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    In ascolto della sua voce /3. Giacobbe. Lottare con Dio


    Carmine Di Sante

     

    "Non ti lascerò se non mi avrai benedetto"


    In uno dei racconti più strani della bibbia si narra dell'incontro di Giacobbe con un non ben definibile personaggio in una notte sul torrente Iabbok: "Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi" (Gn 32, 23-24).

    Ed ecco che all'improvviso «Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca» ( Gn 32, 24-32).
    In questa storia enigmatica e insondabile si cela l'esperienza del divino per la bibbia, dove si dice come Dio viene incontro all'uomo e come all'uomo è dato riconoscerlo.
    Innanzitutto da notare il contesto della notte e della solitudine in cui avviene l'incontro tra Giacobbe e Dio. "Giacobbe rimase solo": Dio lo si incontra nella notte quando si rimane "soli", quando cessa la "chiacchiera" del giorno e si rimane nella solitudine e in ascolto. La "chiacchiera" è il parlare vano, il vani-loquio, metafora dell'inautenticità dell'esistenza umana che si perde nell'anonimato del "si dice" impersonale. La notte, luogo del silenzio, sottrae l'uomo alla chiacchiera del vani-loquio, ed è la condizione, per la bibbia, dell'esistenza autentica come esistenza di fronte a Dio.
    Di un Dio però che non si presenta con la luminosità della luce ma con l'ambiguità del prossimo, provocante ed inquietante: "E un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora". Dio ci viene incontro in maniera anonima, attraverso la voce di un maestro, di un saggio, di un amico o di un estraneo e riconoscerlo e consegnarglisi non è rinuncia ma passione e confronto che esigono impegno e lotta. Credere è "lottare", dove le ragioni per il "sì" o per il "no" si scontrano e dove, all'improvviso, il "sì" si impone sul "no" per forza interna: "Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui". Per quanto gli si voglia opporre resistenza, Dio è più forte di ogni resistenza e prima o dopo egli si insinua nella nostra vita con una mossa impensabile e imprevista, come quella dello "sgambetto" con il quale Giobbe viene vinto.

    Interrogarsi

    - Qual è la tua prima impressione di fronte a una storia così strana?
    - La solitudine ti fa paura oppure è lo spazio dove tacciono le voci della chiacchiera per ascoltare ed incontrare Dio?
    - Come ci viene incontro Dio e in che senso si può parlare di una "lotta" tra noi e lui?

    Preghiera

    Signore
    tu sei presenza
    discreta e silenziosa
    che non ti imponi
    con la forza
    ma ti nascondi
    e attendi con pazienza.
    A volte mi sembri
    lontano o assente
    e lotto
    tra il credere e il non credere.
    Ma tu
    Signore
    sei più forte delle mie resistenze
    e trionfi
    sulla mia incredulità
    e debolezze.
    Amen.

    Ruminatio

    Non nascondermi il tuo volto, Signore (Sal 102, 3).


    GIACOBBE
    Chi è Dio?

    "Perché mi chiedi il nome?"

    Entrando nella nostra esistenza, Dio vi entra come enigma che affascina ma sfugge alla presa umana: «Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora"» (Gn 32, 27). Avendone sperimentato la potenza, Giacobbe vorrebbe appropriarsene, ma il misterioso personaggio si schernisce supplicandolo ironicamente di lasciarlo andare. A questa richiesta Giacobbe acconsente ad una condizione: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". Segue poi il dialogo in cui i due personaggi cercano di venire allo scoperto: « Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca» (Gn 32, 28-33).
    Al "come ti chiami" del misterioso personaggio, segue il "come ti chiami" di Giacobbe: "Dimmi il tuo nome". Ma ecco nuovamente l'imprevisto: «Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome"». Egli si rifiuta di dire il nome, per far seguire al nome la silenziosa espressività del gesto: "e qui lo benedisse".
    Chi è Dio e qual è il suo nome? Dio è il benedicente e non ha altro nome che non sia la benedizione: "La sua benedizione si diffonde come un fiume e irriga come un'inondazione la terra" (Sir 39, 32). E' di fronte a questo gesto di benedizione che Giacobbe capisce chi è lo strano personaggio col quale si è scontrato e che sotto le sue sembianze anonime si nasconde Dio stesso: «Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia" ». Secondo l'etimo popolare ebraico, Penuel vuol dire "davanti (peni) a Dio (El) e Giacobbe capisce di trovarsi di fronte a Dio sperimentandone la benedizione.
    La domanda chi sia Dio e quale il suo nome è ardua e affascinante. Mosè, colui che la bibbia definisce come l'amico con cui Dio parlava faccia a faccia, quando fu chiamato a liberare il suo popolo dall'Egitto, gliela rivolse direttamente, ricevendo in cambio la risposta enigmatica: "Io sono colui che sono". Che non vuol dire: l'Essere e la Pienezza dell'essere ma la Presenza che sta sempre accanto, camminando a fianco dell'uomo e guidandolo. Chi è Dio? Qual è il suo nome? E' quello di essere Compagnia dell'uomo, l'Emmanuele, l'Im-anu-el: il "Dio-con-noi". Quel "Dio-con-noi" di cui Gesù, per la tradizione cristiana, è la trasparenza stessa, meritando per questo il titolo per eccellenza di "Emmanuele" e di "messia".
    Il bene più grande della vita è questa Compagnia. «Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse». Il nome di Dio è benedizione. Benedizione che inabita concretamente ogni frammento ed istante dell'esistenza umana.

