro io.

    Maria, con la sincerità spiazzante della sua domanda, era stata per me una testimone dolcissima del bisogno di verità e di amore che è in noi. Ed io, seguendo l’impulso del cuore e con la luce che chiedo sempre a Dio per il mio servizio, le avevo in fondo soltanto testimoniato l’amore del Padre celeste, con parole semplici, che mi sembrava potessero parlare al suo cuore. Giovani, non abbiate paura di essere testimoni di amore e di speranza, con semplicità e coraggio! Amate Gesù, amate chi ha bisogno! Accogliete la piccola sfida che vi lancio: ognuno trovi il modo di spendere almeno un’ora alla settimana per un servizio concreto, generoso e gratuito, da fare per il prossimo. Il Signore non vi lascerà mai soli nel rendere testimonianza della luce e della gioia, che sa donare a chi gliele chiede per donarle a sua volta agli altri. E non lasciatevi mai rubare la speranza!

    Prego allora perché il desiderio di Gesù si realizzi in voi, secondo il disegno che Dio Padre ha per ciascuno. E vi auguro di lasciarvi raggiungere e sconvolgere dalla forza esigente del Suo amore, senza paura e senza fughe, perché si manifesti nella vostra vita lo splendore della Sua gloria e da credenti, beati e testimoni riusciate a dare sempre ragioni di vita e di speranza a quelli che incontrerete. Anche voi pregate per me. Vi benedico con tanto affetto e fiducia!

    + Bruno Forte

    Padre Arcivescovo

    Chieti, 1 Gennaio 2014



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