    Interrogarsi

    - In che senso Dio è enigma o mistero?
    - Perché egli si rifiuta di dire il suo nome a Giacobbe?
    - Qual è il nome di Dio e cosa vuol dire "Emmanuele"?

    Preghiera

    Chi sei, Signore,
    e qual è il tuo nome?
    Quante volte
    ho pensato
    che se ti conoscessi
    e incontrassi
    la mia vita fiorirebbe
    come un albero
    dalle foglie verdi
    e dai frutti abbondanti.
    Ma il tuo nome, Signore,
    è facile da conoscere:
    Tu sei "Il-con-me"
    Tu sei "Il-con-noi"
    Tu sei "Il-per-me"
    Tu sei "Il-per-noi".
    Grazie Signore
    per il tuo nome.

    Ruminatio

    Il Signore sta alla mia destra, non posso vacillare (Sal 16, 8).


    GIACOBBE
    Chi sono io?

    "Non ti chiamerò più Giacobbe”

    Giacobbe capisce chi è Dio nel momento in cui si sente benedetto, cioè oggetto della sua benedizione.
    Ma cosa vuol dire essere benedetto? In cosa consiste la benedizione divina? Nella bibbia il termine benedizione è sinonimo stesso di creazione. Per Dio creare è benedire e le cose che esistono, dal pane, al vino, all'acqua, all'albero e alle stelle, sono benedizioni: realtà materiali che, al di là del loro spessore materiale, dicono "il di più" che le sottende e che è l'amore personale di Dio; beni funzionali che, al di là della loro dimensione appetibile, rimandano ad un Bene altro dal bene come desiderabile, il Bene come Bontà, come Bene-volenza, come libertà di amore e come gratuità. Duplice è il significato della benedizione divina pertanto: da una parte l'abbondanza dei beni necessari al bisogno umano, senza i quali l'esistenza, incolmata, si fa carenza e gemito; dall'altra il Tu d'amore divino che, attraverso i beni in cui si incarna, si rivolge all'uomo per istituire con lui la relazione e il dialogo. Per questo la benedizione divina è la pienezza stessa dell’umano: non solo perché coincide con l'abbondanza dei beni ma soprattutto perché dischiude l’orizzonte dove l'uomo, da essere di bisogno, si scopre e si vive come relazione e come tu di fronte a Dio. Essere benedetti da Dio non è solo fruire dei beni necessari al bisogno ma è cogliere, al di là dei beni, la Benevolenza o Bontà che li sottende e che, donandoli, instaura la relazione responsabile. Essere benedetti da Dio è accedere a quella dimensione dell'umano dove l'io, da parte del mondo, naturale o cultuale, si vive come partner di fronte a Dio, nella gratuità e nella responsabilità.
    Questa nuova dimensione dell'umano che la benedizione divina dischiude è espressa dalla bibbia con il cambiamento del nome: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!" (Gn 32, 29). La benedizione riversata su Giacobbe è acquisizione di una nuova identità e di un nuovo nome: non più Giacobbe ma Israele che, secondo l'etimo ebraico, può significare sia: "Dio è stato forte", sia: "tu sei stato forte con Dio".
    A parte l'etimo, l’importante è cogliere che quando Dio incontra l'uomo, l'uomo ne esce interiormente trasformato e che questa trasformazione consiste nella sua elevazione a partner di Dio: colui che, costituito tu dal Tu di Dio, gli sta di fronte come responsabile. Per questo i personaggi biblici, da Abramo, a Sara, a Giacobbe quando incontrano Dio cambiano nome. E per questa stessa ragione, secondo la prassi antica cristiana, quando ci si battezzava o si entrava in un ordine religioso si cambiava ugualmente nome: per significare che consacrarsi a Dio voleva dire acquisire un'altra identità: quella di suo partner nell'alleanza.
    Se partner di Dio, l'uomo non appartiene più all'ordine naturale ma interpersonale dove la metafora della lotta (come nell'espressione: «bisogna "lottare" per conquistarsi l'amore della persona amata» ) svela tutta la sua profondità: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché ha combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto".

    Interrogarsi

    - Cosa vuol dire essere benedetti da Dio?
    - Perché molti personaggi biblici cambiano nome quando Dio li incontra?
    - Quale è la nuova identità dell'io di fronte a Dio?

    Preghiera

    Chi sono Signore
    al di là dei ruoli
    al di là delle maschere?
    Quale la mia identità
    quale il mio volto?
    Ma se Tu mi ami
    non ha senso,
    Signore,
    chiedersi chi sono
    e tormentarsi
    di notte
    per la propria immagine!
    Chi sono?
    Mi basta sapere
    di essere amato
    e che ad amarmi
    sei Tu
    l'Amore in persona.
    Amen.

    Ruminatio

    Tu sei buono Signore, pieno di misericordia (Sal 86,5).


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